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Venezia 83, un bilancio del Festival: il nostro reportage

Writer: Koinè Journal
Koinè Journal
4 hours ago
9 min read

di Vittorio Pigini


Sabato 12 Settembre, presso la storica Sala Grande del Lido, sono stati assegnati tutti i premi dell'83esima Mostra del Cinema di Venezia. Si sta facendo riferimento al più antico festival cinematografico del mondo, con gli occhi del panorama internazionale rivolti sui film presentati e non solo. Oltre le eccezionali e deludenti esperienze cinematografiche in sala,  Venezia83 ha avuto davvero molto da dire anche e soprattutto al di fuori dei limiti del grande schermo, se mai questi esistano davvero. Al fine di immergerci al meglio in questa analisi si potrebbe partire proprio dal palmares, per un commento c.d. "filmico" sulle scelte di giuria e rinviando temi più delicati ai prossimi paragrafi.


Iniziamo dal premio più “piccolo”, nel senso proprio di riconoscimento attribuito al Miglior Attore o Attrice emergente del Concorso. Ecco allora che il premio Marcello Mastroianni viene assegnato alla giovane Malou Khebizi, rappresentante in un certo senso dell'intero cast di 15/18, firmato Cédric Kahn. La vittoria era nell'aria tra i corridoi del Lido, non per questo altrettanto ben accolta, considerando la prova di altri giovani interpreti come Furi Nanase e/o Rokka Okada del Look Back di Kore'eda e, soprattutto, Mark Merphy del nuovo film di Shinya Tsukamoto. Se non si considera la vittoria del consolatorio Leoncino d'oro, i due cineastri giapponesi sono tra i più incisivi rimpianti di questo Venezia83, aggiungendosi ad altri autori del calibro di Werner Herzog, Ali Asgari e Danny Boyle rimasti (ingiustamente) a bocca asciutta.


Restando nella categoria delle migliori interpretazioni, il palmares continua con la sacrosanta vittoria della Coppa Volpi maschile di John Malkovich, mettendo momentaneamente da parte il commento su quella femminile. Il nuovo film di Martin McDonagh è stato infatti tra i più travolgenti dell'83esima edizione della Mostra, riuscendo a trovare un'acclamazione unanime che spingerà sicuramente Wild Horse Nine verso l'imminente stagione dei grandi premi del cinema. La coppia formata da John Malkovich e Sam Rockwell ha infatti conquistato il Lido, arrivando ad inscenare fino all'ultimo un vero e proprio testa a testa con il granitico Possible Love di Lee Chang-dong.


Il nuovo film del regista coreano arriva a conquistare il Gran premio della giuria mentre, quello per la Miglior Regia, viene assegnato al sorprendente DAU di Il'ja Chržanovskij. Tra eccellenti ritorni ed affascinanti novità, Venezia83 ha portato sullo schermo grande cinema pronto ad arrivare nelle nostre sale. Fuori dallo spazio filmico, tuttavia e come già accennato, questa edizione ha raccontato anche molto altro.

 

NAZA si prende Venezia



Arriviamo ora all'elefante nella stanza, o almeno al primo degli “elefanti” di questa edizione (Ghost Elephants, citando l'ultimo documentario sempre diretto da Werner Herzog), ma sicuramente a quello più fragoroso. Si sta facendo ovviamente riferimento ai leggendari 25 minuti di standing ovation per NAZA, il nuovo documentario diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già premi Oscar per No Other Land. Quando si tratta di questioni di macropolitica spesso e (mal)volentieri un ruolo determinante lo gioca il potere mediatico, almeno fin dall'alba dei tempi. Una questione diviene di rilevanza internazionale se tutti gli occhi della stampa, dei social e degli esponenti politici mondiali si rivolgono verso quel dato evento. Questo inscena ovviamente il “gioco degli interessi”, siano essi morali o materialmente economici, arrivando anche a distrarre e/o trasferire quella stessa attenzione internazionale verso altre questioni. È un po' il caso del conflitto israelo-palestinese in Occidente, sotto l'occhio del ciclone per anni da quel 7 ottobre 2023 e rimasto un po' nell'ombra nell'ultimo periodo, almeno riferendosi ad una netta differenza di toni, dichiarazioni e manifestazioni su larga scala.


