THE BOYS: supereroi e capitalismo
- Koinè Journal

- 1 day ago
- 5 min read

di Andrea Simone.
Vi siete mai chiesti che cosa accadrebbe se i supereroi esistessero all’interno della nostra società? Dimenticatevi le strade ripulite da un amichevole Spiderman di quartiere o i criminali terrorizzati da un Cavaliere Oscuro, dimenticatevi tutto ciò che per anni avete visto e letto tra film e fumetti. The Boys ci spiega che la parola per descrivere ciò che accadrebbe è una sola: capitalismo.
COME PRENDERSI UN IMPERO
Quando il 26 luglio del 2019 andò in onda su Amazon Prime Video il primo episodio di The Boys in mondovisione, qualcosa cambiò: La Marvel e lo Star System hollywoodiano erano ormai in una crisi profondissima dopo l’apice economico e di pubblico di Avengers Endgame. Il movimento “me too” aveva portato alla luce tutto il marcio delle grandi produzioni cinematografiche. Donald Trump era al suo ultimo anno da presidente degli Stati Uniti, un mandato caratterizzato da scandali, gaffe, accuse di fake news, polarizzazione politica ed enorme sfiducia del popolo nei confronti delle istituzioni. La serie uscì nel momento migliore possibile, un momento in cui il potere, che fosse esso la Marvel o la Casa Bianca, stava crollando. È per questo che le prime tre stagioni risultano le migliori e le più credibili, perché c’era effettivamente del materiale che poteva essere dissacrato con la satira e con la violenza; infatti, The Boys divenne la serie evento del periodo, la più vista dell’anno, ma successivamente avremo modo di vedere come questo in realtà ha sancito l’inizio della fine.
I VERI SUPER
L'elemento forse più realistico di The Boys è il modo in cui vengono trattati i "super": uomini e donne dotati di capacità straordinarie che, invece di essere impiegati per proteggere la popolazione, vengono trasformati in strumenti di potere politico, militare ed economico. Fin dai primi episodi vediamo come l'obiettivo della Vought, la multinazionale che li controlla, sia quello di integrarli all'interno dell'apparato di difesa nazionale statunitense, trattandoli di fatto come armi strategiche. La logica è quella della deterrenza: possedere il super più potente significa poter intimidire i propri avversari e consolidare la propria influenza internazionale. Il risultato è una sorta di corsa agli armamenti in cui ogni potenza cerca di ottenere il proprio supereroe, la propria arma. Se un supereroe muore, invecchia, non è efficiente o semplicemente non ha il giusto appeal o il giusto gradimento mediatico verrà cacciato via, come un giocattolo rotto, per fare posto a un eroe nuovo che soddisfi tutti i requisiti della Vought.
Infatti, è ancora più interessante tutto ciò che ruota attorno a questi individui. La serie immagina un sistema in cui ogni aspetto della loro immagine viene monetizzato: film, videogiochi, spettacoli, campagne pubblicitarie, profili social, interviste, podcast e prodotti di merchandising. È in questo aspetto che emerge il capitalismo che The Boys cerca di criticare, almeno nelle prime stagioni. È una rappresentazione che appare tutt'altro che assurda, soprattutto se osservata attraverso la lente dell'industria dell'intrattenimento contemporanea. In un mondo simile, il valore di un supereroe non dipenderebbe più dalle vite che salva, ma dalla sua capacità di generare attenzione, consenso e profitto. Ed è qui che emerge la domanda più inquietante: quale sarebbe il prezzo di questa trasformazione? I supereroi smetterebbero di essere eroi e diventerebbero celebrità, non troppo diverse dagli attori, dai cantanti, dagli sportivi o dagli influencer di oggi. Con una differenza fondamentale: oltre alla fama, possiedono anche un potere reale e potenzialmente devastante. The Boys mostra come la combinazione tra potere assoluto, culto della personalità e logiche di mercato sia molto più pericolosa di qualsiasi superpotere.
THE BIG MAN IN THE SKY
Il traguardo più difficile, ma anche il più ambito e ricercato, per qualsiasi prodotto audiovisivo e non, è diventare iconico, stampato nel tempo, immortale. The Boys ci è miracolosamente riuscita grazie al personaggio di Homelander (Patriota nella versione italiana), interpretato magistralmente da un Anthony Starr che a tratti, soprattutto nelle ultime stagioni, regge da solo l’intero show. Uno dei personaggi meglio scritti di sempre, disturbante e imprevedibile, proprio per questo rappresentazione del presidente Trump e dell’America come nazione stracolma di violenza e contraddizione.
