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  • Writer's pictureKoinè Journal

La ludopatia, ma parliamone seriamente


di Riccardo Cuppoletti.


Nell’ultimo mese è stato argomento sulla bocca di moltissimi quello dello scandalo calcioscommesse, le cui indagini hanno coinvolto diversi calciatori italiani e ha portato alle condanne (al momento) di Nicolò Fagioli e Sandro Tonali, in forza rispettivamente alla Juventus e al club inglese del Newcastle (lo scorso anno al Milan, ai tempi della sussistenza dei fatti), i quali dovranno rimanere al di fuori del rettangolo di gioco praticamente fino alla fine della stagione in corso, vedendo infranto anche il sogno della partecipazione all’europeo che l’Italia sarà chiamata a difendere da campione in carica.

 

Non è la prima volta che sul calcio italiano si abbatte una piaga simile, celeberrima la data del 23 marzo 1980, quando alcuni calciatori furono arrestati al termine delle partite Pescara - Lazio e Milan – Torino, e le cose nel corso del tempo non sembrano veramente cambiate: il sospetto che ci siano altri calciatori coinvolti che non siano mai stati “pizzicati” è forte, probabilmente legittimo, sicuramente angosciante per certi versi.

Chiaramente, non solo sportivi facoltosi sono soggetti a questo tipo di problematiche: il vizio del gioco può coinvolgere tutti, indipendentemente dalla disponibilità monetaria e dall’estrazione sociale: esempio perfetto è la coppia formata dal tiktoker Filippo Champagne, fratello del senatore della Lega Massimiliano Romeo, benestante e appartenente alla haute classe meneghina,  che sperpera i suoi soldi tra bottiglie di alcolici costose e casinò di lusso, e dal suo socio Nevio, detto “lo stirato”, ex imprenditore poi finito sul lastrico a causa dei debiti accumulati con le banche e nei centri scommesse.

 

Ospiti ormai abituali nello studio del programma radiofonico “La Zanzara”, condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo in onda dal lunedì al venerdì su Radio 24, i due ludopatici si divertono a provocare (con ottimi risultati, bisogna riconoscerlo) conduttori e seguaci della trasmissione, non proponendosi (ci mancherebbe…) come esempio da seguire per avere una vita emozionante, ma sicuramente difendendo con ferma determinazione il loro status di “malati del gioco” e non disincentivando perciò un approccio superficiale circa la tematica del gioco d’azzardo, in una narrazione che dilaga nelle orecchie di chi ascolta a suon di slogan e tormentoni come “far ballare la fresca”, utilizzato per riferirsi al flusso di denaro in uscita destinato al soddisfacimento del loro bisogno irrefrenabile di mettere a rischio i propri risparmi.

 

Non è certo un caso isolato quello di fare dei propri vizi una virtù. Eppure viene da chiedersi quale possa essere la reazione del pubblico se in quello studio radiofonico fosse stato concesso l’accesso a qualcuno che fosse lì per raccontare la propria storia da tossicodipendente in una chiave quasi epica.

 

La ludopatia, o gioco d’azzardo patologico, è un problema che crea disfunzioni nel cervello umano alla stregua dell’uso di sostanze stupefacenti, che però non sembra essere trattato con la stessa serietà, anzi. Una considerazione che può suonare come una sentenza lapidaria, “stanno solo buttando via i propri soldi”, si potrebbe pensare, ma questa risulterebbe una semplificazione banalizzante di una tematica che merita un po’ più di attenzione. Ma andiamo per gradi.

 

Lungi dal voler fare la morale a proposito dei comportamenti che ognuno è libero di tenere o meno, lo scopo di questo articolo è piuttosto quello di trattare in chiave sociale e scientifica questo argomento per rendere i lettori consapevoli di quello che ci circonda. I calciatori sopra citati sono stati presi a carico da professionisti che li accompagneranno nella ricerca di una soluzione a questa problematica, il che implica un coinvolgimento serio nel circolo vizioso del gioco, seppure qualcuno maliziosamente ancora si diverte a sollevare dubbi sulla validità di diagnosi effettuata, ricordiamolo, da esperti.

