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La profezia del neoliberalismo si è avverata?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 12 minutes ago
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di Alessia Di Lorenzo.


«Non esiste la società. Esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie». Queste sono le dichiarazioni di Margaret Tatcher, rilasciate nel 1987 in un’intervista concessa all’inizio del suo ultimo mandato da Primo Ministro.


L’affermazione della Tatcher non mette in discussione l’esistenza ontologica della società, quanto che esista una responsabilità collettiva per i torti sociali, per quelle che gli individui avvertono come delle ingiustizie o delle mancanze. Per comprendere affondo l’affermazione della Lady di ferro, dobbiamo ricorrere al modo in cui il neoliberismo ha inteso la società ed una nuova forma di soggettività, in cui esistono solamente l’individuo e le famiglie.

In particolare, secondo la razionalità neoliberale, la società è un concetto dotato di senso solamente come “aggregato di processi che s'incardinano in primo luogo sulle condotte dei singoli soggetti, allo stesso modo in cui il modello dell'impresa economica suppone che ogni individuo si trasformi in imprenditore di sé stesso” (Dardot, Laval 2019: 37). È evidente come il neoliberismo a questo punto non sia da intendere solamente come un sistema economico, ma anche come un particolare modo di intendere i rapporti interpersonali, che porta con sé una precisa visione antropologica e del mondo.


La percezione di questo dilagante individualismo non è solamente ascrivibile ad un modo di intendere la realtà ed i rapporti interpersonali. Nei fatti, la sensazione che “la società non esista”, è dovuta anche alla progressiva erosione del Welfare State, ovvero quelle infrastrutture sociali che favoriscono la riproduzione di una rete di relazioni fondamentali per la riproduzione della vita individuale, nonché per la costruzione del senso collettivo. Appartiene infatti al discorso neoliberale la negazione dell’intervento dello Stato, e più in generale dell’intervento pubblico volto a contrastare forme di ingiustizia sociale e diseguaglianze. In questa maniera, smantellate le forme di vita associata e il senso di collettività l’unico tipo di potere che viene legittimato è quello verticale, ossia quello dell’autorità.

Recentemente si è molto discusso di società; se ne discutono i fattori di disgregazione e di aggregazione. Per decenni si è creduto che quella della Tatcher fosse una vera e propria profezia. Ma è davvero così? In che modo il neoliberismo ha trasformato il modo in cui l’individuo intende la relazione con sé stesso e in rapporto agli altri? Quali sono le caratteristiche che hanno permesso al neoliberalismo di sopravvivere nonostante importanti crisi come quella finanziaria del 2008 e che lo rendono ancora oggi “la razionalità di governo” nel mondo occidentale?

Per rispondere a queste complesse domande dobbiamo comprendere le dinamiche del neoliberismo, interrogandone gli aspetti ideologici e le conseguenze che queste hanno avuto nella società. Cerchiamo di farci un’idea insieme.

 

La nuova ragione-mondo


Per anni è stata annunciata periodicamente “la fine del neoliberalismo”, di cui la crisi finanziaria del 2008 è stata vista come l’ultima grande convulsione. (Dardot, Laval 2019: 15) Erano infatti in molti a sostenere che la crisi finanziaria avrebbe portato ad un “ritorno dello Stato” e alla regolamentazione dei mercati. Erano opinioni fondate su un errore diagnostico. (Dardot, Laval 2019: 44) In realtà il neoliberalismo non solo non è morto, non solo sopravvive come sistema di potere, ma continua invece a rafforzarsi. Per comprenderlo, bisogna analizzare questa singolare radicalizzazione, e cogliere il carattere plastico e plurale del neoliberalismo, nonché gli aspetti di specificità della sua nuova versione.

La storia del successo del neoliberalismo comincia alla fine della Guerra Fredda, quando gli opinionisti più mainstream festeggiavano il “trionfo globale della democrazia” e nel mondo euroatlantico si stava affermando una nuova ragione di governo (Brown 2013: 23).


