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25 NOVEMBRE - La necessità di riconoscere la violenza di genere

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 5 days ago
  • 15 min read
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La Redazione di Fuori Rotta.


COS'È  LA PIRMIDE DELLA VIOLENZA DI GENERE? 

di Lucrezia Passarelli

 

Il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne, la quale viene definita, secondo l'art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne, come " […]  ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà”.

Risulta chiaro, quindi, che la violenza della quale parliamo è perpetrata contro uno specifico genere,  l'essere donna diventa l'elemento imprescindibile di analisi della violenza di genere. I termini “violenza contro le donne” e “violenza di genere” diventano spesso intercambiabili proprio in virtù del fatto che tale violenza sia perpetrata principalmente dagli uomini a danno delle donne a causa di una diffusa cultura patriarcale che permea la nostra società. (Ciò non significa che gli uomini non subiscano violenza anche dalle donne, ma i fenomeni hanno una portata e una visibilità diversa sempre a causa della cultura patriarcale che rende spesso poco visibile tale tipo di violenza).

 

Diventa allora fondamentale parlare di violenza di genere per poterla combattere, ma per fare ciò è necessario saperla anche riconoscere.

Ciò non può avvenire in maniera efficace se consideriamo violenza solo l'atto estremo che determina la morte della donna, il femminicidio, il quale è solo la punta dell'iceberg.

É necessario, al contrario, guardare a tutte le pratiche che sorreggono (e in alcuni casi anticipano) il femminicidio e per fare ciò diventa indispensabile parlare della “piramide della violenza di genere”.

 

La piramide della violenza di genere è la struttura che descrive le diverse sfumature della violenza. All'apice vi è il femminicidio, sorretto dai successivi livelli inferiori (in ordine decrescente): violenza esplicita (stupro, violenza sessuale), riduzione dell'autonomia (violenza psicologica, violenza economica), sottomissione (stalking, molestie sessuali) e infine, alla base della piramide, la normalizzazione (linguaggio sessista, catcalling).

 

Per combattere la violenza di genere, allora, non possiamo solo fare la conta delle donne uccise per mano degli uomini che dicevano di amarle e non possiamo dare vita solo a leggi punitive che non si occupano della prevenzione, ma è necessario mettere in discussione tutto il sistema patriarcale che viene alimentato a partire dalla normalizzazione della violenza.

 


ANATOMIA DELLA CECITÀ  DI MASSA: COME LA NORMALIZZAZIONE ALIMENTA LA VIOLENZA DI GENERE 

di Emanuela Francesca Carbone

 

Normalizzare: le fondamenta della piramide.

La normalizzazione della violenza di genere si configura come un processo di cecità progressiva, un lento declinare della percezione collettiva che si adatta a ciò che non dovrebbe mai apparire ordinario.

Le espressioni di sessismo, i rigurgiti denigratori di colpevolizzazione delle vittime, le sentenze di vergogna sputate su chi non si conforma alle aspettative sociali sulla sessualità e l’uso di un linguaggio ipersessualizzante e sminuente, si inseriscono nel tessuto della vita sociale come elementi apparentemente marginali e, per questo, quasi invisibili. La loro forza non risiede nell’impatto immediato, bensì nella capacità di confondersi con l’abitudine, assumendo la forma di un rumore di fondo che raramente si impara ad ascoltare.


Le forme di discriminazione: dal linguaggio al giudizio sociale

Esempi concreti di questa dinamica si trovano in episodi quotidiani: i commenti espliciti sul luogo di lavoro, trattati come battute innocue, sono emblema di linguaggio sessista, gli articoli di giornale che insinuano colpevolezza nelle vittime di violenza e di femminicidio, “ha bevuto, ha provocato”, rientrano a pieno titolo nel victim blaming, così come tutte le sentenze giudiziarie che minimizzano le aggressioni perché “mancavano prove di resistenza”. Legato a questa dinamica c’è anche lo slut shaming, evidente quando la vita privata, l’abbigliamento, le opinioni delle donne vengono utilizzati per giudicarle o umiliarle pubblicamente, perché “se si veste, parla, agisce così, allora se l’è cercata”.


