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Le basi USA in Italia ai tempi della guerra in Iran. Cosa c'è da sapere?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 18 hours ago
  • 5 min read

di Tommaso Di Ruzza.


Nella cronaca degli ultimi giorni sulla guerra tra Stati Uniti ed Israele contro l’Iran, la seconda in meno di un anno, si è sentito molto spesso parlare di basi militari e del loro utilizzo in merito al conflitto che sta destabilizzando il medioriente, oltre a far esplodere il prezzo del petrolio in tutto il mondo, complice la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dei guardiani della rivoluzione iraniani.

 

E non è certamente un mistero che in giro per il mondo, Europa ed Italia comprese,  ci sia una costellazione di basi militari statunitensi, oltre che della NATO nel caso dei paesi del vecchio continente come l’Italia.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale infatti il nostro paese ha visto la collocazione in simultanea sia di basi NATO che di basi americane in diverse località del proprio territorio. Basi che peraltro, come nel caso di quelle statunitensi, comprendono anche diverse decine di testate nucleari.

 

Attualmente sul territorio italiano, al netto dei quattro centri militari della NATO che si trovano a La Spezia, Roma, Napoli e Taranto, sono presenti circa 120 tra basi ed installazioni a scopo ed utilizzo militare riconducibili agli Stati Uniti, e gestite dai vari corpi militari statunitensi, ovvero Esercito, Marina Militare ed Aeronautica americana.

Nel novero totale di queste basi oltre a quelle di conoscenza accertata, alcune sono basi segrete, mentre altre sono talvolta installazioni di supporto tecnico, in particolare per le telecomunicazioni oppure per gli impianti radar.

Tra le basi americane più rilevanti presenti nel belpaese, non si possono omettere la base aerea di Aviano che è integralmente gestita dalle forze armate americane, esattamente come le basi di Camp Ederle, Gaeta e Sigonella. Ci sono poi le basi di Ghedi e di Camp Darby, entrambe partecipate sia da militari italiani che americani. Proprio ad Aviano e a Ghedi sono presenti alcune decine di ordigni nucleari americani.

 

Sicuramente il dibattito storico sulla diffusione e sulla presenza stessa delle basi militari americane su suolo in italiano è sempre stato presente in Italia, in particolar modo con riferimento al dibattito ormai iniziato da diversi decenni sull’autonomia del nostro paese in ambito geopolitico. Tuttavia con l’inizio del conflitto tra Stati Uniti ed Iran, la questione ha purtroppo acquisito più che mai una rilevanza concreta e fattuale.

La storia delle relazioni internazionali è pressoché univoca nel delineare le ragioni principali della presenza di questa basi sul nostro territorio.

Per comprendere come andarono le cose all’indomani della seconda guerra mondiale basti pensare alle conseguenze che la guerra tra i blocchi, o guerra fredda, ebbe in Europa ed in Italia nel corso della seconda metà del Novecento. L’Italia era geograficamente vicina al Blocco Sovietico, e come se non bastasse ospitava anche nel suo dibattito politico il partito comunista più forte e vicino ai quadri dirigenziali sovietici di tutta europa. Inoltre, seppur con la indimenticabile eccezione della crisi di Sigonella del 1985, l’Italia stessa ha spesso richiesto agli Stati Uniti oltre che alla Nato, di cui gli USA sono di fatto i padroni, lo scudo di difesa militare contro nemici esterni.

 

Questo lo si deve sicuramente sia alla relativamente bassa capacità italiana di autonomia in ambito militare dovuta allo status di stato perdente il secondo conflitto mondiale, sia alla tendenza della classe politica italiana di declinare al ribasso il peso delle spese economiche da destinare alla difesa ed al settore militare nel corso della seconda metà del Novecento, non soltanto attraverso scelte politiche orientate al finanziamento di altri settori indispensabili per la vita dello stato, ma anche sulla cresta dell’orientamento pacifista che ha fortunatamente e onorevolmente investito il paese dopo la fine della seconda guerra mondiale, grazie soprattutto alla Costituzione antifascista e pacifista del 1948.

 

E LA LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE E BILATERALE COSA PREVEDONO A RIGUARDO?