Non si tratta dunque semplicemente di un insieme di politiche economiche monetarie, di austerità o della mercificazione dei rapporti personali. Si tratta una razionalità politica divenuta globale. Nello specifico, consiste per i governi di imporre all’interno dell’economia – ma anche della società e dello Stato – la logica del capitale, fino a farne la forma della soggettività e dell’esistenza (Dadot, Laval 2019: 16). Il suo ricorso a relazioni internazionali di concorrenza e di dominio definisce questo modo di governo un vero e proprio “sistema globale di potere”. La sua peculiarità è quella di alimentarsi attraverso le crisi che genera: “il neoliberismo si fonda e si rafforza proprio perché governa attraverso la crisi”.

Dagli anni Settanta, infatti, il neoliberalismo si nutre delle crisi economiche e sociali che esso stesso produce. In sostanza, non viene messa in discussione la logica che ha comportato la crisi, ma c’è l’idea che sia necessario agire per rafforzare questa stessa logica.

Il motivo per cui il neoliberalismo continui a governare nonostante le crisi che genera è dovuto al fatto che sia diventato sistema. In particolare, Q” “ogni crisi economica, a partire da quella del 2008, è letta attraverso i termini del sistema e le risposte alle crisi sono unicamente quelle con esso compatibili”. (Dardot, Laval 2019: 17). Quindi, quando si parla di una generale “assenza di alternative” non si fa solamente riferimento ad un automatismo teorico, ma quest'espressione è da intendere come il frutto di un funzionamento sistemico sul piano globale.

Ad oggi, il neoliberalismo si nutre delle reazioni negative che induce sul piano politico; si rafforza insomma attraverso quell’ostilità politica che esso stesso produce. Per questo, il neoliberalismo non ha bisogno di un’immagine democratica, che anzi è diventata un ostacolo alle sue capacità di dominio.

In passato, questa ragione mondo è stata spesso associata alle idee di “apertura”, al “progresso”, alle “libertà individuali”, allo “stato di diritto”. Oggi, invece, si manifesta con la chiusura delle frontiere, l'erezione di nuovi muri, il culto della nazione e della sovranità, l'offensiva esplicita nei confronti dei diritti umani, additati come un pericolo per la sicurezza.

 

Viene dunque da chiedersi come mai nonostante le ripercussioni catastrofiche delle politiche neoliberiste, queste siano sempre attive? Perché non ci sono resistenze in grado di metterle in crisi?

Il neoliberalismo non è solamente un sistema economico o forza distruttrice regolativa, istituzionale e giuridica. Ma è da intendere come produzione di un certo tipo di relazioni sociali, forme di vita e di soggettività. In sostanza è la forma della nostra esistenza. È il modo in cui siamo portati a comportarci e a relazionarci con gli altri e a noi stessi. Definisce una precisa forma di vita nelle società occidentali e in tutte quelle società che hanno intrapreso il cammino verso la presunta modernità (Dardot, Laval 2019: 47).

Questa norma esistenziale impone a ognuno di noi di vivere in un universo di competizione generalizzata, prescrive alle popolazioni di scatenare una guerra economica, organizza i rapporti sociali secondo un modello di mercato e arriva a trasformare l’individuo che percepisce sé stesso come un’impresa. È una norma che presiede alle politiche pubbliche, governa le relazioni economiche mondiali, trasforma la società e rimodella la soggettività. Siamo di fronte ad una nuova ragione del mondo, cioè ad una ragione che tende a totalizzare, cioè a “fare mondo” tutte le disposizioni dell’esistenza umana e che si estende su scala globale.

 

Il neoliberalismo è dunque da intendere – prima ancora che un’ideologia o una pratica economica – fondamentalmente come una razionalità, che struttura e organizza non solo l’azione dei governanti ma anche quella dei governati (Dardot, Laval 2019: 48). La sua principale caratteristica è la generalizzazione della concorrenza come norma di comportamento e dell’impresa come modello di soggettivazione. In sostanza “il neoliberalismo è la ragione del capitalismo contemporaneo” e può definirsi come l’insieme di discorsi, pratiche, dispositivi che determinano una nuova modalità di governo secondo il principio universale della concorrenza.