Consapevolezza femminile e cecità culturale

La collettività femminile percepisce da tempo le sfumature di questa cecità: le riconosce nel quotidiano, le nomina, le interpreta come segnali di una struttura più ampia e stratificata. È una lucidità maturata nel vivere diretto delle disuguaglianze, un sapere che non deriva da astrazioni teoriche, ma dall’esperienza concreta e reiterata. Ciò che manca è un analogo grado di consapevolezza nella controparte maschile, non per mancanza di volontà, ma per l’effetto di una tradizione culturale che ha insegnato a non vedere, a minimizzare, a distogliere lo sguardo.


Rieducare lo sguardo: il linguaggio come terreno di responsabilità

Da qui emerge l’urgenza di un’educazione al rispetto e alla sensibilità che inizi dalle fondamenta: dalla revisione del linguaggio, dall’attenzione alle micro-espressioni che plasmano il modo di percepire l’altro, dalla capacità di interrogare i propri automatismi prima che diventino norma. Perché una società può anche continuare a funzionare in uno stato di cecità, ma lo farà guidata dall’inerzia, non dalla responsabilità. E allora la domanda, inevitabile, riguarda la nostra capacità collettiva di vedere: quanto dello spettro della violenza di genere sopravvive solo perché un’intera porzione della società ha imparato a non guardarlo? E ancora: quali consuetudini continuiamo a considerare innocue semplicemente perché ci siamo assuefatti alla loro presenza?

Cosa continuiamo a non vedere?


Rendere visibili queste opacità culturali significa recuperare una forma di vista morale, sottrarre la quotidianità all’indistinto e ricostruire il senso stesso della relazione. È un invito a riconoscere che la trasformazione sociale non può radicarsi dove lo sguardo resta opaco: solo quando la cecità viene interrotta diventa possibile immaginare una cultura finalmente capace di vedere — e quindi di cambiare.


Ogni 25 novembre ci presenta il conto delle conseguenze di questa cecità: un macabro bilancio di donne che denunciano senza essere credute, di violenze evitabili e sottovalutate, responsabilità disperse.


Per questo il 25 novembre non può diventare un rito consolatorio, non è un giorno in cui alleggerire la coscienza collettiva, bensì quello in cui interrogarsi su cosa non funziona: normalizzare non è un semplice errore percettivo, ma un sintomo endemico che prepara il terreno all’atto finale della violenza.

Continuare a non vedere significa, inevitabilmente, continuare a permettere.

 

 

LA SOTTOMISSIONE 

di Cecilia Isidori

 

La “progressiva cecità collettiva” non è terreno fertile solo per la normalizzazione di un linguaggio sessista, sessualizzante e colpevolizzante, ma anche per il radicamento di uno status quo di sottomissione nei confronti del genere maschile cui le donne sembrano essere inevitabilmente destinate dalla nascita. Non siamo più nel campo di quella discriminazione latente, che si nutre di parole, di modi di dire, di domande, di insinuazioni, ma in quello degli atti persecutori e delle aggressioni dirette che mirano a schiacciare e controllare la donna, rimarcando il suo eterno destino di oggetto passivo d’abuso e manipolazione, mai soggetto autonomo.

 

L’intimità violata: la condivisione non consensuale di materiale intimo

Se mi lasci, ti rovino.” “Vediamo come le spieghi queste foto ai tuoi colleghi, alla tua famiglia.” “Chissà cosa diranno di te quando vedranno chi sei realmente.”

 

Uno degli attacchi più subdoli alla dignità e alla libertà della donna si consuma con la condivisione non consensuale di materiale intimo (c.d revenge porn). L’intimità, prezioso baluardo della sfera privata e individuale, viene tradita e data in pasto al pubblico ludibrio per esercitare vendetta, umiliazione e controllo. In molti casi, non c’è niente da vendicare, ma le immagini diventano strumento per rimarcare che quella donna, quel corpo sono totalmente a disposizione dell’uomo - compagno, marito, amico, che sia - che possiede quel materiale. La diffusione di immagini o video sessualmente espliciti senza consenso è un atto di violenza psicologica e sociale di inaudita gravità, capace di distruggere reputazioni, relazioni, vite intere.