Ad inizio analisi si citava come il Festival di Venezia abbia su di sé tutti gli occhi del panorama internazionale, ed ecco che Gaza torna sotto l'occhio del ciclone. Il film di Yubal Abraham e Rachel Szor, prodotto da Jonathan Glazer (La zona d'interesse) e dal The Guardian, ha travolto la Mostra del Cinema con decine di minuti di standig ovation, con cori e bandiere palestinesi liberate dopo la proiezione in Sala Grande. Formando una dissacrante crasi tra le parole Gaza e Nazi, il documentario NAZA raccoglie 24 testimonianze anonime dell'intelligence e militari israeliani coinvolti nelle varie operazioni di confine. Attraverso dichiarazioni di fonti rimaste per ovvie ragioni anonime, il film ricostruisce i sistemi utilizzati per individuare gli obiettivi e per calcolare in anticipo il numero di civili eliminabili durante gli attacchi. Lo stesso titolo NAZA deriva dall'acronimo militare per contare i morti civili: NeZek Agavi, traducibile con “danno collaterale”, ovvero il numero che verrebbe considerato “tollerabile” prima di autorizzare un attacco. Inevitabili le ripercussioni sul piano geopolitico mondiale, con la risposta del governo israeliano che non ha tardato ad arrivare.


Miki Zohar, attuale Ministro della Cultura e dello Sport israeliano, ha infatti chiesto di revocare la cittadinanza ai due registi, accusati di screditare il Paese “solo per ottenere applausi dagli antisemiti di tutto il mondo”. La minaccia di “tradimento” viene ripresa e rilanciata anche da Itamar Ben-Gvir, leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit e Ministro della sicurezza nazionale, che ha definito i due registi una “vergogna per il popolo israeliano. NAZA ha dunque scatenato una tempesta in un mare già pericolosamente e dolorsamente agitato, riuscendo tuttavia ad accogliere anche un forte sostegno internazionale. In particolare si ricorda la petizione firmata da oltre 200 cineasti a sostegno di Yuval Abraham e Rachel Szor, affermando come “il ruolo centrale dell'arte e del giornalismo sia quello di porre uno specchio di fronte alla società in cui esistono”. Restando poi all'interno della sfera cinematografica, si ricorda come il film abbia conquistato a Venezia il Premio speciale della giuria, ottenendo un'altrettanto speciale ed imminente uscita nelle sale il 28/29/30 Settembre. E, forse, il problema di Venezia83 risiede proprio nell'assegnazione di questo specifico premio che, col senno di poi, resta davvero stretto ad un fenomeno cinematografico e politico di questo calibro.


Maggie Gyllenhaal: la sgraziata “leonessa” di Venezia83



Con il riconoscimento a NAZA si parlava poc'anzi di “problema”, in quanto il Premio speciale della giuria verrebbe considerato solo il terzo in ordine di importanza. Si fa riferimento ovviamente ad una considerazione da parte degli addetti ai lavori, per una tradizione più di “etichetta” che di altro, con ogni premio che acquista un valore indescrivibile per chiunque riesca a vincerlo. Sta di fatto che, mentre gli altri premi vengono indirizzati a singoli soggetti (Attore/Attrice, Sceneggiatore/Sceneggiatrice, Regista), il Festival di Venezia presenta 3 premi da riconoscere al Film nella sua interezza, costituendo di fatto quelli più importanti.