 

L’homo oeconomicus: una norma esistenziale


Come afferma Brown: “il neoliberismo trasforma ogni ambito e sforzo umano, e gli esseri umani stessi, secondo un’immagine specifica di quello economico”. (Brown 2013: 24). La condotta di ognuno di noi è riconducibile all’ambito economico, ogni sfera dell’esistenza è plasmata su parametri economici, anche quando queste sfere non sono direttamente monetizzate.


In questa ragione-mondo l’esistenza dell’essere umano è ridotta a quella di homo oeconomicus. Intendendo con ciò “un pezzo di capitale umano profondamente costruito e governato, incaricato di migliorare e influenzare il proprio posizionamento competitivo ma aumentando il valore di portafoglio (monetario e non) in tutte le sue imprese e sedi” (ibidem).

La razionalità neoliberista dissemina dunque il modello di mercato in ogni ambito dell’esistenza – anche quando i soldi non c’entrano – e configura tassativamente gli esseri umani come attori come attori del mercato: sempre e solo e ovunque come homines oeconomici.

È un processo di diffusa economizzazione di sfere dell’umano. Ci si potrebbe, in sostanza, avvicinare alle relazioni sentimentali con la modalità di imprenditore o investitore. Molte società di dating online definiscono infatti la loro clientela e le loro offerte in questi termini, identificando l’importanza di massimizzare il ritorno dell’investimento affettivo, del denaro e del tempo.

Ad esempio, una studentessa può dedicarsi ad attività di beneficenza che contribuiscono ad arricchire il suo curriculum e la domanda per il college; si tratta comunque di un’attività non retribuita, e il desiderio di essere ammessa al college potrebbe essere più forte della promessa di un reddito migliore. (Brown 2013: 50)

Dunque, la diffusa economizzazione di ambiti e attività dell’umano, che non riguardano strettamente la monetizzazione, è la caratteristica peculiare del neoliberismo, ma il modello dell’homo oeconomicus non è costante e muta nel tempo.  


Oggi, ad esempio, mantiene gli aspetti dell’imprenditorialismo, ma è stato significativamente riplasmato sotto forma di capitale umano finanziarizzato. In sostanza, il proprio progetto è investire su sé stesso per aumentare il proprio valore o attrarre investitori attraverso l’attenzione costante verso il suo credito reale o immaginario, in tutte le sue sfere dell’esistenza.

Attraverso follower, like, retweet dei social, le classifiche e le valutazioni di tutte le attività e sfere, l’istruzione, la formazione, il tempo libero, il consumo ecc. vengono sempre più concepiti come decisioni e pratiche strategiche, collegate all’accrescimento del valore futuro di sé. (Brown 2013: 15)

Il soggetto che ne emerge è allo stesso tempo socio di un’impresa e impresa in sé ed in entrambi i casi è guidato dalle pratiche di governance adeguate all’impresa (Brown 2013: 54). Questa concezione è diffusa a tutte le sfere dell’esistenza umana, inclusa quella politica.

Anche nella vita politica la neoliberalizzazione traspone i principi politici democratici della giustizia in un idioma economico, trasformando lo Stato in un manager della nazione sul modello aziendale e svuotando grande parte della cittadinanza democratica e persino della sovranità popolare (Brown 2013: 55)

Se spesso negli anni Settanta ed Ottanta la politica neoliberista è stata imposta per decreto e con la forza, ad oggi la neoliberalizzazione del mondo euroatlantico avviene per mezzo di specifiche tecniche di governance, cioè attraverso il soft power.

Questa tecnica ricorre al consenso e all’approvazione piuttosto che alla violenza e al controllo dittatoriale. Così il neoliberismo governa sottoforma di sofisticato buonsenso. Dunque, “all’interno della razionalità neoliberista, il capitale umano è sia il nostro “essere” sia il nostro “dovere”: quello che ci viene detto di essere, quello che dovremmo essere, quello in cui ci trasforma la razionalità attraverso le sue norme e la sua costruzione di ambienti” (Brown 2013: 56).


