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REPORT, ma seriamente

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 11 minutes ago
  • 3 min read

di Maurizio Blasi.


La tempesta d’agosto su Report arriva provvidenziale: si sposa bene con gli esteri, che i media italiani non hanno mai seguito volentieri, e permette di sfumare sullo sfondo la vita quotidiana di milioni di persone, tra le ferie con la benzina a 2 euro, la sanità pubblica-gratuita-universale che è ormai un ricordo, e la sensazione diffusa di impoverimento generale.

Quella tempesta è lo sbocco naturale per chi ha sempre provato fastidio per le inchieste giornalistiche, grandi e piccole. E ora a meno di un anno dalle elezioni, annusa l’occasione di regolare i conti con il bersaglio grosso:  il giornalismo di inchiesta in rai, a partire da Report ma non solo.


Le scivolate plurime di Ranucci (amicizie sbagliate, biografie auto-incensate, sviste uruguaiane sul caso Minetti) da questo punto di vista tornano utili. Ma nel momento in cui queste diventano involontario strumento per una operazione politica ostile, alla ricerca della Soluzione Finale,  in primo piano non ci va la persona del conduttore, ma l’impianto della trasmissione. Dice bene Milena Gabanelli : “Sia chiara una cosa: i programmi sono fatti da una squadra. Uno da solo non fa niente. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto “.

Dunque il punto è sostenere un impianto comunicativo che considera il giornalismo di inchiesta come un servizio e non come un peso di cui liberarsi.


Dove s’era mai visto che il Presidente del Senato scendesse in campo per chiedere la rimozione di un conduttore e intimare di “non mettercene uno peggiore”? Insomma un nuovo conduttore non venga dall’interno della redazione.

La seconda carica dello stato ignora che questo pressing  vìola sfacciatamente il media freedom act, stringente norma europea, che all’art. 4 recita : “Gli stati membri rispettano le libertà editoriali e l’indipendenza dei fornitori dei media. Gli stati membri non interferiscono con le decisioni editoriali dei fornitori di servizi di media, ne’ tentato di influenzarle”.


Dove s’era mai visto che uno dei quotidiani di Angelucci (parlamentare leghista e re della sanità privata) sparasse in prima pagina i costi dei precari della redazione, nome per nome, facendo finta di confondere il loro compenso reale con il costo rai comprensivo di tutte le spese (trasporti, alloggi, montaggi, riversamenti etc.) ? Quel tabulato finisce in prima pagina ancora con la grafica che s’usa in Rai per la corrispondenza interna. Neanche la decenza di coprire la fonte.


L’intento è quello del linciaggio populista, per colpire i precari di report oltre che il conduttore. Per colpire quanti ancora in Rai resistono, sia pure da posizioni sempre più marginali: ad esempio quella parte di TG1 che contesta pubblicamente il direttore Chiocci quando proclama le sue simpatie meloniane; quella parte di giornalisti che ancora preme perché le prossime assunzioni avvengano per concorso pubblico aperto a tutti i giornalisti, e non per chiamata nominativa.


Quel che va difeso con tenacia è dunque anzitutto un principio: Rai non può cancellare i giornalismi di inchiesta, magari per sostituirli con i soliti salotti della consueta compagnia di giro di commentatori da studio: un genere televisivo a basso costo che commenta i fatti ma non ne scopre di nuovi, non aggiunge conoscenze ma in compenso scandisce le priorità del dibattito politico.


A maggior ragione in un periodo in cui l’Italia è pesantemente inadempiente rispetto a un paio di ottime normative europee: Il già citato EMFA che impone di separare le televisioni pubbliche dai governi, e l’European Digital Services Act, la legge che interviene sull’on-line, previene la disinformazione, esclude i contenuti illegali, impone la identificazione nominativa delle pagine social, ostacola la proliferazione delle fake-news. Non possiamo andare alle prossime elezioni con una pessima legge elettorale e immersi in una notte comunicativa, con le voci di inchiesta depotenziate e con i cittadini esposti nudi e indifesi alle sirene di qualunque campagna social.




Image Copyright: RAI

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