top of page

Athletic Club: storia dell'orgoglio dei Paesi Baschi

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • Feb 23
  • 5 min read

di Andrea Simone.

Unique in the world”: così recita l’enorme striscione esposto sulla gradinata nord del San Mamès ad ogni partita della squadra bilbaina; una frase che rappresenta l’orgoglio di un popolo, di una storia e di un’identità che si riflettono in quello che a tutti gli effetti è il club più unico al mondo.



L’Athletic club nasce nel 1898, grazie al fortissimo legame creato con l’Inghilterra, per via dei numerosi marinai che ogni giorno giungevano nel porto di Bilbao e per via dei tanti giovani che si recavano nei college del Regno Unito per studiare e apprenderne cultura, tra cui l’imprescindibile passione per il “football”. Proprio grazie a questi viaggi furono scelti anche i colori ufficiali della squadra, il “rojiblanco” (rosso e bianco), i colori del Southampton e del Sunderland, sostituendo i precedenti bianco e blu, poiché non si erano trovate abbastanza maglie di quei colori. Dalla sua fondazione a oggi l’Athletic non ha scritto la storia solo a livello sportivo (attualmente è ancora uno degli unici club a non essere mai retrocessi in Segunda, insieme al Barcellona e al Real) ma anche a livello politico, poiché non si è mai risparmiata nello schierarsi pubblicamente in merito ad argomenti molto scomodi come la Palestina o il regime franchista, argomenti che di solito quasi tutti i club del mondo preferiscono “dribblare”. In un calcio sempre più apolitico, l’Athletic non fa politica, è politica.


BORN-BRED-BASQUE

Ma cos’è che ha sempre reso questa società un unicum nel calcio mondiale? La sua famosa “politica dei giocatori baschi”: L’Athletic può solo tesserare giocatori che o sono nati nei Paesi Baschi, o che anche essendo nati altrove si sono formati calcisticamente in quel territorio. Il caso più esemplificativo è quello di Aymeric Laporte, difensore pluricampione con il Manchester City di Pep Guardiola e oggi ritornato dopo tanti anni a Bilbao. Il giocatore è nato in Francia ma è stato scoperto dall’Athletic e formato sin da giovanissimo nelle sue giovanili, cosa che gli ha permesso di poter cambiare anche nazionalità, scegliendo proprio quella spagnola.


Per far funzionare questa macchina serve però un grande motore, e il suo nome è “Lezama” (che tradotto dal basco significa “casa”), il settore giovanile del club, nonché uno dei migliori al mondo, che insiste moltissimo nello scouting e nella formazione tecnica e culturale dei propri ragazzi. Iker Muniain, Fernando Llorente, Javi Martinez, i fratelli Inaki e Nico Williams, Unai Simon, Aritz Aduriz o il già citato Aymeric Laporte sono solo alcuni dei grandissimi giocatori usciti dal settore giovanile del club. Perciò, quello che all’apparenza potrebbe sembrare un limite sportivo e un tentativo di isolamento culturale in realtà rappresenta l’esatto opposto. L’obbiettivo non è quello di strapagare le stelle come fanno le grandi di Madrid e il Barcellona, bensì crearle e soprattutto creare un legame imprescindibile tra i giocatori e la città, un legame che va oltre lo sport.