 

Un celebre verso di una canzone degli U2, Every breaking wave, recita: every gambler knows that to lose is what you’re really there for, che tradotto farebbe più o meno: “Ogni giocatore d’azzardo sa che perdere è il vero motivo per cui si è lì”.

Ed effettivamente è vero: al giocatore d’azzardo non interessa vincere o perdere, interessa solo l’irrinunciabile brivido della scommessa, e quanto appena detto ha basi scientifiche abbastanza solide da portare, nel 2013, l’inclusione del gioco d’azzardo patologico in una nuova macrosezione denominata dipendenze e disturbi correlati nel DSM-5, il manuale diagnostico dell’ordine degli psicologi, rendendolo di fatto il primo disturbo di dipendenza non collegato all’uso di sostanze, ma prettamente comportamentale.

 

Cosa accade quindi nella testa, e nella vita, di chi è affetto da ludopatia?

Il disturbo da gioco d’azzardo è classificato come un disturbo del controllo degli impulsi, con compromissione del decision making al livello della valutazione rischio/ricompensa.

Solitamente l’approccio al gioco d’azzardo avviene in gioventù e si sviluppa in maniera problematica a distanza di tempo, in età adulta. Si caratterizza per una serie di comportamenti maladattivi (urgenza irrefrenabile nel giocare d’azzardo, irritabilità in caso di tentativo di allontanamento dallo stesso, menzogne riguardo la propria condizione…) accompagnati da una compromissione della qualità della vita nella sfera personale, familiare e sociale, che può portare persino a tentativi di suicidio nei casi più gravi, complici anche i debiti accumulati.

 

Si calcola che una percentuale della popolazione tra il 0.4% e il 2% ne sia affetta. Un’incidenza piuttosto elevata se confrontata con altre dipendenze, al terzo posto dietro solo a quella da alcol e tabacco, spesso coesistenti a quello della ludopatia, così come disturbo d’ansia, depressione e utilizzo di sostanze.

E proprio con quest’ultima dipendenza presenta analogie per quanto riguarda l’azione della dopamina, neurotrasmettitore collegato alla percezione del senso di piacere, e di conseguenza per il comportamento, collegato a questi processi biochimici (in particolare con le anfetamine).

Il nostro cervello, quando affetto da dipendenza, ha bisogno di uno stimolo di intensità sempre maggiore per ottenere il rilascio della stessa quantità di dopamina: è per questo che il ludopatico giocherà una quantità di denaro sempre superiore, non curandosi delle perdite (le quali, anzi, innescheranno un meccanismo comportamentale di avversione alla perdita, che spingerà a giocare ancora per recuperare i soldi persi).

 

Le decisioni poco razionali sono spiegate, e col tempo anche aggravate, da una disfunzione nella produzione della serotonina, alcune delle cui funzioni sono il controllo del comportamento e l’inibizione dell’impulsività, oltre che da un’alterata azione dell’amigdala, deputata al controllo emotivo.

Alcuni farmaci antagonisti degli oppioidi sono risultati efficaci nel trattamento di questa patologia, suggerendo quindi un ulteriore coinvolgimento di altri neurotrasmettitori, e il quadro si complicherebbe ulteriormente se andassimo ad analizzare i fattori di rischio, tra i quali quello genetico (il nostro temperamento) e quello sociale.

 

A tal proposito, è discorso interessante da fare quello che riguarda lo Stato: un organismo combattuto tra il definire il gioco d’azzardo un problema per la società oppure una risorsa per introiti nell’ordine dei miliardi di Euro ogni anno. Sicuramente è nell’interesse statale che la gente giochi, ma che lo faccia anche in maniera responsabile per non doversi trovare a dover pagare le cure di che ne rimane attratto a tal punto da non riuscire ad uscirne, con logoramento del tessuto sociale più prossimo (le relazioni strette).

