Star Wars: The Mandalorian and Grogu (2026)
- Koinè Journal

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di Vittorio Pigini
Da un tempo lontano lontano...ecco tornare sul grande schermo la magia di Guerre Stellari.
L'ultimo appuntamento fu nel 2019 con L'ascesa di Skywalker, di fatto un'era fa, considerando come il mondo dell'intrattenimento (e non solo) si è completamente stravolto in seguito al fenomeno pandemico. Il 2019 segna anche una sorta di Anno 0 per LucasFilm, inaugurando una nuova rivoluzionaria avventura anche sul piccolo schermo. Dopo serie animate di successo, la leggendaria casa di produzione inizia infatti a mettere a segno anche progetti live-action per esplorare tutti gli angoli reconditi della galassia. Inizia ufficialmente il viaggio di The Mandalorian, la serie targata Disney+ che ha spianato la strada per titoli successivi come Andor, Ahsoka, The Acolyte e molte altre. Ora però, con il 2026, ecco arrivare un nuovo Anno 0, non soltanto per il franchise di Star Wars, ma di fatto per l'intero settore cinematografico. E sì, cara LucasFilm “hai fatto un macello”, ma andiamo con ordine.
Il virgolettato si riferisce infatti a ciò che viene ripetuto allo stesso protagonista di The Mandalorian and Grogu nel film, richiamando danni e distruzione cagionati durante una missione che viene, comunque, portata a termine con successo. Ciò, di fatto, rappresenterebbe un ottimo riassunto per la nuova regia firmata Jon Favreau (Iron Man, Il re leone). Ma che ci fosse qualcosa di strano, lo si intuiva già all'inizio del film. Se c'è uno degli elementi fissi e più caratteristici del franchise cinematografico di Star Wars, questo non può che essere la sua Opening. "Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana..." anticipa infatti sempre il leggendario theme firmato John Williams, se non per gli spin-off Rogue One/Solo che, dal canto loro, riescono comunque a mantenere coerenza con il marchio. Dopo 7 anni di assenza dalle scene, il fan di Star Wars - ed in generale un appassionato di cinema - non vedrebbe l'ora di vivere nuovamente quella emozione sul grande schermo, per quello che resta un doveroso tributo. The Mandalorian and Grogu, invece, butta su schermo un paio di righe in nuovo stile, cercando di riassumere 3 stagioni e mezze di serie tv, ed ecco che entriamo nella questione del “nuovo Anno 0”.
Alla vigila dell'uscita del capitolo, diventa innanzitutto necessario fare ordine in un universo multimediale, come quello di Star Wars, già di per sé estremamente caotico. Le celebri Trilogie si susseguono tra prequel e sequel, i film spin-off si incastrano in alcuni spazi narrativi ben definiti, ma niente che il cinema più commerciale non abbia mai fatto nel corso della sua storia. Marchi come Marvel, Il Signore degli Anelli, Harry Potter e via discorrendo hanno fatto la loro fortuna con capitoli principali poi espansi in altri progetti cinematografici ed arrivare, poi, anche al piccolo schermo. Si sa, in un'epoca sempre più predisposta al cannibalismo commerciale, ogni occasione è buona per estrarre più risorse possibili ed ecco che il franchise di Star Wars si allarga dai fumetti ai videogiochi, dal cinema alle serie tv. Ecco il piccolo schermo, che sarebbe e dovrebbe essere ben distanziato dal grande schermo cinematografico. Questo non per volgari ideologismi tra visioni di Serie A e visioni di Serie B, ma proprio in rispetto di alcune regole scritte e non scritte che vertono su aspetti tecnici, storici, produttivi e distributivi.
Il caso di The Mandalorian and Grogu diventa dunque cruciale per il tema di questa differenziazione, che non poggia tanto su questioni prettamente tecniche (si arriverà anche a quelle), quanto per il concepimento stesso del film in sé. Cinema e Televisione sono infatti media vicini, ma inevitabilmente distanti, facendo riferimento ad elementi quali la profondità di campo, la gestione di interni/esterni, la valenza dei personaggi che sovrasta la forza delle immagini per questioni narrative e molto altro. Una differenza che, di fatto, si è ristretta sempre di più soprattutto negli ultimi anni, con prodotti televisivi che hanno aumentato a dismisura la propria qualità tecnica ed arrivando a visioni di per sé cinematografiche ma sul piccolo schermo. Ma quindi, nel 2026, cosa cambia realmente tra serie tv e cinema?
