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Il silenzio delle ragazze

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • Dec 29, 2025
  • 4 min read

di Riccardo Cuppoletti.


Sopravvissuta al massacro seguito alla conquista di Lirnesso, Briseide viene condotta come schiava nell’accampamento acheo, divenendo premio di guerra di Achille. La storia è quella già celebre dell’Iliade: la pestilenza, la contesa per Briseide tra Agamennone e Achille, il rifiuto di quest’ultimo di combattere, fino alla morte di Patroclo che scatena la sua ira funesta. Seguono l’uccisione di Ettore e il vilipendio del suo cadavere, la gravidanza della schiava troiana — che darà alla luce il figlio del Pelide, destinato a morire prima della caduta di Troia — e infine la ripartenza delle navi achee dopo il sacrificio di Polissena.


Il silenzio delle ragazze, tuttavia, non è una semplice riscrittura del poema omerico. Il protagonista indiscusso resta Achille, senza sconvolgimenti di trama e in continuità con la tradizione letteraria, ma la vicenda viene filtrata attraverso lo sguardo e la lucidità sofferente di Briseide, narratrice preponderante del romanzo. È da questa prospettiva marginale e silenziata che la guerra perde ogni aura eroica.

Emerge così il disagio femminile nascosto sotto un’imposta accettazione passiva. Briseide subisce, osserva gli eventi con gli occhi gonfi di lacrime e restituisce non solo l’orrore della guerra, ma soprattutto ciò che viene dopo: l’uomo che ha massacrato il suo popolo e la sua famiglia è lo stesso che abusa di lei. È impossibilitata a ribellarsi, a fuggire, a opporsi in alcun modo al proprio destino; allo stesso tempo è incapace di amarlo, di chiamare “casa” la nuova sistemazione.


Le giornate scorrono tra i discorsi con le altre schiave di guerra — la cui unica ambizione è non diventare “donne pubbliche” — la mescita del vino ai banchetti, l’assistenza ai malati e ai feriti. Una quotidianità fatta di sopravvivenza, più che di vita.

All’interno di questo sguardo, Briseide intravede anche un Achille diverso dall’eroe temuto dai popoli: un uomo — o semidio — umanizzato, segnato da profonde cicatrici lasciate dall’abbandono della madre Teti, cercata ossessivamente tra le onde, nel profumo di salsedine, nei capelli e nel corpo di una donna privata della libertà, divenuta capro espiatorio delle faide interne al campo acheo.

L’umanizzazione di Briseide passa infine attraverso la figura dolce e profondamente umana di Patroclo che, come lei, ha trascorso la vita al fianco — se non un gradino sotto — di Achille. Entrambi legati all’eroe, ma condannati a esistere ai margini della sua gloria.


Il silenzio delle ragazze di Pat Barker è un’opera fedele, che sbatte in faccia la realtà lasciando un senso di disillusione. Non perché manchi una presa di posizione, ma perché viene meno ciò che spesso ci si aspetta da una riscrittura contemporanea: una voce finalmente libera, una rivalsa, una parola capace di rompere l’ordine delle cose.

Il titolo, però, risulta pienamente aderente al contenuto del romanzo. Il vero protagonista non è Briseide, né Achille, ma il silenzio stesso: non un vuoto, bensì una condizione strutturale, imposta e interiorizzata, accettata come unica forma possibile di sopravvivenza.

Barker affida a Briseide la narrazione, ma non le concede onnipotenza. Dove la schiava non può arrivare — nei consigli di guerra, nelle decisioni degli uomini, negli spazi del potere — la voce si interrompe e subentra un narratore esterno. È una scelta tutt’altro che neutra: segna con chiarezza il confine entro cui la donna può esistere e raccontare, ricordando al lettore che anche la parola, come il corpo, è regolata da ruoli e gerarchie.

In questa prospettiva, il silenzio non è soltanto ciò che viene subito, ma ciò che definisce il ruolo delle donne nella guerra e nel mito: presenti, necessarie, ma mai davvero autorizzate a parlare fino in fondo.


Eppure Briseide non è un oggetto immobile nella narrazione. La sua presa di posizione non passa attraverso la parola, né attraverso un atto eroico, ma attraverso gesti minimi, carichi di significato.

Il primo avviene di fronte al corpo di Ettore, lasciato da Achille a marcire come monito e vendetta: Briseide lo copre con un telo, restituendo dignità a un nemico vinto. Un gesto di rispetto che suscita lo sdegno di Achille, colpito non tanto dall’atto in sé, quanto dalla rottura silenziosa della logica di disumanizzazione su cui si regge la guerra.

Il secondo gesto è il tentativo di fuga: Briseide si nasconde nel carro di Priamo, accanto allo stesso corpo di Ettore, cercando una via d’uscita dal campo acheo. È un tentativo che si interrompe all’ultimo istante, segno di una libertà solo intravista e subito ritratta. Anche questa esitazione, tuttavia, lascia una traccia, attirando su di lei uno sguardo nuovo da parte di Achille — forse alimentato dalla propria stanchezza, dalla perdita di Patroclo e dalla consapevolezza di una morte imminente.

Infine, quando tutti si affrettano a raggiungere le navi dopo il sacrificio di Polissena, Briseide si ferma a commemorare la giovane uccisa, sottraendola per un istante all’oblio rapido della guerra. Anche qui non cambia nulla, eppure muta il significato: mentre il mondo prosegue, lei resta indietro a guardare ciò che viene lasciato.


Briseide non cambia il corso degli eventi, ma ne incrina il senso: là dove la guerra vorrebbe solo corpi e silenzio, lei introduce memoria, rispetto e una scelta, per quanto fragile.

In Il silenzio delle ragazze, il silenzio non è soltanto ciò che viene imposto alle donne, ma ciò che resta quando ogni altra possibilità è negata. Non potendo parlare, decidere o opporsi apertamente, Briseide resiste nel solo modo che le è concesso: attraverso gesti minimi, soste, sguardi che non si distolgono dall’orrore.

Il suo silenzio non interrompe la guerra, non salva vite, non cambia il corso della storia. Si oppone però a ciò che la guerra pretende più di ogni altra cosa: l’oblio rapido, la cancellazione delle vittime, la normalizzazione della violenza.

In questo spazio fragile e marginale, il silenzio diventa allora un atto di resistenza: l’unico possibile in un mondo che non concede parola, ma che proprio per questo non riesce a cancellare del tutto la memoria.


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