Sempre con riferimento alla già citata tradizione, si forma una scala di valore con il Leone d'Oro, il Premio della Giuria (il “Leone d'Argento”) e, per ultimo, il Premio Speciale della Giuria. Istituito nel 2013 (identificando con la sua "giovane età" un'importanza storica minore), il "Leone di Bronzo" viene infatti tendenzialmente assegnato a progetti che, sebbene non abbiano conquistato “cinematograficamente” la Giuria, portino con sé un valore aggiunto impossibile da non considerare. Fin qui non ci sarebbero dunque molte critiche da rivolgere alla vittoria di questo premio per NAZA, se non fosse per la scelta finale sul Leone d'Oro. La presidente di Giuria Maggie Gyllenhaal si ritrova infatti a premiare con il massimo premio Woman Unknown, il film diretto dall'unica regista donna in Concorso, e qui qualche considerazione occorre farla. I pesanti punti critici arrivano già alla vigilia, con la scelta da parte della Direzione Artistica di includere un solo film diretto da una regista nel Concorso.


Si tratta di una decisione inammissibile nel 2026, non soltanto in virtù di sano attivismo sociale, ma per una considerazione all'atto pratico, ricordando quante autrici di altissimo livello ci siano oggi in campo internazionale (Kathryn Bigelow, Alice Rohrwacher, Justine Triet e troppe altre, giusto per citare qualche nome). Resta così difficile, se non impossibile, credere che non siano arrivate proposte superiori ad alcuni (pessimi) titoli arrivati in Concorso a Venezia83. La condizione di “quota rosa” rende inevitabilmente più fragorosa la vittoria del primo premio, con Woman Unknown che non è certo un pessimo film, ma lontano (anni luce) da altri titoli come il già citato Wild Horse Nine. La scelta da parte della Gyllenhaal, senza dichiarazioni che possano tenere, resta solo ed esclusivamente una scelta politica, in virtù di una forma di attivismo femminista che reca solo danni alla nobile ed indispensabile causa nel mostrarsi così “sfacciata” e sgraziata.


Il film diretto dalla danese Mayy al-Tukhi, infatti, non ha “solo” vinto il Leone d'Oro, ma ha anche infranto una regola (scritta e non scritta) della Mostra del Cinema. Ad uscire vincitrice è anche la poco discussa prova da protagonista di Mathilde Arcel, che vince la Coppa Volpi femminile grazie ad un'intensa performance. E qui, quello che poteva essere un sospetto sulla scelta politica della Giuria, acquista un valore alquanto solidificato. Sì perché, come riportato dal Regolamento Ufficiale: “uno stesso film non può ricevere che uno solo dei premi previsti dal presente Regolamento. In via eccezionale e in un solo caso, sentito il parere del Direttore della Mostra, la Giuria potrà premiare con la Coppa Volpi o con il Premio Marcello Mastroianni anche un attore o un’attrice di un film che abbia già ottenuto uno degli altri premi previsti dal Regolamento. Nel caso che l’abbinamento riguardi il film insignito con il Leone d’oro, è richiesto che la decisione sia espressa con voto unanime di tutta la Giuria.”. Ora, considerando i grandi esempi di cinema presenti in Concorso (come Possible Love e Wild Horse Nine) ed altri titoli dal fondamentale valore intrinseco (NAZA su tutti), appare piuttosto impensabile che una visione come quella di Woman Unknown abbia richiesto tale sforzo burocratico.


L'Estranea del cinema mondiale


Lo scandalo (di questo si sta parlando) della vittoria del Leone d'Oro di Woman Unknown, il fragoroso impatto di NAZA ed il commento sugli altri film del Concorso hanno tuttavia in comune un unico denominatore. Dov'è il cinema italiano? Nonostante il Festival di Venezia sia da sempre una grande vetrina internazionale, è altrettanto vero come la componente del nostro Paese (considerando Direzione Artistica, critica e pubblico) rappresenti la fetta maggioritaria presente. Eppure la nostra idea filmica scompare completamente dal palmares di Venezia83, ricordando rare eccezioni anche delle scorse edizioni, arrivando all'ultima vittoria italiana del Leone d'Oro ben 13 anni fa con Sacro GRA.