 

E infatti, proprio a livello sistemico si avverte l’urgenza di un intervento: può essere un esempio la celeberrima piattaforma streaming Twitch, che di recente ha proibito trasmissioni contenenti gioco d’azzardo, quando fino a tempi recenti molti utenti approfittavano di sponsorizzazioni da parte di siti di scommesse, slot e poker online per intrattenere il loro pubblico con questo tipo di contenuti ed avere un ritorno economico che andasse oltre la somma messa sul piatto durante lo show. Il rovescio della medaglia è rappresentato proprio da alcuni di questi streamers, i quali hanno ammesso di giocare anche a telecamera spenta, senza avere più controllo sulla situazione. Una decisione che al netto di quanto appena detto sembra ponderata, e lo è ancor più se consideriamo l’idea che permeava nei milioni di spettatori che trovavano nella piattaforma una sezione dedicata a questo genere di attività.

 

Un plauso va fatto anche alla società della Juventus, che ha deciso di rinnovare il contratto di Fagioli fino al 2026, sebbene debba stare lontano dal calcio giocato fino alla fine della stagione in corso. Avrà inoltre la possibilità di allenarsi regolarmente con la squadra, concessione che fu negata invece in Inghilterra a Ivan Toney, reo dello stesso crimine, il quale si è lamentato pubblicamente di questo provvedimento, definendolo eccessivo ed alienante per uno sportivo di alto livello (ma prima di tutto per un essere umano). Col caso italiano, invece, si è agito pensando anche alla salute mentale del calciatore, evitando lo stigma di una problematica che, al netto delle leggi che la proibiscono, è parte della fragilità umana che accomuna tutti e va accompagnata in un processo di guarigione.

 

Guarigione che è senz’altro possibile, così come per tutte le dipendenze: la terapia d’elezione per questo disturbo è quella cognitivo-comportamentale (talvolta accompagnata dai farmaci precedentemente citati), la quale si pone l’obiettivo di interrompere l’irrazionale flusso di comportamenti associati alla ludopatia, fornendo tecniche per controllare gli stati emotivi negativi legati al distacco dal gioco (ansia, irascibilità…).

È un processo arduo e ad alto rischio di ricaduta: i risultati ottenuti parlano infatti di una buona risposta a breve termine, che però deve essere mantenuta nel tempo. Compito sicuramente non facile per il terapeuta e soprattutto per il paziente.

 

Andando a controllare nel sito dell’Istituto Superiore di Sanità, si può notare che, a seguito di un’intervista effettuata a fine 2021, è stato possibile effettuare una stima rappresentativa della popolazione italiana, indicando come il 37.4% degli italiani abbia giocato d’azzardo nei 12 mesi precedenti, e un 3% della popolazione totale è affetto da ludopatia. I numeri parlano: il disturbo del gioco d’azzardo patologico è una realtà, affrontabile, come per tutte le dipendenze, soprattutto mediante dei piani di prevenzione (i calciatori coinvolti nello scandalo saranno, per dirne una, inviati a fare testimonianza nelle scuole, decisione lungimirante per i benefici che ne trarranno tutti i diretti interessati), i cui costi saranno ampiamente ricompensati in futuro quando si ridurrà drasticamente il numero di persone necessitanti di un aiuto psicologico e/o farmacologico.

Il tutto, chiaramente, senza demonizzare il gioco per chi si concede il piccolo brivido di un “Gratta e vinci”, l’attesa delle partite per una schedina giocata con gli amici o il tentativo del colpaccio alle slot di tanto in tanto: in medio stat virtus. Così come si può “castigare ridendo i costumi”, lasciandosi andare ad un po’ di ironia, senza perdere però di vista il nucleo del discorso: la ludopatia è una dipendenza che merita una certa attenzione, e che ha importanti ripercussioni sulla vita di chi ne è affetto.

 

 

 

 

 

 

Image Copyright: Getty Images

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