Anime Lilla: tutto quello che non vedi guardandoti allo specchio
- Koinè Journal

- 4 hours ago
- 7 min read

di Chiara Ruani e Denise Capriotti.
I disturbi del comportamento alimentare non sono solo una questione di cibo o di peso. Sono spesso il modo in cui un disagio profondo trova voce attraverso il corpo, restando nascosto dietro gesti quotidiani che possono sembrare normali: una dieta iniziata “per stare meglio”, pasti saltati, il bisogno di controllare, il sentirsi inadeguati davanti allo specchio.
Comprendere cosa significhi vivere con un DNA( Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione) vuol dire andare oltre ciò che appare, oltre i numeri sulla bilancia o le forme del corpo, per riconoscere la complessità emotiva e sociale che accompagna queste condizioni. Vuol dire accettare che non esiste una sola causa, né un solo modo di soffrire, e che dietro ogni comportamento c’è una storia personale che chiede ascolto.
In questo spazio di consapevolezza, le testimonianze diventano fondamentali: perché restituiscono umanità a ciò che spesso viene raccontato solo in termini clinici, e perché permettono a chi legge di riconoscersi, di sentirsi meno solo, di iniziare forse a farsi delle domande.
La voce che segue è quella di una giovane donna che ha attraversato un disturbo alimentare e ha scelto di raccontarlo con onestà, senza edulcorare la fatica, ma lasciando emergere anche la possibilità di un cambiamento. Una storia che parla di paura, di controllo, di ricadute e, soprattutto, di quel lento percorso verso la libertà che chiamiamo guarigione.
Abbiamo tutti un modo per scappare dalle cose che ci fanno male, ognuno di noi sceglie di affrontare il dolore nel modo che reputa più giusto. Il mio disturbo alimentare è stato uno di questi, peccato però che non sia stata mai una scelta.
Avevo 25 anni, quando ho iniziato a soffrire di bulimia, venivo da anni di diete ed il mio rapporto con il cibo non era mai stato equilibrato, credevo che, l’insoddisfazione che avevo nei confronti del mio corpo fosse l’unica cosa che mi portava a vivere la vita con frustrazione. Ero convinta che ... solo il raggiungimento di un corpo “scheletrico”, mi avrebbe dato il giusto valore ... ed è stato così per un pò...
Avevo smesso di mangiare di punto in bianco (o per lo meno, credevo che non ci fosse nessuna causa scatenante), ero convinta che se avessi eliminato qualche pasto, avrei raggiunto quel corpo tanto desiderato. Saltavo colazione, pranzo e delle volte anche cena, però si sa che tutto quello di cui ti privi, prima o poi torna a portarti il conto.
La bulimia mi aveva intrappolata in un vortice che non finiva più, non riuscivo ad abbandonare le restrizioni mentali in cui la mia mente “malata” mi teneva imprigionata, alla prima emozione che provavo però, non sapendola gestire, mi abbuffavo con qualsiasi cibo avessi davanti, ingurgitandone grandi quantità, senza nemmeno sentirne il sapore, poi correvo in bagno a compensare ciò che avevo introdotto all’interno del mio corpo.
Ero entrata in un loop infernale in cui non vedevo nessuna via di uscita, un loop che si ripeteva all’infinito tutti i giorni in quasi tutti i pasti. Mi sentivo prigioniera, ma allo stesso tempo ero innamorata del mio rapitore, perché questo è quello che fa un disturbo alimentare, ti fa sentire protetta, ti fa sentire al sicuro e ti fa credere che non è lui il problema.
Con il passare degli anni però, ho iniziato ad avere paura ... ed è la paura che mi ha salvata. Quando ho iniziato a vedere la malattia come una nemica e non come un’amica, li ho capito che avrei dovuto fare qualcosa.
Sono stata seguita da un centro per disturbi del comportamento alimentare, ma quando ho iniziato il mio percorso, l’ho iniziato con due voci in testa, la mia e quella della malattia. Immaginate iniziare un percorso con una voce che vuole sabotarti continuamente...una voce che urla più forte della tua. La stessa voce che all’inizio mi rassicurava, convincendomi che se avessi saltato tutti i pasti, sarebbe andato tutto bene.
Ma cos’è la voce del disturbo alimentare?
Quando si soffre di DNA, molto spesso, si ha come la sensazione di avere un’altra voce in testa, che prevale sui tuoi pensieri... molto spesso la tua parte oggettiva vuole venire fuori, ma tu non riesci a darle spazio, così inizia un lungo dialogo interiore, fatto di pensieri contrastanti, dove all’inizio del percorso di guarigione, prevale quello della malattia, ovvero: “io non voglio guarire”
Perché una persona dovrebbe pensare di non voler guarire da qualcosa che la sta uccidendo?
Perché all’inizio il disturbo alimentare è visto come “un’ancora di salvezza”, quel cerotto che metti sulle ferite che ti porti dentro per non farle sanguinare, diventa un modo per scappare da te stessa/o nei momenti difficili, ecco perché chi ne soffre, ha paura a lasciarlo andare, perché a volte non è facile rimanere soli con il proprio dolore.
Un altro sintomo caratteristico che mi ha accompagnata durante il mio percorso, è stato il dismorfismo corporeo.
Cos’è il dismorfismo corporeo nei disturbi alimentari?