Ma soprattutto, è quel fenomeno che ci costringe a fare i conti con il grande leitmotiv della cultura patriarcale: le donne non esistono. Sono corpi disponibili a libero uso e consumo maschile, trofei da esibire, oggetti da denigrare, da condividere con gli altri uomini- come hanno dimostrato i gruppi Facebook e Telegram denunciati negli ultimi tempi e composti da migliaia di utenti - per punire collettivamente o per fungere da strumento di sfogo di violente e volgari perversioni sessuali.

 

La Persecuzione: Stalking come Negazione della Libertà

“In fondo ti ama così tanto che non riesce a lasciarti andare” “Non esagerare, è solo un po' insistente. E poi tu non sei stata chiara, gli hai dato modo di crederci.”

 

Parte del sistema di sottomissione è la persecuzione fisica e virtuale. Rientrano nello stalking quei comportamenti assillanti, composti di minacce e molestie ripetute, che minano la tranquillità e la sicurezza della vittima, costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita. Questa coercizione costante, spesso perpetrata da ex partner, si basa sulla negazione del diritto della donna di decidere autonomamente sul proprio futuro.

 

Lo schema è il medesimo: la donna non ha disponibilità della propria vita. Quando stabilisce limiti e confini, questi vengono violentemente violati. Troppo spesso non adeguatamente e tempestivamente tutelata, la donna è costretta a cambiare abitudini, a non uscire da sola: è sottomessa alla presenza di un uomo che la tormenta perché non riesce a possederla.

 

Il Controllo Territoriale: La Sottovalutata Violenza del Catcalling

“Dovresti sentirti lusingata per le attenzioni che ricevi” “Sono solo ragazzi che scherzano, non fare l’esagerata. Hai le tue cose?” “Non puoi mica essere offesa per un fischio, in fondo ti hanno solo fatto un complimento.”

 

La forma di sottomissione più sottovalutata è probabilmente il catcalling, ovvero le molestie verbali di strada. Sebbene a lungo e ancora troppo spesso derubricate a semplici "complimenti" o "goliardia", queste espressioni non richieste, sessualizzanti e intimidatorie rappresentano una forma di controllo territoriale sul corpo femminile nello spazio pubblico. Non si tratta di ammirazione, ma di un'affermazione di potere che rimarca l'oggettificazione della donna e il senso di insicurezza in cui è condannata a vivere. Di nuovo: la donna non è un soggetto libero esistere nello spazio. Deve ricordarsi sempre che, in ogni spazio, un uomo, tanti uomini, sconosciuti, anche solo per il tempo di un fischio, stanno possedendo il suo corpo. È sottomessa a loro.

 

L'Affermazione di Dominio: Le Violenze Sessuali

"Perché non hai reagito? Se avessi voluto davvero, lo avresti respinto.” "Perché eri lì a quell’ora da sola? Te la sei proprio andata a cercare.” “Se hai accettato di tornare a casa sua, evidentemente qualcosa lo volevi fare. Ora non puoi fare la vittima”

 

L'atto di sottomissione più eclatante e distruttivo è la violenza sessuale. Qui, il corpo della donna è violentemente trasformato, è un oggetto su cui l’uomo sfoga in maniera assoluta il suo potere. La violenza sessuale non riguarda il desiderio, l’istinto ma l'affermazione brutale di dominio.

 

Riguarda l’incapacità di considerare la donna un soggetto di disporre liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, l’’incapacità di rispettare limiti e confini, di non vendicarsi per forza e con la forza di un rifiuto. Non c’è niente da dare o concedere, è essenziale capire che le relazioni sono fatte da soggettività che si incontrano e si uniscono nel rispetto dei propri limiti e desideri. Nessuno è oggetto di desiderio ma siamo tutti, al massimo, soggetti con desideri.