È agghiacciante assistere ai deliri di un Dio che non vuole semplicemente “distruggere il mondo”, ma ricerca disperatamente solo amore e venerazione; per questo cerca di creare un rapporto con i suoi sostenitori, tenendo discorsi e comizi in cui utilizza una dialettica populista non nuova in questi termini. È proprio il populismo uno dei temi centrali del personaggio e della serie: riflettere su cosa conti di più tra la verità e ciò che la gente crede. Nonostante tutte le atrocità che lui commette nel corso degli episodi riesce sempre ad avere dalla sua parte il supporto di una fetta degli americani, riconducibile alla componente più conservatrice e reazionaria del partito repubblicano, che abbiamo avuto modo di osservare nei fatti di Capitol Hill del 2021, quando Trump senza alcuna prova accusò il congresso di aver truccato le elezioni e ordinò l’assalto dei “suoi”. L’accostamento con Trump era evidente già nelle prime stagioni, ma è nelle ultime che la serie passa dall’essere satira all’essere specchio; ed è forse proprio questo che l’ha penalizzata, il fatto che non sia più così tanto assurda rispetto alla realtà.
LA SOCIETÀ DEGLI ALGORITMI
Un altro elemento in cui la serie sembra aver anticipato la realtà è il modo in cui l'informazione viene strumentalizzata attraverso i social network. Senza entrare nei dettagli della trama, The Boys mostra come contenuti scioccanti o altamente compromettenti possano essere neutralizzati dal flusso continuo dei social e trasformati in meme, fake news, audio manipolati e video virali. La linea tra realtà e farsa si assottiglia progressivamente, fino quasi a scomparire. Uno dei possibili riferimenti è il caso degli Epstein Files: una vicenda così dibattuta, reinterpretata e sommersa da una quantità pressoché infinita di informazioni, opinioni e contro-narrazioni da rendere difficile per molti costruirsi un quadro chiaro della situazione. In realtà, però, il fenomeno va ben oltre un singolo caso. Accade ogni giorno con qualsiasi notizia di grande impatto, dai casi di cronaca nera alle guerre, passando per la politica e i conflitti sociali. Più una società è polarizzata, più diventa vulnerabile; e per dividerla spesso basta privarla di strumenti critici adeguati e spingere gruppi diversi gli uni contro gli altri. The Boys intercetta perfettamente questa dinamica e la porta all'estremo, lasciando però aperta una domanda fondamentale: i veri responsabili sono gli algoritmi o gli utenti che li alimentano?
O MUORI DA EROE...
È ironico pensare che una serie che denuncia le contraddizioni della società americana e la trasformazione dei supereroi in prodotti commerciali sia stata prodotta da Amazon e sia diventata uno dei contenuti simbolo della piattaforma. Eppure, è proprio questo il destino che sembra aver seguito The Boys. Dal punto di vista produttivo e narrativo, la serie è passata dall'essere una corrosiva parodia del genere supereroistico e dell'industria costruita attorno ad esso a diventare, a sua volta, un franchise sempre più ampio, con spin-off, merchandising e un universo narrativo in continua espansione. La sensazione, soprattutto nelle stagioni più recenti, è che l'attenzione si sia progressivamente spostata dalla qualità alla quantità. Anche sul piano tematico qualcosa sembra essere cambiato.
Diversi personaggi appaiono meno funzionali al messaggio originario della serie e più vicini a caricature di sé stessi. A risentirne maggiormente è stato probabilmente Homelander, complice anche una realtà politica americana che negli ultimi anni è diventata sempre più difficile da satirizzare. In alcuni momenti, infatti, gli eventi e la comunicazione politica sembrano aver raggiunto livelli tali da rendere sottile il confine tra la cronaca e la parodia proposta dalla serie. Forse è inevitabile: molte opere nate per criticare il sistema finiscono, col tempo, per esserne assorbite. Forse è proprio questa una delle caratteristiche più efficaci del capitalismo contemporaneo: la capacità di trasformare in prodotto persino ciò che nasce per contestarlo. Per questo la celebre frase di Harvey Dent nel Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan risuona oggi più attuale che mai: "O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo".
Imagine generata con IA




Comments