Il dismorfismo corporeo è stato un valido alleato del mio disturbo alimentare nel mio percorso di guarigione, perché nella maggior parte dei casi, si manifesta come una percezione distorta del proprio corpo, diventando poi nel corso del tempo una vera e propria ossessione, facendo provare vergogna, disgusto e paura, verso sé stessi, ed è per questo che nei percorsi terapeutici, si lavora molto sull’immagine corporea, sulla consapevolezza corporea, sulla riduzione del controllo e del giudizio, sull’accettazione che ogni corpo è a sé e che non vale la pena rincorrere nessun canone di bellezza imposto dalla società , se il prezzo da pagare è quello di un disturbo alimentare.
Cosa ti ha insegnato il tuo Recovery da DNA?
Mi ha insegnato che il percorso di cura, non è un percorso lineare, anzi, fatto di saliscendi continui, la malattia si fa strada in tanti modi quando si sente minacciata dalla psicoterapia e dai progressi... lei vuole riportarti indietro e riprendere il controllo, con momenti di ricadute, con perdite di controllo e atti di compensazione o punizione.
Le ricadute però sono parte del percorso, senza di loro non c’è guarigione. Sono difficili da accettare, perché fanno credere di non essere capaci di uscirne, e che una ricaduta possa cancellare tutto il progresso fatto fin ora.
Sembra assurdo che il disturbo alimentare possa insegnare qualcosa, ma credo che si possa trovare un insegnamento in tutte le cose che ci succedono ... quindi si, ho imparato qualcosa dal mio disturbo alimentare.
Ho imparato che il mio valore non cambia a prescindere dai miei successi o insuccessi, non cambia a seconda del mio corpo e dallo spazio che esso occupa. Ho imparato a perdonarmi e a darmi delle nuove opportunità, parlandomi con rispetto e gentilezza.
La bulimia mi ha insegnato che spesso far del male a sé stessi, serve a distrarci da un dolore più grande e più profondo. Ho imparato che la guarigione è fame di vita, ma soprattutto ho imparato a lasciar andare.
Classificati come malattie mentali, i disturbi alimentari sono condizioni psicologiche complesse, caratterizzate da un rapporto disfunzionale con il cibo, il peso e l’immagine corporea. Non tutti sanno che i disturbi alimentari hanno il tasso di mortalità più alto tra le malattie psichiatriche, e negli adolescenti, sono la seconda causa di morte, dopo gli incidenti stradali. Colpiscono maschi e femmine senza nessuna distinzione di età, non sono sempre visibili perché, contrariamente a ciò che si crede, non solo chi è in grave sottopeso ha un disturbo alimentare. In Italia, al momento, ci sono 3 milioni di persone che soffrono di DNA e solo lo 0,5% soffre di anoressia nervosa. Esistono molti disturbi alimentari, ed il fatto che non sono sempre visibili, aumenta il rischio di una tardiva diagnosi, soprattutto in età adolescenziale.
La storia di Chiara ci accompagna dentro una realtà che spesso resta invisibile: quella di una lotta quotidiana combattuta nel silenzio, fatta di dialoghi interiori estenuanti, di restrizioni e compensazioni, di una voce che promette protezione mentre consuma lentamente chi la ascolta.
Il suo racconto ci ricorda che un disturbo alimentare non coincide mai solo con ciò che accade a tavola. È un modo di relazionarsi al proprio corpo, alle emozioni, al dolore. È una ricerca di controllo quando tutto sembra sfuggire, un tentativo di mettere a tacere ferite più profonde. Eppure, tra le righe della sua esperienza emerge anche altro: che la guarigione non è lineare, che le ricadute non cancellano il cammino fatto, che imparare a parlarsi con gentilezza può essere rivoluzionario. E soprattutto che chiedere aiuto non è una resa, ma un atto di coraggio.
In una società che continua a imporre modelli irraggiungibili e a misurare il valore delle persone attraverso il corpo, racconti come questo aprono uno spazio diverso: uno spazio in cui il rispetto, l’ascolto e la cura diventano strumenti di cambiamento reale.
È in questo orizzonte che iniziative come la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla acquistano un significato profondo: non solo simboli, ma occasioni concrete per fare informazione, prevenire e costruire comunità. Per ricordare che i disturbi del comportamento alimentare esistono, che possono colpire chiunque e che uscirne è possibile, soprattutto quando il silenzio viene rotto e il peso non resta sulle spalle di una sola persona.
Raccontare, ascoltare, condividere: sono gesti semplici, ma fondamentali. Perché ogni percorso di guarigione inizia sempre nello stesso punto, quando qualcuno trova il coraggio di non affrontare tutto da solo.
Oggi, 15 marzo, Giornata Nazionale dei disturbi alimentari, il comune di Urbisaglia (MC) - nonché comune di Chiara – organizza una giornata dedicata al tema, con l’unico scopo di fare informazione. Con la speranza e l’augurio di arrivare a più persone possibili, seguiranno poi, musica e cibo, perché esso, quando condiviso, rafforza i legami sociali, riduce lo stress e promuove l’inclusione.
Mi chiamo Chiara, ho 29 anni, e sono guarita dal mio disturbo alimentare.
Condivido la mia storia come segno di speranza e consapevolezza per tutte le persone che credono che da un disturbo alimentare non si possa guarire.
Abbiate il coraggio di chiedere aiuto “la guarigione inizia, quando si trova il coraggio di lasciar andare”.
Il coraggio di affrontare, un disturbo alimentare.
“A Pamela e Valentina
Ciò che per me è stato spigolo, linea interrotta, groviglio,
diventa sempre come per miracolo,
cerchio perfetto”




Comments