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L’educazione al potere: cosa manca alla democrazia

Updated: May 17


di Cosimo Bettoni. Ho pensato tanto al titolo che questo articolo avrebbe dovuto avere: un po' perché è la prima volta che mi capita di presentare ad un pubblico qualcosa di mio, un po' perché non capivo come riassumere questo argomento in poche sintetiche parole.

Solo alla fine ho capito che c'era una strada più facile, quella dell'onestà intellettuale.

In effetti, se ci si trova a scrivere nel XXI secolo di come la democrazia sia un sistema di governo disfunzionale per natura, bisogna necessariamente prepararsi al fatto che non si riuscirà a convincere (quasi) nessuno della propria posizione.

Pertanto io davvero non voglio convincere nessuno di quanto scrivo, ma solo offrire un differente punto di vista, una storia parallela e utopica, perché irrealizzabile nel mondo di oggi e incapace di offrire risposte concrete.


Tentativi di descrivere un’attrazione: il potere

Partiamo da una premessa fondamentale: la storia umana è una narrazione sul potere, e sulla fascinazione che questo è in grado di esercitare su di noi.

Tutti i grandi personaggi del nostro passato, quelli su cui sono stati investiti capitali in inchiostro, sono uomini e donne sedotti/e dal potere.

Questo è una sorta di materiale etereo, che costantemente si muove sopra le nostre teste, ma soprattutto è il conato vitale che ci spinge, talvolta positivamente altre negativamente, a riscattarci dalla nostra condizione di impotenza.

La politica è stata, fin dall'Antichità, il mezzo privilegiato per descrivere il potere: essa è il palcoscenico su cui le grandi narrazioni storiche sono state rappresentate.

Il mondo politico e i suoi abitanti hanno sempre avuto come scopo principale quello di rendere manifesto il dislivello che esiste in tutti i rapporti umani.

I grandi imperi, le antiche aristocrazie, i regni secolari e le istituzioni religiose: tutte queste realtà hanno da sempre costruito delle narrazioni e delle scenografie di se' stesse ben precise, che avevano come principale scopo quello di esaltare, o addirittura divinizzare, il potere del monarca o della carica al vertice.

Cosa se non splendore, magnificenza e solennità esprimevano i rituali da seguire presso l’imperatore bizantino, solo uno dei molti esempi possibili di cariche in grado di creare una circolazione positiva del potere.


Tutto nella realtà imperiale bizantina voleva comunicare continuità e potere, si pensi solamente ad un qualcosa di semplice come i canti pasquali descritti dal sovrano Costantino VII Porfirogenito (944-959 d.C.) nel suo De cerimoniis: << Rinnovati, o Creazione, il Cristo è risorto, celebra le tue feste in gloria del Signore. Il sepolcro è sigillato ma il sole della vita s’è levato ed è apparso negli apostoli, pur essendo state le porte chiuse. Egli infonde loro lo Spirito Santo, attraverso se stesso e dona la pace a tutto l’universo. Il sorgere dell’astro senza tramonto, rinnovella e magnifica la potestà imperiale, come sole raggiante che avanza: oggi a gloria, a vanto, a risveglio dei Romani >> (Costantino VII Porfirogenito 1993: 80).

Questo tipo di linguaggio della magnificenza era poi accompagnato ad una dimensione visiva della maestà, un ambito dove ancora una volta l’autocrazia bizantina ha fatto da maestra, come dimostra lo stupore di Liutprando da Cremona (902-971/972 d.C.) nel VIo libro della sua Antapodosis mentre osserva prostrato il trono imperiale.

<< Al mio arrivo i leoni si misero a ruggire e gli uccelli a cantare...mi chinai tre volte a terra in adorazione dell’imperatore; quando rialzai la testa, lui, che prima avevo visto seduto poco più in alto del suolo, di colpo lo vidi adesso seduto vicino al soffitto, con indosso vesti diverse; e non riuscii a capire come ciò fosse potuto avvenire >> (Liutprando da Cremona 2015: 375).

Era tramite questi elementi rituali e visuali che il potere diveniva uno strumento capace di creare comunità, di rendere omogenea la realtà umana, senza renderla però una macchia uniforme, ma capace di mantenere diverse anime.

Cosa resta di tutto questo nella civiltà democratica di oggi? A parere di chi scrive ben poco purtroppo.

Provate ad immaginare cosa potesse significare per uno straniero arrivare a Roma nel II secolo d.C., per un mercante europeo a Bisanzio nell'XI secolo o per un contadino cinese anche solo allungare la testa per cercare di osservare l'interno della Città Proibita.