L’educazione: strumento per tornare a vedere

La Sottomissione, dunque, non è un evento isolato, ma l'espressione più cruda di una cultura che ancora legittima la coercizione sul corpo e sulla vita delle donne. Una problematica complessa che richiede un approccio multifattoriale e non può essere risolta con la repressione: rafforzare o creare nuovi strumenti di tutela legale non è sufficiente e, forse, neanche del tutto auspicabile. Il diritto penale è e dovrà sempre essere la nostra extrema ratio. L’impegno collettivo per costruire un solido sistema di educazione affettiva e sessuale, invece, è e dovrà essere lo strumento con cui la nostra collettività decide che, davvero e per sempre, “non una di meno”.

 

LA RIDUZIONE DELL'AUTONOMIA 

di Sofia Lazzarini


Anche la mancanza di potere e di autonomia è una forma di violenza di genere. Il sistema patriarcale, perché di questo stiamo ancora parlando, ha mantenuto e consolidato il proprio potere nei secoli attraverso molteplici strategie: non solo esercitando violenze fisiche e manifeste, ma anche controllando, limitando e regolando il corpo delle donne, le loro opportunità economico-sociali e lavora ve. Al di so o della punta dell’iceberg si nascondono, infatti , ulteriori forme di soprusi e violenze sistema che, spesso difficili da riconoscere, ma altrettanto pervasive.

 

Analizziamone brevemente due: il controllo e la gestione dei corpi delle donne, delle loro scelte riproduttive e sessuali, e la loro autonomia economico-lavora va diseguale rispetto agli uomini. Già negli anni ’70, le femministe avevano individuato proprio nella limitazione di questi poteri e diritti LA “mala a” del proprio genere. Si urlava nei megafoni: “Noi lo amo per costruire il nostro potere di star bene. Per noi star bene significa essere padrone della nostra vita, riappropriarci del nostro corpo, tempo, spazio” (Centro per la Salute della Donna, Padova, 1976).

 

Non garantire la possibilità di decidere se avere o meno un figlio, di vivere liberamente la propria vita e sessualità, di disporre dei propri soldi o di veder riconosciuto l’incessante lavoro domestico e di cura nella famiglia, sono ancora oggi, come allora, forme di violenza. Nonostante l’introduzione della Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (1978) o di quella sul divorzio qua ro anni prima, molte donne sceglierebbero di abortire ma non possono farlo ovunque; molte donne vorrebbero lavorare, ricevendo un compenso equo e senza discriminazioni, ma devono richiedere il part-time per dedicarsi al lavoro di cura nella famiglia; troppe donne desidererebbero separarsi o allontanarsi da partner violenti e vengono invece controllate, limitate e, in tanti, troppi casi, uccise (89 i femminicidi dall’inizio del 2025 oggi).

 

Come cinquant’anni le donne e femministe si sono unite per la propria liberazione e auto determinazione in molteplici ambi , anche oggi la denuncia delle violenze di genere deve passare attraverso l’analisi di ogni forma, esplicita o meno, di controllo e sopraffazione. Perché, sebbene alcuni diritti fondamentali siano sta formalmente conquista , la loro applicazione resta spesso diseguale e incerta all’interno di una società ancora fortemente patriarcale. Le donne “muoiono” anche per il linguaggio sessista normalizzato, per il controllo sui loro corpi e sulla loro riproduttività, per le violenze psicologiche, per le possibilità lavorative e le disponibilità economiche diseguali…il 25 novembre, come ogni giorno.

 

LA VIOLENZA SESSUALE È UN ATTO DI POTERE 

di Denise Capriotti

 

La violenza sessuale non è un fatto isolato

La violenza sessuale è spesso raccontata come un fatto di cronaca nera, confinata nelle pagine che si sfogliano con un misto di indignazione e distanza. Ma ridurla a un episodio isolato significa ignorare la struttura che la rende possibile: una cultura che ancora oggi considera il corpo femminile - e, più in generale, il corpo dell’altro - un terreno su cui esercitare potere. La violenza sessuale non nasce dal desiderio, ma dal dominio. È un gesto politico, anche quando non lo sembra: un modo di riaffermare gerarchie che la società fatica a mettere in discussione. Lo si vede nel modo in cui vengono trattate le vittime - ancora spesso giudicate, analizzate, colpevolizzate - e nel modo in cui si tende a cercare “cause” o “attenuanti” che non esistono. Ogni domanda sulla condotta della vittima è un tassello in più in quella piramide che permette alla violenza di restare invisibile.