Tecnica e tecnologica restano infatti aspetti che mutano a seconda del loro tempo, a seconda delle innovazioni e delle trasformazioni. Ma una stella polare dovrà pur esserci e questa potrebbe essere proprio l'identità del prodotto artistico. Riferendosi ovviamente ancora ai grandi franchise, si continua infatti a privilegiare produzione e distribuzione di film che seguono logiche seriali, che vedono nell'attenzione e coinvolgimento del pubblico la causa e non la conseguenza. Nei titoli volgarmente chiamati “commerciali”, il target dello spettatore resta un indicatore fondamentale da seguire nella realizzazione di un film, per un progetto quindi creato e destinato al grande pubblico. Facendo un esempio pratico e di stretta attualità con The Mandalorian and Grogu, Maggio 2026 ha visto infatti il ritorno al cinema di Il diavolo veste Prada, portando sul grande schermo un'operazione che trasuda nostalgia da ogni poro. Un film dunque estremamente “commerciale” che, tuttavia, continua a seguire logiche cinematografiche in qualità di sequel diretto del precedente film, per una nuova storia racchiusa dalla nuova sceneggiatura 120'.
L'etichetta di “film commerciale”, che risponde essenzialmente alla sua mission di conquistare la fetta di mercato più grande possibile, esiste dall'alba del cinema, evolvendosi poi nella definizione di Blockbuster. In questi casi, tuttavia, l'identità cinematografica è rimasta intatta. Anche i film ispirati da serie tv non sono certamente novità del nuovo millennio, dove appunto il prodotto seriale diventa il materiale da cui attingere per una “semplice” sceneggiatura adattata, invece che da un romanzo o altro film. Negli ultimi anni, invece, la linea di demarcazione tra piccolo e grande schermo si sta sbiadendo sempre di più in modalità, di fatto, inedite.
L'universo MCU entra ufficialmente in crisi di idee e di accoglimenti con Endgame, aprendo la porta dimensionale alla confusione digitale (nel senso giuridico di riunione di identità cinematografica e televisiva). Tuttavia, quest'ultimo è un esempio sui generis, in quanto i lungometraggi sono rimasti standalone o sequel di altri titoli cinematografici, con solo alcuni elementi prettamente narrativi (personaggi, condizioni) che, in casi più rari di quanto si pensi, hanno influenzato la loro corsa cinematografica dal piccolo schermo. Con The Mandalorian and Grogu la questione è ben altra, il già citato Anno 0, facendo invece riferimento ad altri esempi quali Peaky Blinders e Downtown Abbey. Questi, infatti, non sfruttano le rispettive serie tv quale ispirazione per una sceneggiatura adattata, ma queste diventano direttamente il presupposto dal quale partire. Arrivare a sedersi in sala, per vedere un nuovo film, richiede un bagaglio culturale fatto di un certo numero di episodi televisivi. La differenza è dunque abissale e “preoccupante”.
Da vero e proprio spirito libero, con una sua identità ed una storia che gli permette di vivere in autonomia, il cinema deve questa volta inevitabilmente piegarsi all'ottenimento di un abbonamento streaming. Qui il cortocircuito diventa incandescente. Una battaglia questa portata avanti fino allo sfinimento da molti esponenti del settore, tra critici, esercenti ed artisti volti a mantenere intatta la differenza tra cinema e televisione, ovvero quella identità di cui sopra. Il cinema è sempre stato infatti “alla portata di tutti”, offrendo la stessa visione – per lo stesso prezzo - allo spettatore a prescindere dalla sua classe sociale, economica, etnica. Lo streaming casalingo, invece, dipende dai più disparati fattori quali costo dell'abbonamento, attrezzatura tecnica tra pc/tv/impianto, connessione internet ecc, dove il servizio offerto ed usufruito per ovvie ragioni è differente di casa in casa.