Oggi invece nessuna istituzione o capitale di uno Stato democratico è in grado di esprimere questo tipo di solennità, questa forma pura e immensa di fascino.

I politici sono personaggi che nella maggior parte dei casi sono privi di fascino, così come priva di fascino è l'estetica della politica attuale: completi blu o in grigio tetro, abbinati sempre a cravatte, un abbigliamento che non cattura gli occhi, ma che ci spinge solo a pensare di avere di fronte un imprenditore.


Breve storia di un’endemica debolezza

La democrazia del XXI secolo non sembra funzionare per tanti motivi, anche se quello più evidente è legato alla mancanza di educazione politica in chi gestisce il potere, cosa che impedisce di comprendere il concreto funzionamento dei meccanismi di potere.

Una situazione che per gli uomini di ieri sarebbe stata impensabile, come dimostrano svariate opere: il Basilikon Doron di Giacomo VI di Scozia (1566-1625), il De Administrando Imperi di Costantino VII (905-959 d.C.), il De Clementia di Seneca (4 a.C.-65 d.C.), un gruppo a cui potrebbero aggiungere il Della Ragion di Stato di Botero (1544-1617), il Principe di Machiavelli (1469-1517), la Ciropedia di Senofonte (430/425 a.C.-355 a.C.).

Gli uomini del passato ci hanno insomma lasciato una massima: per poter agire in senso politico, si deve essere educati al potere. In questi termini dunque, persino il mio più grande eversore dovrà ammettere che la democrazia ha pietosamente fallito.

Oggi la maggior parte di noi non si rende conto che andare a votare significa affidare un periodo prestabilito del proprio futuro a persone di cui nella maggior parte dei casi non si sa nulla.

Sembra dunque arrivato il momento di farsi questa domanda: è forse la democrazia un sistema di governo possibile solo in piccole realtà, in cui realmente ci può essere una partecipazione attiva di tutta la società?


Nel mondo di oggi è evidente che ciò non è in nessun modo possibile: lavori che ci obbligano a tornare a casa a tarda serata, la gara alla socialità (dove non puoi rimanere assente mai), le mille complicazioni di una realtà che ci richiede di acquisire sempre più abilità e informazioni.

È evidente che lo spazio che resta a disposizione lo si utilizzi per dare sfogo alle nostre passioni, non necessariamente lo impieghiamo per acquisire un'educazione politica (quella che il nostro scadente sistema scolastico non è in grado di impartirci).

La politica di oggi è dunque un paradosso di difficile comprensione: è diventata un passatempo, un hobby coltivato solo da alcuni, che in essa quasi mai vedono una vocazione, ma un intrallazzo. E questo si vede nelle modalità utilizzate dai politici nel loro impiego: pochissima capacità di avere emotività retorica, evidente tendenza al rapportarsi in modo semplicistico alle varie problematicità.

Allo stesso tempo però la politica, o per meglio dire "essere politici" è un dovere del cittadino.

Un dovere che però comincia ad essere percepito come un lavoro pesante, cosa che effettivamente è, in quanto richiede tempo e impegno.

Per ‘’essere politici’’ serve studiare, serve un impegno costante e voglia di approfondire situazioni che tutti i giorni possono evolversi.

Questo è un tipo di dovere che però non tutti vogliono sopportare, ed è qui che si crea il terreno fertile per le grandi narrazioni populistiche che tanto piacciono a molti di noi: ‘’chi è di destra è fascista’’, ‘’chi è di sinistra è comunista’’, ‘’chi è di destra è ignorante’’, ‘’chi è di sinistra è intellettuale’’.


Cosa resta?

Il risultato di tutto questo è l’apatia politica, un male che ha contagiato la maggior parte della popolazione delle democrazie odierne, come dimostrato anche dalla recente campagna elettorale negli Stati Uniti.

Ma come, vi chiederete giustamente, si può definire la campagna presidenziale del 2020 un fallimento? Quando infatti nella storia recente di uno Stato occidentale si era assistito ad una mobilitazione di massa tale per un’elezione?

La verità è che questo apparente esercizio di democrazia è stato il trionfo dell’approssimazione e dell’annichilimento totale delle coscienze: persone spronate a votare un candidato per sentimento demagogico diffuso, valutazioni personali e umane che hanno trasformato la contesa in una rissa degna del miglior film di Sergio Leone, un populismo dilagante a cui si sono appoggiati entrambi i contendenti.

