"Io sono notizia": anatomia di un potere maschile contemporaneo
- Koinè Journal

- 2 days ago
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di Denise Capriotti.
“Io sono notizia” non si limita a raccontare la parabola mediatica di Fabrizio Corona, né può essere archiviata come una semplice operazione di autocelebrazione narcisistica.
La docuserie si configura piuttosto come un dispositivo narrativo che espone, con una chiarezza disturbante, le modalità attraverso cui il potere maschile continua a esercitarsi nello spazio pubblico e privato: un potere che non si fonda solo sul denaro o sulla visibilità, ma sulla capacità di controllare i corpi femminili, di orientarne le scelte, di assorbirne l’esistenza dentro un progetto che resta invariabilmente maschile.
Nel racconto che Corona costruisce di sé, le donne non appaiono mai come soggetti pienamente autonomi. Esistono in funzione di ciò che producono: bellezza, desiderio, attenzione mediatica, capitale simbolico. La loro presenza serve a rafforzare l’identità dell’uomo, a confermarne il successo, a legittimarne il potere. È la dinamica che Simone de Beauvoir aveva individuato con precisione: la donna definita come Altro, mai come centro, sempre come elemento relazionale che acquisisce senso solo all’interno dell’universo maschile.
Il linguaggio utilizzato da Corona rende questa impostazione esplicita. Le donne “danno forza”, “danno visibilità”, “danno potere”, è un lessico che appartiene al mondo dell’impresa e della gestione, non a quello della relazione. L’intimità viene tradotta in rendimento, l’amore in investimento, il corpo in risorsa.
Nina Moric: il corpo come capitale e la vita come progetto altrui
La figura di Nina Moric, modella, ex moglie di Fabrizio Corona e madre del loro figlio Carlos Maria, rappresenta il punto di massima evidenza di questo meccanismo.
Fin dall’inizio, la sua persona viene ridotta a valore economico: Lele Mora la definisce «una macchina da soldi», mentre Corona afferma che «Nina dava forza all’agenzia, visibilità a me e un potere a noi per costruire quello che poi abbiamo costruito in futuro». In queste parole si coglie una concezione precisa, Nina non è una compagna, ma un’infrastruttura produttiva.
Questa logica trova una formalizzazione esplicita nel contratto che Nina racconta di aver firmato: «Fabrizio mi ha fatto firmare un contratto, tra me e lui, dove c’era scritto che lui avrebbe gestito tutte le cose che io avrei fatto». Non si tratta semplicemente di una delega professionale, ma di una cessione di controllo che investe la totalità dell’esistenza. Il corpo di Nina entra in un regime di produttività continua: serate, tour, esposizione costante, ritmi esasperati. Il valore generato, tuttavia, viene amministrato e incassato quasi totalmente da Corona.
Il benessere materiale — casa nuova, auto nuova, viaggi — diventa parte di un sistema che Nina sintetizza con una formula disarmante: «pagare per amore». È qui che si coglie una delle dinamiche centrali analizzate dal femminismo, quando il consenso si costruisce all’interno di un forte squilibrio di potere, esso tende a coincidere con l’adattamento. La scelta non è mai completamente libera, perché è mediata dalla dipendenza affettiva ed economica.
Il controllo nel suo caso si estende fino alla sfera riproduttiva. Le gravidanze interrotte vengono raccontate da Corona come decisioni razionali, funzionali a una strategia: «Il figlio doveva nascere un anno dopo che avessimo finito di costruire quello che stavamo facendo e allora la convinsi ad abortire». A questa narrazione si contrappone quella di Nina: «Avrei voluto mi fermasse». In questa frase emerge come il controllo maschile sui corpi femminili passi spesso attraverso la gestione del desiderio, fino a renderlo silenzioso. In questo senso lo slogan politico che rivendica l’autonomia dei corpi “My body my choice” per Corona diventa “Your body my choice”.
Nina aggiunge che Corona «ha dato i nomi pur sapendo che stavo per ucciderli e si vantava nei bar». La violenza assume una dimensione ulteriore, non è solo una violenza privata, ma pubblica e simbolica: l’esperienza femminile viene appropriata, raccontata, esibita come dimostrazione di potere.
Il matrimonio tra i due non interrompe questa logica, ma la consolida, Corona lo descrive come un evento costruito ad hoc, mentre Nina confessa: «Da quel giorno ho visto la sua fame di guadagnare su tutto».
Nel loro rapporto, la sessualità viene sistematicamente esibita e narrata con una sorta di orgoglio dallo stesso Corona all’interno della docuserie; in una delle sequenze più emblematiche, egli racconta di aver contattato il paparazzo Maurizio Sorge per scattare fotografie di nascosto, immortalando la coppia sia in piscina sia durante rapporti sessuali. Quelle immagini, poi, venivano deliberatamente diffuse a riviste e testate giornalistiche con finalità di lucro da parte di Corona stesso, trasformando così l’intimità in merce e il corpo dell’altro in uno strumento di dominio, mentre lo sguardo pubblico diventa parte integrante di un sistema di potere che espropria l’esperienza privata e la rende funzionale alla propria affermazione mediatica.