 

Cosa ci dicono i dati?

Secondo l’ISTAT, nel primo trimestre del 2025 il numero di chiamate al numero verde antiviolenza 1522 è stato di 14.011, nonostante un calo del 16,2% rispetto al trimestre precedente.

Nel 2024, il numero di segnalazioni complessive al 1522 è aumentato, superando le 16.000 richieste di aiuto e registrando un tasso di 53,6 chiamate ogni 100.000 donne, in crescita rispetto al 2023.

L’ISTAT rileva che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della vita violenza fisica o sessuale, mentre il 21% di loro ha subito violenza sessuale.

Nel report al Q1 2025, la forma più segnalata è la violenza fisica (39,8%), seguita da quella psicologica (33,8%); e circa il 75% delle vittime che chiama il 1522 non denuncia il fatto alle autorità competenti.

Infine, secondo dati della Polizia criminale, nel 2024 i casi di violenza sessuale denunciati sono stati 6.587, con il 91% delle vittime di genere femminile.

 

Una svolta normativa: il consenso entra nel codice penale

Forse, però, un primo passo concreto è stato fatto il 12 novembre 2025.

In quella data, la “mancanza di consenso libero e attuale” è entrata ufficialmente nel reato di violenza sessuale: una novità normativa introdotta con un emendamento bipartisan approvato all’unanimità dalla Commissione Giustizia della Camera, nell’esame del disegno di legge per la modifica dell’articolo 609-bis del codice penale. L’emendamento, presentato dalle relatrici Michela Di Biase (Pd) e Carolina Varchi (FdI), è il risultato di una trattativa che ha coinvolto anche le leader dei due partiti, Elly Schlein e la premier Giorgia Meloni.


Secondo il nuovo testo: “chiunque compie o fa compiere atti sessuali a un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni.” La stessa pena è prevista per “chi costringe taluno a compiere o subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, ovvero chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto, o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.” Nei casi di minore gravità, la pena può essere diminuita fino a due terzi.

 

La legge non basta: serve una rivoluzione culturale.

Non serve più dimostrare violenza o minaccia: l’assenza di consenso diventa, di per sé, reato. Silenzio, immobilità o passività non potranno più essere interpretati come forme di assenso.

È una svolta di portata storica, che allinea finalmente l’Italia ai principi europei e garantisce una tutela più chiara e inequivocabile per le vittime di violenza sessuale.

Eppure, anche di fronte a questa svolta legislativa, resta evidente che la legge da sola non basta.


Combattere la violenza sessuale richiede molto più di norme o sanzioni: serve un cambiamento profondo nella cultura del consenso e del rispetto. Serve educazione sessuo-affettiva nelle scuole, un linguaggio responsabile nei media e la consapevolezza, condivisa e quotidiana, che il corpo di una persona non è mai un diritto da rivendicare, ma uno spazio inviolabile da rispettare. Perché quando il corpo diventa terreno di conquista, il passo successivo è la negazione totale della vita stessa.

 

IL FEMMINICIDIO: L’APICE DELLA PIRAMIDE

di Anja Rizzardi

 

Cosa dicono le definizioni?

Normalizzazione, sottomissione, violenza. Sono questi i segnali, più o meno evidenti ma inequivocabili, che vengono ignorati troppo spesso; che vengono sottovalutati, fino a che non è troppo tardi.

Sebbene l’informazione sulla violenza di genere si stia capillarizzando, la questione dei femminicidi rimane ancora un tabù troppo scomodo e insidioso per essere definito e compreso appieno. Secondo la Convenzione di Istanbul, le vittime di femminicidio sono “donne uccise in quanto donne, o perché non sono le donne che la società vorrebbe che fossero”, formula che si allarga nella criminologia per coprire tutti gli “omicidi basati sul genere, commessi da un uomo” secondo le parole del Prefetto Francesco Messina, Direttore Centrale Anticrimine, rese pubbliche dal sito della Polizia di Stato. Il Senato riconosce invece la definizione resa dall’Accademia della Crusca provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza al mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima. Nonostante le definizioni non manchino, il riconoscimento del femminicidio come un problema a sé stante rimane tuttora una questione non priva di polemiche nel nostro paese.

