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L'Europa non è MAI uscita dalla guerra

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 13 minutes ago
  • 5 min read

di Ivan Rubino.


Si immagini la storia dell'Unione europea (circoscritta nel suoi confini fisici geografici odierni), se si fissasse come ipotetica data per l’analisi dal 1 D.c  ai tempi nostri, come un immenso oceano in tempesta: le sue acque non hanno mai conosciuto una sorta di calma, si sono sempre lasciate smuovere da venti contrari fra di loro, il respiro stesso del continente, altrimenti chiamate guerre.


Se si scegliesse questa sopracitata data come l’ inizio dell’avventura Europea nel corso della storia, non serve essere esperti in statistica per osservare quanto i conflitti attivi siano stati il paesaggio, lo sfondo, lo scenario, di tutte le azioni perpetuate fino ai giorni prima di essa.

Già prima della nascita di Cristo, Giulio Cesare, con le sue esperte e preparate legioni romane, racconta di calpestare ettari di foreste germaniche, distruggere popoli, farli morire di fame nel loro stesso accampamento, circondanti da corpi defunti amici, corpi vivi nemici.

Nel medioevo i territori venivano controllati con la forza, il sangue, tante piccole gocce che insieme cadono in una cascata, al suolo. Se oggi si può sperare in “cent’anni di pace”, non oso immaginare nell’appartata casa di Petrarca, ad Avignone, che clima si respirava quando si stava aprendo lo scenario totalmente opposto al primo.


La cavalleria Napoleonica, approfittando della destabilizzante condizione della Francia, e dell’Europa, con i primi tsunami rivoluzionari di fine 700, cavalcò l’onda e si impadronì di gran parte di essa.

Non serve essere etichettati come intellettuali, per determinare che, secondo la fredda statistica, un conflitto in sede Europea è probabile come un’onda che si infrange nel mare.

Ufficiosamente fino a prima, ufficialmente fino al 2022, fino ad oggi, nel 2026, il vecchio continente siede  su uno scoglio apparentemente quieto, una vera e propria eccezione storica, quella che gli esperti definiscono la “Lunga Pace” ; tuttavia, nonostante i loro territori non siano assoggettati da una qualche forza nemica, la consapevolezza di una ciclicità degli eventi umani, si è scontrata di petto contro la stretta morsa del tempo, si è trasformata in un’ansia di quelle che potrebbe chiedere come compenso il futuro, che potrebbe accadere qualcosa da un momento all’altro; l’Europa non sta né dormendo, né svegliandosi, come un’anziana signora, dato il suo reverente nome, siede al tavolo dei convintati , ed aspetta solo che arrivino le portate, ma ormai il piatto è servito.

 

Mentre si sorseggia un buon caffè, nel signorile “Barrio de Salamanca”,  a Madrid, mentre i mercatini di natale invadono le vie di Praga , ed ancora, mentre Mario, abitante di Verona, si gode il suo meritato Spritz delle 18, il fuoco e le fiamme che un tempo deturpavano quei territori, ora si sono solo fatti spostare dal vento, nello specifico verso est, che vedono l’Europa dentro conflitti ormai lontani da ciò che possiamo definire “teorico”, come piace tanto agli occidentali: In Ucraina, la guerra di logoramento continua a divorare vite, segnando il ritorno della guerra industriale in grande scala sul suolo europeo; seppur ai confini della materia preminente presa in esame in questo articolo, in Medio Oriente, la frammentazione del potere ha creato una polveriera permanente che influenza i nostri prezzi dell’energia e la nostra percezione di sicurezza.

 

Queste guerre, gli stati Europei, le conoscono bene, ma non le stanno vivendo nella loro quotidianità , ma dallo schermo del proprio telefono, in HD, 4k,  causando un’inevitabile “dissonanza cognitiva”: una guerra di nervi, fatta in trincee immaginarie ,confini fragili, pronti a dissolversi in un attimo; Riesce bene l'azione di fregarsene e andare avanti, con la paura che una possibile escalation ci possa travolgere, come se il ciclone degli eventi non toccasse anche la nostre acque, ma con la paura che un giorno i radar potrebbero rilevate un’anomalia del clima, potrebbe avvertire l’inizio della tempesta.

Se all’esterno i palazzi delle città europee appaiono intatte, se i radar non tracciano stormi di bombardieri sopra le teste dei loro cittadini, sarebbe un errore fatale credere che la guerra sia stata debellata.


Essa ha semplicemente cambiato stato fisico: da solida e pesante come il piombo, un’oggettiva presa di distanza di una qualche Provvidenza divina, è diventata gassosa, inafferrabile , digitale, penetra nelle case sotto forma di segnali elettrici, si è annidata nei sogni trasformandoli in una perenne veglia armata.

Oggi, nel 2026, ogni cittadino Europeo porta la propria guerra in tasca, tutti i giorni, tutto il giorno.

Lo schermo dello smartphone non è più una finestra sul mondo, la possibilità di godere di acqua fresca ad ogni tappa, ma una stretta lente da cui si osserva, terrorizzati o eccitati, il crollo di certezze che credevamo eterne.


Non ci sono caduti sul campo, ma ci sono milioni di “Veterani di guerra” psichici: persone che, pur vivendo nell’abbondanza, soffrono di quella che Byung-Chul Han definisce la “società della stanchezza”: uomini come soldati, colonnelli, generali, che si auto-sferzano, legati a  catene immaginarie, che obbligano a tenere lo sguardo chino, costretti a una performance costante, a una felicità di facciata che nasconde un'esplosione collettiva, una ferita che non sanguina ma che incancrenisce l’anima, le toglie quel soffio che piace tanto a chi detiene ancora qualche speranza.

In questa nuova “guerra interiore”, le battaglie si combattono a colpi di commenti d’odio: lo scontro feroce degli stati, e di chi li abitano, su territori teorici, come la difesa di un’identità, l’appartenenza a una fazione politica, la visione di un futuro climatico quanto più decadente e flebile.

Questi aspetti sono decisivi per le “guerre d’identità”, dove il linguaggio ha mutato la sua funzione da ponte su cui a passare, a trincee ideologiche chiuse in sé stesse.


Ecco il “Paradosso del sopravvissuto”: abbiamo così tanta paura del ritorno del ferro e del fuoco, un ritorno della tempesta dopo la quiete, che abbiamo trasformato la nostra pace in un’attesa collettiva, dove il nemico non è più lo “straniero” oltre il confine, ma il vicino di casa che la pensa diversamente.


Mentre l’anziana signora Europa siede al tavolo, per la cena, sente che l’aria intorno a lei è diventata pesante.

 I suoi figli, fissi sulle sedie, non si guardano più negli occhi;  sono vicini, ma non parlano, anzi, sono pronti a scagliarsi l’uno contro l’altro: per un’idea, per un simbolo, per una parola mal pronunciata.

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