Quando Nina resta incinta nel momento deciso da Corona, la gravidanza viene finalmente legittimata ed esibita, mentre lei continua a lavorare fino allo sfinimento, tanto che il figlio nasce prematuro, rischiando la vita. Corona ammette di non avere istinto paterno e di aver monetizzato anche il figlio. Nina resta, incapace di sottrarsi: «Era tutto quello che avevo». È l’esito finale di un processo di espropriazione della soggettività.
Belén Rodríguez: l’immagine e la gestione della vergogna
Belén Rodríguez, showgirl e modella argentina, viene presentata come un’eccezione. Corona afferma che per lei “rimette la testa a posto”. Nina Moric osserva: «Corona è stato prigioniero di Belén, l’unica che lo ha messo in ginocchio». Tuttavia, anche qui, il potere non scompare: cambia forma.
Belén possiede un capitale simbolico autonomo, una visibilità che la rende centrale nel sistema mediatico. Ed è proprio questa visibilità a diventare terreno di controllo. Durante un viaggio alle Maldive, Corona porta con sé il paparazzo Maurizio Sorge e gli chiede di scattare fotografie di Belén nuda mentre esce dall’acqua, seguite da immagini di sesso. Quando le foto vengono pubblicate, Belén prova vergogna e chiede a Corona di risolvere la situazione, senza sapere che è stato lui stesso a organizzarla.
Qui si chiarisce una dinamica che Laura Mulvey ha descritto con precisione: il corpo femminile esiste come immagine, come oggetto di sguardo, mentre il potere resta a chi controlla la produzione e la circolazione di quell’immagine. La vulnerabilità femminile non è un effetto collaterale, ma uno strumento, creare esposizione significa creare dipendenza.
Anche la maternità viene attraversata senza spazio per una reale elaborazione emotiva. Di fronte all’aborto spontaneo di Belén, Corona racconta di essersi sentito sollevato. Ancora una volta, il corpo femminile è accettabile solo finché non interferisce con il progetto maschile.
Silvia Provvedi: la fabbricazione della conformità
Con Silvia Provvedi, personaggio televisivo parte del duo musicale “Le Donatella”, il dominio viene dichiarato senza ambiguità.
Corona afferma di essersi vergognato di lei, spiegando che il rapporto poteva funzionare solo finché restava confinato nella comunità in cui lui era in attesa di processo, ma non all’esterno, perché lui era “Fabrizio Corona” e le sue ex erano Belén Rodríguez e Nina Moric. Per renderla “all’altezza”, racconta: «iniziai a plasmarla».
La trasformazione passa attraverso l’abbigliamento, l’acconciatura, la chirurgia estetica, il corpo stesso. Quando Corona la porta in barca, sottolinea che Silvia aveva «le tette nuove» e chiama i paparazzi per farla fotografare a seno nudo. Il corpo, una volta disciplinato e reso conforme, viene esposto. È la riduzione della persona a mezzo, a strumento di legittimazione del potere altrui, secondo quella logica di oggettivazione che Martha Nussbaum ha descritto come negazione dell’autonomia e dell’integrità del soggetto.
Il rovesciamento della responsabilità
Corona afferma di essere stato innamorato di tutte le donne che ha frequentato, di averle fatte innamorare e di averle usate. Poi conclude che «si sono fatte usare». In questa frase si concentra l’intero impianto ideologico del racconto: la subordinazione viene riscritta come scelta individuale, il dominio come dinamica consensuale.
È questo rovesciamento che consente al potere di restare invisibile. Come ha scritto Bell Hooks, il patriarcato sopravvive anche perché riesce a presentarsi come naturale, persino romantico.
Io sono notizia diventa così un documento involontario ma estremamente rivelatore: non perché giustifica, ma perché espone, con una chiarezza rara, le forme contemporanee della violenza simbolica.
Raccontare queste storie non significa indulgere nel voyeurismo, ma nominare ciò che troppo spesso viene normalizzato. E proprio questa operazione di smascheramento trasforma l’analisi in un atto politico di denuncia sociale.
Bibliografia
-Corona, F. (2026). lo sono notizia [Docuserie Netflix].
-De Beauvoir, S. (1949/2009). Il secondo sesso. Milano: Mondadori.
-Mulvey, L. (1975/2011). Piacere visivo e cinema narrativo. Torino: Einaudi.
-Nussbaum, M. (1995/2010). Oggettivazione. Filosofia & Affari Pubblici.
-Hooks, B. (2000/2014). Femminismo per tutti: politica appassionata. Milano: Eleuthera
Image Copyright: Maurizio Maule / ipa-agency.net









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