Questa resta ovviamente una narrazione complessa, con molti “ma” e troppi “dipende”, ma il cuore del discorso, ovvero la dissolvenza di quella linea di demarcazione tra piccolo e grande schermo, resta invariata. Digressioni a parte, si torna infatti al tema principale, ossia il necessario bisogno di possedere un bagaglio culturale televisivo per potersi approcciare ad una visione cinematografica e non viceversa. Estremamente affascinante notare come, un vero precursore del tema che si sta affrontando, sia proprio il “nostro” Boris, arrivato al cinema con il suo personale Film dopo (ed indipendentemente) dalle prime 3 stagioni della serie. Come già accennato, Peaky Blinders e Downtown Abbey sono dunque solo 2 critici esempi di una lista ancora acerba ma che, prossimamente, si arricchirà di altri titoli. Ma allora cosa rende The Mandalorian And Grogu così speciale da diventare un Anno 0?
Se è vero che l'MCU rappresenta un fenomeno pressoché recente, se è vero che le vicende del Tommy Shelby e dell'aristocratica famiglia dello Yorkshire mantengono una certa importanza mediatica e di pubblico, è altrettanto vero che con il marchio Star Wars si tocca un pilastro della storia del cinema, non solo di fantascienza. Assistere alla dissolvenza di questa linea di demarcazione, con un'eredità del genere, deve portare ad inevitabili ed attente riflessioni. Tuttavia queste potrebbero apparire come semplici digressioni ideologiche ma che, invece, entrano concretamente nel merito.
The Mandalorian and Grogu sicuramente riesce a colpire l'occhio, sfruttando al meglio mirati effetti speciali che supportano un'azione comunque vivace e ben diretta da Favreau. Il tutto resta al fantomatico livello di guardia, non presentando riprese particolarmente interessanti né idee visive sorprendenti. La scenografia (spesso e comodamente in modalità screensaver) si spalleggia dunque con ottime costruzioni visive ed artigianali, facendo echeggiare (quella sì) la colonna sonora di Ludwig Göransson. Stiamo parlando ormai di un gigante del settore, con 3 premi Oscar sul comodino di casa pronti a confermarlo. Il compositore di Oppenheimer e del recente Sinners si fa sentire eccome, modernizzando i classici senza tradirli e mantenendo il piglio epic-action con scorrevole e coinvolgente dimestichezza.
Sembrerebbe tutto al suo posto, appunto quella “missione portata a termine” anticipata da inizio recensione, ma i problemi di The Mandalorian and Grogu sono ben altri e vanno direttamente al cuore del discorso. Senza considerare appunto la spada di Damocle di quel bagaglio sopracitato (chi sprovvisto si approccia per la prima volta al legame tra Mando e Grogu), il film rappresenta semplicemente un nuovo episodio della serie, ma portato al cinema. Anzi, sarebbe meglio riferirsi a 2 episodi, con netto ed evidente taglio proprio a metà dei 130', con tanto di cliffhanger. Dal punto di vista narrativo, infatti, una serie tv trova la sua giusta dimensione nell'arco dell'intera stagione. Diventa dunque impossibile poter giudicare una serie da un singolo episodio, così come diventa impossibile giudicare un film solo dal suo primo tempo.
Ecco dunque quel problema critico presente in The Mandalorian and Grogu, portando su schermo un'assoluta piattezza narrativa ed evolutiva dei suoi personaggi. Il protagonista si ritrova così semplicemente a risolvere prima una missione, poi l'altra, nel mezzo belle (?) sparatorie. Arriviamo infine all'elefante della stanza. "Quanto per il pupazzetto?" viene chiesto a Mando da uno dei villain, riferendosi ovviamente all'adorabile creatura celebre come Baby Yoda. Grogu è esteticamente irresistibile, ma la sua funzione si limita solo ed esclusivamente al merchandising. Proprio per tale motivo, Grogu rappresenta di fatto l'incarnazione definitiva di tutto il tema appena affrontato, con la storia del cinema (Star Wars) che è diventata un pupazzetto da vendere. Cara LucasFilm hai fatto dunque un macello e questa no, non è la Via.
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