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L'estrema destra a lezione di democrazia

Writer: Koinè Journal
Koinè Journal
2 hours ago
4 min read

di Isabella D'Angelo.


Il 30 Gennaio 2026 le opposizioni occupavano la sala stampa della Camera e impedivano lo svolgimento della conferenza organizzata per quel giorno dal leghista – ora futurista – Domenico Furgiuele. Già noto alle cronache come nostalgico, più che nazionalista – lo ricordiamo nel 2024 mimare il simbolo della Decima Mas contro i tricolori sventolati durante la discussione del ddl sull’autonomia –, il deputato aveva infatti invitato gli esponenti del comitato di estrema destra “Remigrazione e Riconquista” a presentare la loro nuova proposta di legge, prenotando la sala per l’evento. Nulla di illegittimo nella forma, tanto da far sembrare illegittimo, invece, il modo in cui le opposizioni erano intervenute a silenziare gli interventi: cantando tutte in coro “Bella Ciao” per sovrapporsi al parlato. Se ci soffermassimo a valutare lo scarto tra forma e sostanza, però, noteremmo come Furgiuele avesse cercato non tanto di riservare uno spazio per la presentazione della proposta sulla remigrazione, quanto di strumentalizzarlo per permettere all’estrema destra di presentarsi, di fatto, in Parlamento. Era proprio questo lo spazio che Pd, M5s e Avs, Costituzione alla mano, dimostravano di non voler, né poter concedere. 


Il 30 Giugno Luca Marsella, leader di Casapound e ora anche di “Remigrazione e Riconquista”, insieme con gli altri rappresentanti del comitato, depositava il triplo delle 50.000 firme richieste per la presentazione delle proposte di legge di iniziativa popolare ma, stavolta, a fermarli non c’era nessuno di coloro che avevano impedito lo svolgimento della conferenza cinque mesi prima


Oggi decretiamo la sconfitta dell’antifascismo. Siamo entrati in Parlamento, abbiamo portato le leggi, la nostra proposta di legge e l’antifascismo oggi muore, finalmente! Ci siamo tolti dalle palle, dai coglioni l’antifascismo: questo il commento “a caldo” rilasciato da Marsella ai giornalisti. I “francesismi” non lasciano certo spazio a fraintendimenti riguardo al significato che si vuole attribuire all’assenza delle opposizioni eppure, a ben vedere, questa stessa assenza cela dietro di sé molto di più. Le opposizioni non mancavano per aver rinunciato a combattere in nome dell’antifascismo e la partita che si vorrebbe risolta a tavolino a favore dell’estrema destra, di fatto, non fa altro che impartire a Marsella e ai suoi una lezione di democrazia


Se l’indebita strumentalizzazione, da parte dell’onorevole Furgiuele, del potere di ciascun deputato di prenotare la sala stampa per conferenze o iniziative comunque legate all’attività parlamentare, legittimava l’intervento delle opposizioni, non sarebbe stato invece legittimo impedire al comitato di depositare la proposta di legge. È responsabilità di ogni parlamentare, infatti, evitare che i mezzi democratici – nel nostro caso, il potere in questione – vengano utilizzati per fini antidemocratici, cioè, nella fattispecie, ammettere in Parlamento realtà politiche che non si riconoscono nell’arco costituzionale, creando un pericoloso precedente. D’altra parte, invece, andare oltre la stretta lettera delle disposizioni del nostro ordinamento non è necessario quando il principio democratico verrebbe comunque ad essere tutelato: il deposito della proposta di legge non fa che dare l’avvio all’iter parlamentare posto a garanzia e protezione del ruolo delle opposizioni.


La democrazia non è un mezzo, o meglio, non è solo un mezzo, quanto piuttosto il fine che si persegue tramite i mezzi a ciò predisposti da un ordinamento che si definisce, appunto, democratico. Ma le tendenze a svuotare il concetto di democrazia liberale, concepito nel dopoguerra in tutta la sua pienezza, risalgono almeno alla caduta del muro di Berlino. Iniziavano allora a svilupparsi quelle correnti di democrazia totalitaria che avrebbero portato a concepire le Costituzioni non più come limite e fondamento, ma solo come limite delle democrazie condannate a rimanere in vita prive del loro fondamento, orfane di un padre e di una madre di cui rimane solo il ricordo. Da lì, il passo verso la definizione di democrazia illiberale è stato breve, fino al punto che, ora, la presenza del metodo elettorale è largamente considerata unica condizione necessaria e sufficiente al riconoscimento di uno Stato democratico.


Se oggi le democrazie sembrano inermi di fronte al rischio di derive autoritarie – pensiamo alla recentissima ascesa di AFD alle amministrative in Sassonia - Anhalt – non è perché rischi del genere siano connaturati, come spesso sentiamo dire, all’idea stessa di democrazia, ma perché abbiamo accettato che le democrazie venissero disarmate dei loro valori fondanti. E allora, per dirla con Nadia Urbinati, il problema della democrazia liberale non è l’autoritarismo, ma la democrazia. 


Quindi, a meno che non si voglia dar ragione a Marsella, ammettendo con lui che l’antifascismo e tutto ciò che porta con sé non siano poi così imprescindibili, urge ricostruire il concetto di democrazia a partire dalla Costituzione: a quel punto sarebbe la logica, più che il diritto, a escludere l’estrema destra dal Parlamento. Un ordinamento che nasce affondando le proprie radici nell’idea di pluralismo non potrebbe mai concedere diritto di cittadinanza a gruppi portatori di ideologie autoritarie, sovversive dell’ordine costituito. Come pressoché tutti i diritti, anche il diritto a rappresentare non può esistere senza limiti, necessari nel caso di specie alla stessa sopravvivenza del sistema. Chiudendo il cerchio, la nostra Costituzione, fondata sul pluralismo, non fa che tradurre “in diritto” il principio di non contraddizione e per questo è così importante.


Ben vengano, in questo senso, le reazioni della società civile posta a presidio ultimo della Carta fondamentale cui abbiamo assistito tra la fine di Agosto e l’inizio di questo mese dopo la pubblicazione per intero del programma elettorale di Futuro Nazionale: dall’appello a Mattarella di giuristi e docenti agli esposti in Procura del Sindacato dei Militari. Ben vengano in un contesto in cui le opposizioni, che si muovano o meno, sembrano restare impantanate nelle sabbie mobili vannacciane in cui se ti dimeni perdi consensi e se non lo fai perdi la faccia. Prestarsi a fare il gioco del generale riportando sul tavolo del dibattito le conquiste politiche e sociali di cinquant’anni fa non ha alcun senso e, dunque, allo stato delle cose, le opposizioni non hanno altra scelta se non quella di tracciare, a partire dagli incontestabili valori della nostra democrazia, l’ancor possibile, seppur difficile, strada dell’alternativa…

 



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