Il Nord dell'Irlanda, oggi


di Diletta Pacini.
Non si è mai davvero pronti a superare il confine tra la Repubblica e il Nord dell’Irlanda, da nessuna parte viene spiegato cosa succede al confine. E cioè: niente. Non succede proprio niente. Tantomeno, in alcun modo si può davvero sapere come si presenterà, a chi vi capiti per la prima volta, la capitale del Nord: come una semplice città. E questo perché andare oggi nel Nord dell’Isola vuol dire accettare di trovarsi in una zona del mondo che vuole proporsi vestita di una normalità raggiunta con fatica. La prima cosa da fare, dunque, è spogliare l’idea che si ha del Nord delle narrazioni romanzate e romantizzate dei Troubles, evitare di cercare in Belfast il mito o la leggenda che la dipingono come una città fantasma che ha la sua ragione d’essere solo nel conflitto. Tutto sta, ora, nel capire che forma abbia la normalità raggiunta.
La capitale dei Disordini, oggi, è una lezione di Storia e di civiltà, capace di guardare indietro e avanti nello spazio di una città e di dimostrare che il compromesso non elimina le differenze, che la normalità è raggiungibile solo mediante un processo lungo e complesso, che impasta paure e speranze insieme.
Il passato e il presente del Nord dell’Irlanda sono una questione di spazio. La cosiddetta “questione irlandese” è nata secoli fa dall’occupazione britannica del territorio irlandese ed è proseguita il secolo scorso con l’imposizione di un confine stabilito a tavolino dall’alto di un potere coloniale a causa del quale, in basso, si lotta ancora per giustificarne l’eliminazione o, al contrario, l’esistenza. La storia del Nord dell’Isola, oggi, è nei dettagli più o meno evidenti e parla attraverso le strade, si esprime coi muri e sui muri, impone percorsi alle persone, apre e chiude cancelli, sorveglia sospettosa e accoglie amichevole.
Il centro di Belfast sembra aver preferito la veste neutrale, più adatta al turismo contemporaneo, a qualsiasi richiamo del passato. Eppure, nella zona più centrale, a pochi passi dalle più note catene di fast food e abbigliamento, un pub rivendica l’orgoglio di essere irlandese: sulla parete esterna scritte in gaelico, la copertina di un album dei Kneecap e la bandiera palestinese sono soltanto alcuni degli elementi che dimostrano la necessità di sostenere la resistenza dei popoli oppressi contro il colonialismo. Questo murale nel centro di Belfast anticipa ciò che caratterizza la città in particolare, e tutto il Nord dell’Irlanda in generale, appena poco lontano da lì.
Lasciandosi il centro alle spalle, la neutralità lascia spazio alla divisione e un cartello giallo comunica gli orari di apertura e chiusura del cancello che divide la cattolica e repubblicana West Belfast dalla zona unionista e protestante. E, per chilometri, muri di cemento e ferro, noti come Peace Lines, corrono per la città a separare le due comunità. Sulla possibilità o meno di abbattere i muri rispondono le strade stesse: a tricolore irlandese e bandiere palestinesi si contrappongono Union Jack e bandiere israeliane. Alla richiesta di liberazione e indipendenza rispondono i simboli dell’oppressione, del colonialismo, del genocidio. A ventotto anni dal Good Friday Agreement, che ha stabilito la fine del conflitto armato, le differenze sono ancora molte e le distanze rimangono incolmabili.
Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, però, le ragioni di una città divisa non sono da individuarsi unicamente nel passato; sono invece ben radicate nel presente e proiettate verso il futuro. Belfast affida ai muri la scrittura di un diario collettivo volto a tenere traccia di ciò che è stato, ponendosi come dialogo intergenerazionale e internazionale tra chi quella Storia l’ha vissuta e chi invece ne sta conoscendo le conseguenze, tra chi la respira quotidianamente e chi se ne interessa da lontano.
Falls Road, simbolo del quartiere cattolico e repubblicano, racconta di Bobby Sands e degli strikers, della sofferenza e delle discriminazioni subite da chi chiedeva libertà e ricorda, soprattutto, la necessità di narrare una controstoria capace di dare voce alla componente oppressa. I muri di Falls Road trascendono la storia locale per proporre una narrazione globale delle forme di resistenza che, ieri, oggi e sempre, si sono opposte e si oppongono a regimi colonialisti, discriminatori e genocidiari. Falls Road non è dunque un salto indietro nel tempo, ma un modo per continuare a sostenere la lotta per l’indipendenza dei popoli oppressi.
Dalla parte opposta della Peace Line, in Shankill Road la situazione è diametralmente opposta e la storia raccontata diverge totalmente. La fedeltà alla corona è testimoniata da immagini stampate dei regnanti britannici, per onorare i quali si sono battuti i paramilitari della Ulster Volunteer Force ritratti con orgoglio in uno dei pochi dipinti della Belfast lealista.