In generale, i “grandi” titoli italiani presenti a Venezia83 (sia in Concorso sia Fuori) sono stati mal digeriti da pubblico e critica, spesso facendo riferimento al reiterato e stanco avanzamento di carriera di molti cineasti (Nanni Moretti, Gianni Amelio e Mario Martone giusto per fare qualche nome). Mentre vengono restaurati in Venezia Classici titoli come Brutti, sporchi e cattivi e Viaggio in Italia, non facciamo altro che guardare al passato, con The Echo Chamber di Andrea Pallaoro massacrato anche e soprattutto in virtù del suo scomodo collegamento con Bernardo Bertolucci. Quali sono stati allora i film italiani più apprezzati dal Lido se ci sono stati? Tolto il bel lavoro di Il fuoco che ti porti dentro, 6° lungometraggio in 15 anni di carriera per un “piccolo veterano” come Edoardo De Angelis, a colpire critica e pubblico sono state (ancora) le nuove leve.


Serpenti di Roberto De Paolis, Una storia di Anna Foglietta, I figli della scimmia di Tommaso Landucci e poche altre sono state infatti le “sbandierate tricolori” più affascinanti di questa edizione, con un altro “nuovo arrivato” che fa ruotare attorno a sé una dispersiva analisi sullo stato cinematografico attuale in Italia. Stiamo ovviamente parlando di Paolo Strippoli, regista di L'Estranea con Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano arrivato in Concorso a Venezia83. Il nuovo film del regista di Piove e La valle dei sorrisi si è rivelato una sorpresa, che sorpresa in realtà non è per coloro che seguono ormai da anni il lavoro dell'autore pugliese. Nonostante infatti si tratti del suo 4° film (3° da solista dopo l'esordio con A Classic Horror Story), il nome di Paolo Strippoli trova ancora fatica a sfondare la linea del mainstream, almeno per quanto riguarda una soglia d'età ben definita. Mentre la “nuova critica” ha infatti lodato L'estranea, quelli con più anni alle spalle lo hanno praticamente stroncato o quasi, creando uno spaccato generazionale non indifferente.


Ciò si riversa inevitabilmente sulla stagione dei premi e, per causa e conseguenza, anche sulle scelte produttive dei nuovi film da portare in sala, per un'articolata macchina di lavoro dove quella “nuova critica” resta completamente fuori. Si diceva poc'anzi come in Italia non facciamo altro che guardare al passato, conservare quel confortevole ed intoccabile status quo che impedisce la crescita del nostro settore. Ecco allora che cineasti come Nanni Moretti, Pupi Avati, Dario Argento, Gianni Amelio e davvero moltissimi altri continuano a raccogliere (immotivati) consensi ed appoggi di casta mentre, autori come Paolo Strippoli, Gabriele Mainetti, Giulia Steigerwalt e molti altri continuano costantemente a lottare contro i mulini a vento.


In questa analisi nemmeno ci azzardiamo a tirare fuori lo spauracchio del cinema di genere”, un immediato harakiri. All'interno della desolante offerta cinematografica italiana l'horror viene perennemente messo da parte, con il western, la fantascienza e l'animazione che sono inesistenti, dando via libera a commedie (poco all'italiana), drammoni televisivi e tanti costumi storici rimasti in magazzino da sfoggiare. Alle solite facce di registi e cast, ai soliti generi e alle solite polemiche ovviamente si aggiungono le eccezioni che, per loro natura, eccezioni restano a confermare la regola. In attesa di un (ormai utopico) cambiamento strutturale e sistematico all'interno dell'industria cinema del nostro Paese, tanto ai “piani alti” quanto alla ricezione del pubblico, l'Italia continuerà ad essere L'Estranea del cinema mondiale.



Image Copyright: onoffmag - Vanity Fair















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