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  • Writer's pictureKoinè Journal

Il Premierato: governabilità o deriva antidemocratica?


di Christian De Luna.


La premier Meloni ‘fonda’ la terza Repubblica: in arrivo la riforma costituzionale sul premierato. La notizia di questi giorni è l’allestimento, da parte della maggioranza, del cantiere a trazione Fratelli d’Italia di quello che da anni, se non decenni, è il cavallo di battaglia degli ex Missini: la riforma costituzionale per il presidenzialismo. Nella giornata di venerdì, infatti, il CDM ha ufficialmente approvato all’unanimità la proposta, inserendo la riforma costituzionale all’interno dell’agenda dell’esecutivo, con tutte le reazioni del caso. Se dai banchi della maggioranza si è gridato al miracolo, da quelli dell’opposizione si è levata una certa preoccupazione per quella che è a tutti gli effetti una riforma non solo epocale, ma potenzialmente dannosa.

Si tratta di un tema, quello del presidenzialismo forte, che il partito della Meloni ha ereditato dai propri “illustri avi” missini (ca va sans dire): l’allora leader del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, sosteneva nei suoi programmi che “Lo Stato deve essere guidato da un capo eletto dal popolo e non scelto con un compromesso tra i partiti e posto in condizione di dirigere effettivamente ed efficacemente la cosa pubblica [..]”. Quello di cui si stanno occupando oggi, in realtà, è una variazione rispetto al c.d. presidenzialismo promesso durante la campagna elettorale del 2022.

Se quest’ultimo vede la figura del Capo dello Stato come centrale e direttamente designata dal popolo come avviene nella Repubblica semipresidenziale Francese o nella ‘pura’ Repubblica presidenziale degli USA – nella bozza di riforma che sta circolando in queste ore non è proprio così. Durante le campagne elettorali, Fratelli d’Italia manifestava in tutta la Penisola la necessità di dare più autorità e stabilità al Presidente, investendo direttamente il Capo dello Stato dei poteri appartenenti al Presidente del Consiglio, legittimandolo così con l'elezione diretta. Ma una volta al governo, si sa, i sogni da campagna elettorale si scontrano con la realtà. Ed ecco allora, che la discussione si è spostata in CDM, per quella riforma del premierato che tanto sta facendo discutere.


Ma è così importante per l’Italia? Darà più stabilità e governabilità? Si rischia uno squilibrio dei pesi e contrappesi saggiamente previsti dai nostri padri costituenti? Per la cronaca è giusto ricordare che l’unico paese al mondo ad aver introdotto il premierato è stato Israele, e con risultati decisamente deludenti sia per quanto riguarda la deriva antidemocratica che la governabilità.


Secondo le ultime bozze del disegno di legge costituzionale circolate, la riforma andrebbe a modificare tre articoli della Carta: l'88 sul potere del capo dello Stato di sciogliere le Camere, il 92 sulla nomina del premier e il 94 sulla mozione di fiducia e sfiducia al governo. In pratica il Capo del Governo verrebbe eletto dai cittadini in un unico turno per cinque anni. Viene previsto, inoltre, un sistema maggioritario con un premio del 55% al primo “classificato” con un conseguente e proporzionale premio di maggioranza (la medesima percentuale) che si traduce in una schiacciante superiorità di seggi in Parlamento per le liste collegate al premier eletto. Non sappiamo, ad oggi, quale soglia viene fissata per ottenere il premio, né quale sarà la soglia di sbarramento: entrambe però sono fondamentali e potranno ‘scomodare’ anche il ‘Giudice delle leggi’. Stando alle bozze, il Capo dello Stato perderebbe il potere di nomina del Premier (art. 92) mantenendo solo quello di conferire l’incarico. Altra previsione inedita è quella della norma ‘anti-ribaltone’: in caso di dimissioni o di sfiducia, il Presidente della Repubblica può incaricare il premier dimissionario o altro incaricato facente parte della stessa coalizione per dare continuità all’indirizzo politico votato dagli elettori. Se così fosse, la norma anti-ribaltone sarebbe la perfetta nemica della ormai nota sfiducia costruttiva, da anni discussa e mai attuata dalle forze politiche, che consiste nell'impossibilità da parte del Parlamento di votare la sfiducia al governo in carica se, contestualmente, non concede la fiducia ad un nuovo esecutivo, non per forza proveniente della stessa coalizione più votata.


La Presidente Meloni non è la prima che tenta di intavolare una riforma costituzionale. In passato numerosi sono stati i tentativi. Svariate le commissioni parlamentari per superare il bicameralismo o partorire sistemi elettorali più efficaci. Ad oggi, nonostante i numerosi tentativi, resta una perdita costante di fiducia dei cittadini nei confronti della politica, aumenta l’astensionismo e i governi che si susseguono non vantano quasi mai forte stabilità politica. È anche vero che l’architettura costituzionale, che quest’anno festeggia i 75 anni dalla sua nascita, è ideata per bilanciare tutti i poteri dello Stato: un intervento, anche minimo, potrebbe minarne il suo equilibrio.


Non mancheranno, come non sono mancate in passato, critiche da parte dell’opposizione e dai costituzionalisti. Prevedere un premio di maggioranza al 55%, ad esempio, rischierebbe di creare un forte squilibrio democratico, togliendo spazio alle coalizioni perdenti e alle opposizioni. Come non ricordare la c.d. “Legge Truffa” della Prima Repubblica, voluta dal Governo De Gasperi nel 1953 che prevedeva un premio addirittura al 65% alla coalizione che avesse raggiunto il 50%. Per ironia della sorte nella sua prima ed ultima attuazione la coalizione guidata dall’allora D.C. arrivò al 49,8%, non ottenendo così il premio. La legge fu abolita subito dopo.


La più recente legge elettorale che prevedeva un premio simile fu quella c.d. “Italicum”, legge inserita nel più ampio progetto di riforma costituzionale voluto dall’allora Governo Renzi, che trovò molte critiche da parte dell’opposizione, dei costituzionalisti, nonché sentenze correttive da parte della Corte Costituzionale, oltre alla sua definitiva bocciatura verificatasi con il referendum costituzionale del 2016.

Insomma, il rischio di ‘deriva autoritaria’ potrebbe essere dietro l’angolo ma è ancora presto per gridare allarme, ci sono ancora pochi elementi e pochi dettagli per potere delineare un quadro completo delle eventuali conseguenze politico-istituzionali della Riforma in oggetto.

Oggi si parla di premierato, in campagna elettorale di presidenzialismo o semi presidenzialismo alla francese, ma qualunque locuzione si usi il fine resta immutato. L’obiettivo della destra è sempre quello di sostenere il leaderismo e rafforzare i poteri dell’uomo o della donna soli al comando, a discapito dell’assetto istituzionale e parlamentare costruito dall’Assemblea Costituente. L’obiettivo non dichiarato non è quello di coinvolgere le masse di astensionisti nel gioco della vita pubblica, ma restringere ancora maggiormente la forbice dei votanti, facendo percepire la politica come qualcosa di ancora più lontano dai cittadini, e questo non può che essere un pericolo per la tenuta democratica di un Paese che con la democrazia non ha mai avuto un grande rapporto. Ci aveva provato un altro premier, anche lui giovane leader, lo stesso che, oggi, è l’unico esponente delle opposizioni ad appoggiare questo progetto di riforma. Sappiamo, poi, come andò a finire.





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