Michael Phillips, repubblicano irlandese di West Belfast, sottolinea come la cura e l’attenzione per l’arte dei murales e per la narrazione dei Troubles tramite essi sia per lo più una prerogativa nazionalista, come dimostra la numerosa presenza di pannelli realizzati con grafiche celebrative o esplicative sui muri della zona lealista.
Questo aspetto porta l’attenzione sul più ampio tema della narrazione dei Troubles attraverso l’arte. I murales, il cinema, la musica privilegiano il punto di vista cattolico, repubblicano e nazionalista e in questo modo viene data circolazione capillare a una parte di storia fatta di miseria e discriminazioni, sofferenze agite e subite in nome della libertà irlandese dal potere coloniale britannico. L’arte in tutte le sue forme viene oggi assunta come medium privilegiato per fare luce su aspetti del conflitto sui quali, per molto tempo, è aleggiata una condizione di opacità e di mancata assunzione di responsabilità in relazione alle atrocità e alle ingiustizie inflitte. Ancora di più, aiuta ad avere contezza di ciò che il conflitto ha rappresentato e rappresenta ancora oggi per le nuove generazioni di irlandesi del Nord.
Emblematici di queste nuove generazioni, la musica e la storia del trio di Belfast Kneecap aiuta a riflettere sul contesto sociale e politico che l’Accordo del Venerdì Santo ha contribuito a creare. In un articolo de Il Post si fa riferimento ad una considerazione condivisa relativa al fatto che «quegli accordi di pace erano l’inizio di qualcosa, non di certo la fine». Dopo quasi trent’anni da quel momento fondamentale della storia del Nord dell’Irlanda, non si può che evidenziare come la realtà dei fatti non abbia registrato la tanto auspicata fine della crisi, anzi emerge come quest’ultima permanga in forme mutate e ancora oggi mutevoli. Mo Chara e Móglaí Bap, due dei Kneecap, nell’omonimo film aiutano a raccontare cosa significhi oggi per i ceasefire babies - tutti i nati intorno agli anni tra il cessate il fuoco del 1994 e il Good Friday Agreement - vivere nell’Irlanda del Nord contemporanea. Ognuno dei tre a suo modo, comunque, concorre a mettere in luce l’attualità particolare della zona Ovest di Belfast, cioè quella che al tempo dei Troubles era maggiormente discriminata e marginalizzata perché cattolica e nazionalista, e consente, più in generale, di comprendere in che modo la società irlandese del Nord abbia interiorizzato, ma non superato, il conflitto.
Il trauma vissuto dalle generazioni precedenti vive ancora tra le strade e i Muri della Pace di Belfast. Per quanto estraneo a tutti coloro che sono nati intorno alla metà degli anni Novanta, il conflitto non riesce ad abbandonare la memoria individuale e collettiva delle comunità del Nord dell’Irlanda, con tutto ciò che ne consegue. Vivere in un posto che è stato teatro di guerra fino a pochi anni fa implica l’interiorizzazione di un passato difficile attraverso i racconti delle proprie famiglie e le immagini di una regione per come è stata e per come non sarà più. Ciò vuol dire anche rinverdire certe divisioni dolorose fondate su persistenti differenze, cercare di ricostruire sulle macerie che hanno segnato un popolo per sempre.
Ed è anche nelle storie raccontate dai loro protagonisti che vive la vera Storia. È nella spilla tricolore sul bavero della giacca di un repubblicano, è un arrivederci pronunciato in gaelico, è nella voce di chi ricorda coloro che hanno dedicato la loro vita alla causa irlandese e nello sguardo di chi ripercorre con la memoria parti del suo passato. Negli occhi di Michael ho trovato il velo di sofferenza di un prigioniero politico che ha conosciuto la libertà negata in tutte le sue forme: da irlandese, la negazione della libertà del Nord; da repubblicano in carcere, la negazione dei diritti dei prigionieri politici. Qualche mese fa, chiedendogli del suo periodo in carcere, Michael mi ha raccontato delle subdole violenze psicologiche, oltre che fisiche, perpetrate dai carcerieri: lettere non spedite o spedite in ritardo, incontri familiari negati.
La Storia è piena di esempi famosi che sono solo la punta dell’iceberg di tante storie di violenze e sopraffazioni quotidiane che gli irlandesi del Nord hanno conosciuto e continuano a vivere ancora oggi. L’Accordo del Venerdì Santo ha avuto il merito di smussare certi angoli della questione anglo-irlandese, ma a forza di lavorare sugli spigoli anche un quadrato può diventare cerchio, in cui è facile girare in tondo senza sapere dove andare a finire. Il Nord dell’Irlanda continua a rivendicare la sua libertà e nel 2026 è quantomeno anacronistico l’assoggettamento di un Paese ad un impero decadente.
Ogni storia ha una fine, quella del Nord dell’Irlanda deve ancora essere scritta.
Tiocfaidh ár lá.
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Fotogallery a cura dell'autrice












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