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Dentro o fuori: il potere dei confini

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • Nov 10, 2025
  • 5 min read

di Denise Capriotti.


Ci sono linee che non compaiono sulle carte fisiche, eppure modellano e delimitano il mondo più delle montagne o dei fiumi. Non sono segni naturali, ma costrutti culturali, giuridici e politici che decidono chi è dentro e chi è fuori. 

Il confine, in questa prospettiva, non è mai stato neutro, ma un dispositivo che ha reso possibile la colonizzazione, ha giustificato lo sfruttamento della natura, ha legittimato la nascita del razzismo e continua ad alimentare le disuguaglianze globali. Leggere la storia dei confini equivale, dunque, a leggere la genealogia stessa del potere.

 

Per comprendere fino in fondo la portata dei confini occorre tornare a quelle immagini che, più di altre, hanno orientato l’immaginario della modernità. Il globo, ad esempio, non fu soltanto una scoperta scientifica o la prova empirica della sfericità terrestre: come osserva Peter Sloterdijk, esso trasformò la Terra in un’entità misurabile, calcolabile, e dunque potenzialmente conquistabile. In quella rappresentazione si condensava un’idea di dominio, la possibilità di racchiudere il pianeta in una forma e di farne oggetto di appropriazione.


Il mare, a sua volta, smise di essere soltanto un orizzonte di mistero o un confine invalicabile: divenne sia un corridoio di comunicazione, sia una barriera culturale. Se da un lato apriva rotte e commerci, dall’altro segnava la distanza tra civiltà, costruendo differenze e separazioni. È lungo queste distese d’acqua che si sono tracciati i primi confini mobili dell’espansione europea, frontiere fluide che hanno reso possibili tanto l’incontro quanto la conquista.


La natura, infine, fu immaginata come un fondo inesauribile da cui attingere senza limiti. Questa visione, apparentemente neutrale, ha avuto conseguenze decisive: ha trasformato l’ambiente in una riserva a disposizione dell’uomo, cancellandone la dimensione di soggetto relazionale e riducendolo a risorsa. Proprio da qui prende forma quell’atteggiamento che ha sostenuto la logica coloniale e che oggi si rivela insostenibile di fronte alle crisi ecologiche e climatiche.


Queste immagini – il globo, il mare, la natura – non erano semplici raffigurazioni: erano strumenti cognitivi che hanno reso praticabile un progetto globale di dominio. Hanno fornito un alfabeto simbolico e politico attraverso cui l’Occidente ha imparato a leggere, e dunque a organizzare, il mondo.

 

Se il globo rese il mondo pensabile come totalità, la cartografia lo rese materialmente appropriabile. Tracciare linee significava stabilire sovranità, distribuire poteri, cancellare storie. Sandro Mezzadra parla di fabrica mundi per descrivere il carattere produttivo delle mappe: non semplici strumenti di descrizione, ma atti che creano realtà. 

La Conferenza di Berlino del 1884–85, che divise l’Africa tra le potenze europee con tratti di penna, è l’esempio più lampante: i confini tracciati sui fogli non rappresentavano lo spazio, lo inventavano. Achille Mbembe, in Necropolitica, ha mostrato come quei confini non abbiano solo delimitato territori, ma deciso le vite: stabilendo chi poteva essere protetto e chi invece poteva essere sacrificato.

 

L’eurocentrismo insito in queste rappresentazioni fu altrettanto determinante. Edward Said, in Orientalismo, descrive come l’Occidente abbia costruito l’Oriente come periferia arretrata, pronta a essere governata. A ciò si aggiunse l’elaborazione pseudoscientifica della razza, che dal Seicento in avanti classificò l’umanità in gerarchie, collocando l’uomo europeo al vertice. Non si trattava solo di teorie: erano barriere simboliche che hanno avuto effetti materiali, giustificando colonie, schiavitù ed economie di sfruttamento. È ciò che Aníbal Quijano definisce colonialità del potere: una logica che sopravvive ben oltre la fine del colonialismo formale e che continua a riprodursi nelle disuguaglianze globali.

 

Un ulteriore confine, forse il più pervasivo e allo stesso tempo il più invisibile, è quello che la modernità ha tracciato tra società e natura. L’Occidente, osserva Pierre Charbonnier, ha imparato a pensarsi come emancipato dalle condizioni ecologiche che lo sostengono, costruendo l’illusione di un’autonomia assoluta. È questa convinzione a permettere lo sviluppo di economie e città come se la Terra fosse un semplice sfondo, un palcoscenico silenzioso sul quale recitare la storia umana. Non a caso Stefano Vegetti parla di “alienazione ecologica”: un atteggiamento che riduce la natura a fondo passivo, qualcosa da calcolare e da sfruttare senza limiti.