La premessa indispensabile da fare ancor prima di parlare di qualsiasi accordo o pezzo di legislazione in materia di basi militari e loro utilizzo su suolo italiano è che la gran parte degli accordi in questione sono segreti, quindi inaccessibili ai comuni mortali ed al pubblico dei paesi interessati, se non dagli addetti ai lavori e dagli apparati militari e statali, peraltro con le dovute eccezioni. Nonostante questo però, è comunque possibile conoscere nel generico alcune norme e fonti giuridiche di natura bilaterale che disciplinano la presenza e le condizioni di utilizzo delle basi militari sul nostro territorio.

Ci sono dunque diversi riferimenti legislativi che almeno nelle aree di pertinenza generica sono conosciuti, e quindi almeno in piccola parte accessibili al pubblico.

 

Tra questi è utile ricordare l’accordo SOFA, sigla che sta per “Status of forces agreement”, che disciplina lo statuto delle forze armate dell’alleanza atlantica, cioè la NATO, e che risale al 1951.

In realtà questo accordo è definito dagli esperti come un “accordo quadro”, cioè un accordo privo di effettiva applicazione tecnico-concreta e che si limita a delineare i principi generici di fondo della materia di riferimento, dunque poco utile ai fini della comprensione dell’utilizzo delle basi militari straniere su suolo italiano, anche se comunque utile per inquadrare le logiche di fondo dietro al funzionamento della NATO.

 

Ricordiamo che nelle basi straniere a condivisione con il paese estero, in cui quindi è presente sia personale italiano che americano o della Nato ad esempio, la sovranità permane quella dello stato ospitante l’infrastruttura militare, ovvero l’Italia.

Dunque, se andiamo alla ricerca di accordi che nel concreto disciplinino il funzionamento delle operazioni logistiche, disposizioni quantitative sul personale militare, come anche specificazioni infrastrutturali, oppure direttive operative relative alle truppe americane in Italia, allora si deve fare riferimento a due accordi del 1954, ovvero il “Bilateral Infrastructure Agreement” e l’”Air Technical Agreement.

Conosciamo in generale l’ambito di applicazione di questi due trattati, ma come già accennato, non ne conosciamo le disposizioni, in quanto trattati segreti, ovvero coperti dal segreto di stato.

 

Certo è che il dibattito che si apre a questo punto in merito agli accordi militari segreti riguarda proprio l’opportunità dell’utilizzo dello strumento del segreto di stato in merito a questioni tra le più disparate, ma che nel periodo storico particolare e delicato di oggi, riguarda proprio l’impiego delle basi militari su suolo italiano da parte di forze armate straniere, e dunque la liceità degli scopi perseguiti dagli attori militari in questione.

 

Tutto questo assume infatti rilevanza di rango addirittura costituzionale, in quanto l’articolo 11 della costituzione italiana statuisce in modo perentorio e nettissimo il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e come mezzo di offesa alle libertà altrui.

Dal momento che l’utilizzo delle basi militari cristallizzerebbe una fattispecie nel migliore dei casi in gran parte aderente alla creazione di risultati di questo tipo, cioè del tutto vietati dalla carta costituzionale, di sicuro appare immediato come l’esclusione categorica dell’utilizzo delle basi in Italia come piattaforme di attacco dello stato iraniano sia più che sacrosanta.

In effetti il governo italiano, nelle persone dei due ministri competenti in materia ovvero i ministri della difesa e degli esteri Crosetto e Tajani oltreché della premier Giorgia Meloni non hanno ancora mai concesso l’utilizzo di queste basi alle forze statunitensi per scopi offensivi.

La questione scottante infatti sorge a mio avviso in merito all’utilizzo di altro tipo di queste basi, come ad esempio quello di hub logistico o scalo di rifornimento.

È proprio qui che si snoda la parte più interessante del dibattito, ed è proprio qui che diventa difficile quindi separare le ragioni giuridico-oggettive da quelle ideologiche e di schieramento politico.

 

Dopo la presa di posizione coraggiosa del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez sulla questione di cui si è parlato è sicuro però che molti leader europei abbiano avuto un esempio di come ci si possa ricordare alle volte di avere persino una spina dorsale.

Per la nostra Italia, beh.. Bene ma non benissimo.

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