EUSKADI TA ASKATASUNA – GLI ANNI DEL FRANCHISMO

Nella prima metà del 900 l’Athletic è stato il club più dominante di Spagna, con in campo leggende del calibro di Telmo Zarra, ancora oggi il calciatore spagnolo più prolifico della storia del campionato, o il grande Rafael Moreno (detto “Pichichi”), a cui oggi è dedicato il premio dato al capocannoniere in ogni stagione della Liga. Insomma, una squadra indomabile che in quel periodo vinse quattro volte il campionato e ben diciotto volte la coppa del re. Quelle vittorie avevano un peso anche fuori dal campo, visto che a partire dal 1939 la Spagna entrò nel periodo più buio della sua storia recente, quello della dittatura di Francisco Franco, il quale non nascose mai la sua collera nei confronti del popolo basco. Un odio che ha origine sin dalla guerra civile spagnola (1936-1939), poiché i Paesi baschi furono l’unica comunità cattolica a schierarsi con il governo repubblicano, invece che con i nazionalisti di Franco, il quale si vendicherà prima con il bombardamento di Guernica e poi con la “caduta di Bilbao” (1937). Gli anni del dopoguerra in” Euskal Herria” furono segnati dalle repressioni e dalla censura della cultura basca, proibendo di parlare la lingua e di esporre l’”ikurrina”, la bandiera simbolo della regione, presente anche sulle magliette e sulle fasce da capitano di tutte le squadre basche. Perciò l’attitudine ribelle del popolo si rifletteva perfettamente nello sport; mentre in piazza la polizia reprimeva le proteste, l’Athletic in campo vinceva, rafforzando ancora di più l’orgoglio e il legame di una tifoseria e di un popolo intero.


Verso la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 il clima nella regione iniziò a scaldarsi: i terroristi dell’ETA iniziarono a compiere numerosi attentati; il più famoso fu sicuramente l’uccisione dell’allora capo del governo Luis Carrero Blanco, nonché probabile successore di Franco, appena sei mesi dopo esser stato nominato dal Caudillo per quella carica. L’attentato entrò nella storia per la sua spettacolarità, dovuta all’esplosione di 100 chili di esplosivo posizionati in una galleria nel centro di Madrid che fece volare la macchina ad oltre trenta metri di altezza. Una frangia della tifoseria dell’Athletic non prese mai le distanze da quegli atti, rivendicandone il sostegno con numerosi striscioni esposti sulle gradinate della “catedràl”. In quegli anni la stragrande maggioranza dei giocatori, sia dell’Athletic sia dei cugini della Real Sociedad, erano politicamente attivi, non nascondendo mai il loro sostegno alla causa basca; perciò non erano rari i tentativi di ribellione pacifica alla censura franchista; tra tutti, il più iconico fu l’entrata in campo nel derby del 5 dicembre 1976, in cui i 2 capitani (Inaxio Kartabarrìa per la Real e Angel Iribar per l’Athletic) portarono insieme l’ikurrina bandita dal regime, mandando un segnale forte al governo; un gesto rimasto nella storia del calcio iberico. Per far comprendere ancora di più la caratura culturale dei giocatori dell’epoca, basti pensare che l’idea di questo gesto fu di un giocatore della Real Sociedad, tal Josean De La Hoz Uranga, detto “Trockij”; uno che non si è mai fatto problemi a scendere in piazza e fare a botte con gli uomini della Guardia Civìl, finendo una volta anche arrestato e malmenato in caserma; uno che proprio quel giorno, non essendo convocato, viaggiò a bordo della sua Fiat 128 insieme alla sorella Ana Mirèn, nascondendo la bandiera nella cavità della ruota di scorta, eludendo i posti di blocco della polizia. Un altro calcio, un’altra epoca.



CONCLUSIONE

Dopo la morte di Franco e la caduta del regime l’Athletic tornò a essere la squadra dominante di inizio secolo, vincendo 2 campionati di fila (1983-1984), una coppa del re, una supercoppa e raggiungendo una storica finale di coppa Uefa, persa contro la Juventus di Zoff e Tardelli. Sebbene negli ultimi anni ci siano state grandi stagioni e grandi squadroni, come quello del Loco Bielsa che nel 2012 raggiunse la finale di Europa League, persa contro l’Atletico Madrid di Falcao, gli unici trofei vinti sono le supercoppe del 2016 e del 2021 contro il Barcellona e la coppa del Re del 2024 contro il Mallorca, vinta dopo ben 40 anni dall’ultima volta. In un calcio in cui spendere è diventato l’unico modo per vincere l’Athletic chiaramente non è più la squadra dominante degli anni d’oro, ma per i suoi tifosi rappresenta sempre un orgoglio inquantificabile con i trofei. Se di dovesse riassumere questo club con una frase, la migliore sarebbe sicuramente quella dell’ex allenatore rojiblanco Javier Clemente, che disse: “all’Athletic i tifosi non chiedono di vincere, ma di resistere”.

Comments


bottom of page