Ritornando all’affermazione di Margaret Tatcher, secondo cui la società non esiste, si capisce come quest’affermazione voglia essere una precisa descrizione della realtà; identifica infatti come componenti fondamentali della vita associata solamente gli individui e le famiglie. Inoltre, negli ultimi anni sono molti i dibattiti e gli studi che si occupano di società, ed inevitabilmente in parte l’affermazione della Lady di ferro non trova esserci completamente d’accordo. Quali sono dunque le cause, che negli ultimi anni hanno comportato in parte un rovesciamento della narrazione neoliberale? Il sistema sta entrando in crisi?

Ciò a cui assistiamo da tempo è una crisi di consenso intorno ad un ordine del discorso, che è quello neoliberale o neoliberista, che si è resa manifesta appunto a partire dalla crisi finanziaria ed economica del 2008. Infatti, sarebbe più opportuno dire che la crisi non riguarda appunto questo preciso sistema economico, sociale e politico, ma è piuttosto una crisi del consenso attorno a quest’ordine.


La rivoluzione attuata da Margaret Tatcher e Ronald Reagan si è focalizzata attorno alla costruzione di un senso comune, che è quello dell’individualità. “La si può vedere come un’autentica ontologia sociale, relativa agli obiettivi del vivere insieme, al ruolo che deve svolgere il sistema dei poteri pubblici, al rapporto tra Stato e mercato, e così via”. Il consenso a questo nuovo senso comune si è incrinato appunto negli anni della crisi finanziaria, e ciò ha comportato l’adozione di politiche di austerità, oltre che la sofferenza delle persone e la crescita delle diseguaglianze. Questo malcontento generale è stato intercettato dalle forze populiste che hanno trasformato il malessere in voto di protesta.

La pandemia ha inoltre rappresentato un momento di cesura in questa storia, aumentando il livello di consapevolezza attorno al malfunzionamento del sistema. Si è infatti reso particolarmente evidente che l’interdipendenza tra persone era innanzitutto nei fatti e poi nella visione politica o filosofica. Si doveva quindi partire dalla comprensione di questa interdipendenza per mettere a punto delle politiche che rispondessero alla richiesta di benessere delle persone. Ad oggi “Sempre meno le persone si sentono degli individui chiamati a prendersi cura innanzitutto di se stessi, a partire dal mantra, cardine ideologico del neoliberismo, per il quale la responsabilità per i propri successi e fallimenti è sempre e solo individuale”. Inoltre, l’urgenza sanitaria e pandemica ha riesumato la dimensione della responsabilità collettiva, che è diventata lampante.


In un mondo in cui le grandi ideologie sono tramontate da tempo, i movimenti organizzati – come quello femminista ed ambientalista – che hanno una presenza nella scena pubblica, superano le strettoie della “politica dell’identità”, che spesso tende a favorire la logica della chiusura di gruppo. Secondo Giorgia Serughetti: “La lettura politica da incorporare è quella che vede i nessi tra le molteplici crisi del presente: la crisi ecologica, la crisi economica, la crisi bellica, la crisi della cura, le disuguaglianze di genere – tutti aspetti diversi di un unico ordine ingiusto di governo dell’economia e delle società”. Ad oggi, il movimento deve essere quindi in grado di articolare diverse lotte e farsi piattaforma di rivendicazioni che legano tra loro temi diversi. Cambiando i tempi, cambiano le esigenze e gli scopi che spingono le persone ad entrare in contatto. Le forme di collettività non sono dunque morte e siamo di fronte all’evidenza dei fatti: non siamo individui soli ma soggettività che entrano in relazione tra di loro. Il tempo ha dunque dimostrato che la profezia di Margaret Tatcher non era destinata avverarsi.




Bibliografia

Brown W., (2013), Il disfacimento del demos. La rivoluzione silenziosa del neoliberismo, LUISS University Press

Dardot P., Laval C. (2019), La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, Bologna: DeriveApprodi



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