Tale visione ha trovato la sua espressione più compiuta nel modello urbano globale. Come sottolinea Emanuele Cuppini, la progressiva estensione di reti e infrastrutture ha generato una vera e propria “metropoli planetaria”: un mondo iperconnesso che ingloba deserti, oceani e paesaggi remoti, annullando la distinzione tra centro e periferia, ma al prezzo di cancellare i limiti materiali dell’ecosistema. È all’interno di questa logica che prende forma l’Antropocene, l’epoca in cui l’azione dell’uomo si è trasformata in forza geologica dominante, capace di ridefinire il destino stesso del pianeta.

 

Non si tratta di una dinamica confinata al passato. Karl Marx parlava di “accumulazione originaria” per descrivere i processi violenti di espropriazione che posero le basi del capitalismo. Ma, come ricorda Mezzadra, questa logica continua a operare ancora oggi attraverso privatizzazioni, espropri e regimi di frontiera. I confini funzionano come filtri che dividono cittadini e non cittadini, producendo manodopera precaria e selezionando chi ha diritto a muoversi e chi deve restare ai margini. Non a caso, molte politiche migratorie costruiscono volutamente l’“illegalità”, mantenendo intere popolazioni in una condizione sfruttabile.

 

Il Mediterraneo ne è il laboratorio più evidente. Episodi come il Left to Die Boat, in cui profughi furono lasciati morire pur essendo monitorati, mostrano cosa significhi vivere in uno spazio di “soglia”: un luogo in cui il diritto esiste formalmente ma viene sospeso nei fatti.

Ma i confini non si limitano a separare Stati o mari: plasmano anche lo spazio urbano e le soggettività. 

Già negli anni ’90 Saskia Sassen descriveva la “città globale” come nodo dei flussi economici e finanziari. Oggi, sostiene Cuppini, questo modello è superato: viviamo nella “metropoli planetaria, un’urbanizzazione diffusa che ingloba porti, aeroporti, deserti e piattaforme digitali. In questo scenario, le decisioni vengono prese più dagli algoritmi e dalle logiche del mercato che dalle istituzioni politiche. Lo spazio urbano diventa così stratificato: quartieri iperconnessi convivono con periferie marginalizzate, e persino la natura viene incorporata o espulsa a seconda delle convenienze produttive.

 

Questa proliferazione di confini produce una conseguenza comune: la crisi dell’ordine politico. I Greci la chiamavano stasis, sospensione del diritto e frattura interna. Nei campi profughi, negli hotspot e nelle stesse metropoli globali, il diritto appare formalmente presente ma non si applica pienamente. 


Lo stesso accade sul piano ecologico: la convinzione di poter vivere indipendenti dalla natura ha generato una crisi climatica che mette in discussione la stabilità del pianeta. L’Antropocene rappresenta allora il confine estremo: quello tra un mondo ancora abitabile e uno destinato al collasso.

 

La storia dei confini è la storia del potere. Ogni linea tracciata ha creato inclusioni ed esclusioni, vite protette e vite sacrificabili. Ma se i confini sono costruzioni storiche, allora possono essere trasformati. La sfida del presente non è abolirli, ma reinventarli: trasformare barriere di dominio in soglie di connessione, passaggi che uniscono anziché dividere. Non è un auspicio retorico, ma una necessità vitale: senza un nuovo immaginario dei confini rischiamo di restare prigionieri delle stesse mappe che hanno fondato la modernità, incapaci di guidarci verso il futuro.

 

 

 

Bibliografia:

·Peter Sloterdijk, Globes (2004)

·Sandro Mezzadra, Confini e frontiere (2013)

·Pierre Charbonnier, Abbondanza e libertà (2020)

·Stefano Vegetti, Alienazione ecologica (2019)

·Emanuele Cuppini, Metropoli planetaria (2021)

·Edward Said, Orientalismo (1978)

·Achille Mbembe, Necropolitica (2003)

·James Lovelock, Gaia (1979)

·Saskia Sassen, The Global City (1991)

·Aníbal Quijano, Colonialidad del poder (2000)






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