La cosa realmente divertente è che ormai si è in qualche modo preso coscienza di questo modo di fare, di cui ormai non si stupisce più nessuno, anzi, si tratta di eventi sui quali scherzare o da ricordare con un tono quasi affettuoso negli articoli di giornale.

Questi sono segnali di un sistema logoro, incapace (contrariamente a quanto suggerisce Calenda per esempio) di proporre novità in quanto drammaticamente impossibilitato a produrre materialmente delle novità.


A queste problematiche, evidenti a tutti, se ne aggiunge però un'altra, senza dubbio la più drammatica e spaventosa, che potremmo definire (riprendendo un termine proprio della realtà comunale del Medioevo) come "spirito di fazione".

I grandi partiti, molto più oggi che nel secolo scorso, hanno il demerito di dividere la popolazione in fazioni, che in alcun modo possono raggiungere un'intesa, in quanto organismi che vivono solo di nette contrapposizioni l'una con l'altra.

I partiti non sono in grado di proporre un progetto a lungo termine, perché vivono di rifiuti e non di futuro: hanno soldi e non sanno come spenderli, hanno strumenti e non sanno come usarli, hanno materiale umano e non sanno come impiegarlo.

Non so quali possano essere le cure a questi mali, perché come dicevo all’inizio di questo piccolo sfogo, l’unica cosa che posso regalare al mondo sono la mia umanità e le mie utopie, il sogno di una realtà di nuovo compatta, capace di rispettare qualche valore che ancora meriti la definizione di sacro.


La democrazia è stata un sogno, un momento di narcolessia di umanità, che in questi ultimi settant’anni ha cercato di annichilirsi, di rendersi invulnerabile alla ricerca del potere

Abbiamo cercato di fare quello che lo stesso Rousseau aveva ritenuto impossibile, ovvero rendere umano quel governo democratico che il grande filosofo ginevrino aveva indicato come divino.

Se davvero esiste un destino del genere umano, e se davvero questo tende costantemente verso il progresso (chi scrive dubita di ciò, ma sperare è lecito), allora in quanto essere pensati abbiamo il dovere storico di ripensare al funzionamento della politica, di cominciare a valutare nuove modalità di distribuire e utilizzare il potere.

Non siamo ancora arrivati a mezzanotte, ma siamo vicini a quel momento, quello della resa dei conti e delle fratture insanabili.

Siamo vicini a quel tempo in cui le ferite non si rimarginano e le parole non bastano più.

Non voglio arrivare a sostenere che tutto questo sia una verità assoluta, ma voglio solo offrire al mondo la mia prospettiva, che forse è quella di un disilluso con aspirazioni profetiche, o magari, è quella di un disilluso con forti tendenze masochiste determinate da un insaziabile spirito provocatorio.


Testi consigliati

Il testo è scritto come un flusso di coscienza, non ha e non vuole avere la struttura e lo scopo di uno studio o di un articolo scientifico.

Il testo è una mia riflessione personale, che è possibile comprendere meglio tramite la lettura di queste opere che mi hanno portato a queste considerazioni:


- Burke E. Riflessioni sulla rivoluzione in Francia (qualsiasi edizione).

- Chrétien de Troyes, Perceval o il racconto del Graal. (qualsiasi edizione).

- Rousseau J.J. Il contratto sociale. (qualsiasi edizione).

- Machiavelli N. Il principe. (qualsiasi edizione).

- Mosca G. (1970) Storia delle dottrine politiche. Bari: Laterza.

- Pareto V., Mosca G., Michels R., Gramsci A. (2015) Élites: le illusioni della democrazia;

introduzione a cura di Lorenzo Vitelli. Roma: GOG.

- Rousseau J.J. Il contratto sociale. (qualsiasi edizione).

- San Tommaso d’Aquino. De regimine principium. (qualsiasi edizione).

- Seneca L. A. De beneficiis. (qualsiasi edizione).

- Sofocle. Edipo re. (qualsiasi edizione).

- Sofocle. Edipo a Colono. (qualsiasi edizione).

- Tocqueville de A. L’antico regime e la rivoluzione. (qualsiasi edizione).

- Tocqueville de A. La democrazia in America. (qualsiasi edizione).




Bibliografia


- Costantino VII Porfirogenito. (1993). Il libro delle cerimonie. Palermo: Sellerio.

- Liutprando da Cremona. (2015). Antapodosis. Milano: Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori.

Copyright cover image Jacques-Louis David, "L'Incoronazione di Napoleone"



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