 

I dati non mentono

Persiste l’interrogativo sull’effettiva necessità di distinguere il fenomeno dagli altri casi di omicidio, polemizzando che “maschi e femmine sono uguali” come nel recente caso della consigliera comunale di Ancona di FdI, Grazia de Angelis. Evitare di differenziare i femminicidi dagli altri casi di cronaca è una scelta dannosa e pericolosa, che va a minimizzare il problema: non si tratta infatti di distinguere il sesso della vittima ma le motivazioni alla base del crimine e il contesto in cui esso avviene. Riguardo ciò i dati dell’ultimo report trimestrale del ministero dell’interno, aggiornato a settembre, sono estremamente esplicativi: risulta che dei 224 omicidi commessi nel 2025, 73 vittime sono donne e 60 di loro sono morte in ambito familiare (53 uccise da partner o ex-partner).

Vi è certamente una riduzione dei delitti rispetto al 2024, il 12% in meno di vittime e il 20% in meno di vittime donne, tuttavia, statisticamente parlando, la proporzione non cambia. Se su 151 uomini uccisi solo il 6% è per mano del partner o ex partner, nel caso delle donne la percentuale si alza al 60%.

 

Il femminicidio è reato

Se si pensa che la ratificazione della Convenzione di Istanbul e l’approvazione del cosiddetto decreto anti-femminicidio (n. 93 del 14 Agosto) abbiano avuto luogo nel 2013, e che il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere risalga al 2015, pare assurdo che ancora oggi i dati siano così preoccupanti e che l’attenzione rivolta al problema rimanga così controversa.

 

Nel 2018 il Senato dichiarava che il riconoscimento di un reato specifico di femminicidio avrebbe una importante valenza sul piano culturaleall’interno del Focus sul femminicidio redatto dall’Ufficio Valutazione Impatto.

Eppure, solo quest’anno è stato presentato in Senato un disegno di legge (d.d.l. 1433/2025) che riconoscesse il delitto di femminicidio affermando che “chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità, è punito con l’ergastolo.” (articolo 577-bis). Una svolta normativa di rilievo, che riconosce finalmente la specificità della violenza di genere che fino ad ora veniva inquadrato semplicemente come omicidio aggravato.

 

Riconoscere il crimine non basta

Ma ci sono voluti sette anni e oltre settecento settanta donne morte per arrivare a un riconoscimento giuridico del problema, e comunque non sembra essere abbastanza. I femminicidi sono solo la punta di un iceberg molto più profondo, che si solidifica all’interno di un sistema patriarcale basato sulla sopraffazione e la discriminazione di genere; un sistema che ci viene insegnato fin dalla tenera età e che si insinua in ogni piccola abitudine e in ogni gesto inconscio, diventando sempre più difficile da sradicare. La continua negazione della sistematicità della violenza di genere e lo scarso valore attribuito all’educazione sessuo-affettiva sono la prova sensibile di come la nostra società se non l’intera cultura occidentale sia permeata di quella mentalità maschilista, nociva non solo per le donne ma per gli stessi uomini, rendendoci tutti equamente vittime e carnefici.


È necessario smettere di de-responsabilizzarsi accettando che siamo tutti, in un modo o nell’altro, parte di un problema molto più grande di noi, proprio perché è dalle piccole disattenzioni quotidiane che nasce la violenza. Stereotipi di genere, leggi diseguali, linguaggio sessista: finché questi elementi sussistono, altre donne moriranno. Finché ai bambini sarà insegnato a giocare con le macchinine e non anche con le bambole, altre donne moriranno. Bisogna agire subito, attraverso un impegno collettivo e responsabile che cessi finalmente di scegliere il silenzio sopra alla sicurezza dei propri cittadini e cittadine, a partire da un’educazione affettiva sin dall’infanzia che assicuri una reale prevenzione e protezione, cosicché tutte quelle voci che si sono spente troppo presto, non abbiano gridato invano.







Image Copyright: Anadolu/Getty Images

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