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Memoria (con)divisa: come Berlino ricorda la WWII

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 2 hours ago
  • 6 min read

di Davide Cocetti.


Nel cuore di Berlino, il colossale memoriale di Treptower Park non è solo un omaggio ai settemila soldati sovietici che vi riposano, ma un palcoscenico in cui la Storia entra in collisione con l'attualità. Tra l’8 e il 9 maggio, il sito si trasforma in un laboratorio di memorie divise: un luogo dove il trionfalismo dell’estetica staliniana convive con le tensioni dell'invasione russa in Ucraina. Questo reportage attraversa le celebrazioni di queste due giornate, documentando il fragile equilibrio tra il ricordo del sacrificio passato e le polarizzazioni del presente.

 

Il luogo

Berlino, Treptower Park. Qui sorge il più imponente memoriale sovietico di Germania, che funge anche da tomba per circa settemila soldati morti durante la presa della città. La cifra è spaventosa, ma rappresenta solo una parte degli ottantamila soldati dell’URSS che perirono nell’ultimo atto “europeo” della Seconda guerra mondiale e, più in generale, dei 25 milioni di vittime civili e militari sovietiche. Tuttavia, per via della sua collocazione e del suo significato, il memoriale di Treptow ha a lungo incarnato – e ancora oggi rappresenta per molti – un luogo simbolico dello sforzo complessivo profuso dall’Armata Rossa e dalla popolazione civile sovietica per sconfiggere il Terzo Reich.

 


La dimensione del dolore e quella della celebrazione della vittoria coesistono in questo monumento. La sofferenza traspare dalla statua allegorica della Madrepatria in lutto all’ingresso del percorso e dei due soldati sovietici che, inginocchiati a testa china, custodiscono l’entrata al cuore del sito. È però il trionfalismo della vittoria a rubare l’occhio una volta immersi nel sito. Le scene di sacrificio e lotta eroica dell’Armata Rossa e dell’intero popolo incise sui sedici sarcofagi ai lati del memoriale descrivono lo svolgimento della guerra. Otto citazioni di Stalin in russo e in tedesco caratterizzano in maniera fortemente personalistica la narrazione.

Domina l’intera scena una scultura di circa dodici metri, che si erge sul mausoleo e raffigura un soldato sovietico nell’atto di portare in salvo una ragazza, mentre calpesta una svastica in frantumi.

 

Due giorni della Liberazione?

Il memoriale fu costruito all’indomani della Seconda guerra mondiale e inaugurato ufficialmente l’8 maggio 1949. In quel momento, la divisione della Germania in zone amministrate dalle potenze vincitrici era già realtà, anche se i due Stati tedeschi sarebbero nati ufficialmente solo qualche mese dopo. Il quartiere di Treptow ricadeva sotto l’amministrazione sovietica; cionondimeno, fu scelto l’8 e non il 9 come giorno dell’inaugurazione del memoriale. Questo perché il Giorno della vittoria doveva ancora consacrarsi nella liturgia civile sovietica come festività ufficiale. Ciò accadde solo nel 1965, quando Breznev diede nuovo vigore al mito fondante della Grande guerra patriottica. Nel 1975, in occasione del trentennale della caduta del nazismo, anche la DDR abbracciò il 9 maggio come festa nazionale.

 

A Ovest il discorso pubblico in merito a questa memoria ha assunto sfumature ancora più complesse. La vergogna e la sconfitta impedirono a lungo di affrontare adeguatamente la questione, fino almeno alla fine degli anni Sessanta. Fu in quel momento che la convergenza tra le istanze della generazione protagonista del Sessantotto tedesco e l’Ostpolitik di Willy Brandt riportò il tema sulla scena pubblica. Tanto le voci dei giovani che “puntavano il dito” contro i loro stessi padri, quanto la linea politica del nuovo cancelliere di riavvicinamento all’Est – funestato dalla barbarie nazista – imponevano una rilettura aperta e critica del passato tedesco.

 

Il lento, ma inesorabile processo di significazione dell’8 maggio nel calendario tedesco portò ad abbracciare il senso di liberazione anche in chiave tedesca. In quella data la Germania era stata infatti a sua volta liberata: dalla brutalità della guerra e soprattutto dagli orrori e dalla violenza genocidaria del nazismo. L’8 maggio non è comunque mai entrato nel calendario federale delle festività e tutt’oggi non ne fa parte, nonostante diverse iniziative promosse in tal senso a livello locale e nazionale.

 

E oggi? 

Durante le commemorazioni per le due giornate legate alla caduta del nazismo, il memoriale sovietico di Treptower Park si trasforma in un laboratorio particolarmente interessante di incontro, sovrapposizione, contrapposizione e talvolta scontro di memorie divise. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda il post-2022. L’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente complicato la commemorazione di un sacrificio, quello dell’Armata Rossa, che ha visto morire soldati e civili appartenenti alle più disparate nazionalità e gruppi etnici, ma uniti sotto la medesima bandiera.

 

Le autorità hanno cercato di limitare le occasioni di scontri e provocazioni attraverso il discusso divieto – dal quale sono stati esentati solo diplomatici e veterani – di portare bandiere e simboli russi durante le commemorazioni. Anche l’iconografia sovietica è stata bandita, poiché giudicata riconducibile alla retorica aggressiva di Putin. Questo ovviamente non è bastato a risolvere tutte le contraddizioni di due giornate così significative, a cui ho partecipato per documentare i momenti più significativi di dialogo, celebrazione e scontro.

 

L’8 maggio – Tag der Befreiung 

Le celebrazioni dell’8 maggio appaiono senza dubbio più composte. La polizia, presente in numero considerevole, non deve faticare troppo per mantenere il divieto di introdurre simboli russi e sovietici. Il centro delle manifestazioni è la scultura della Madrepatria, intorno alla quale si snodano tutti i banchetti dell’Associazione dei perseguitati dal regime nazista – federazione degli antifascisti. Qui in cambio di un piccolo contributo volontario si distribuiscono fiori, cartoline, materiale informativo e piccoli gadget. Tra le loro battaglie spicca proprio la campagna per rendere l’8 maggio giorno festivo a livello nazionale.


 

Nel suo lutto composto, la Madrepatria sembra incarnare al meglio i due messaggi principali trasmessi da questa prima giornata di iniziative: la comprensione del passato e il suo stretto legame con il presente. Anche per questo campeggiano molte bandiere ucraine e alcune bandiere biancorosse e biancoazzurre, che rappresentano rispettivamente la dissidenza bielorussa e russa. Molti di loro tengono a ricordare che a essere in discussione non è assolutamente il sacrificio dell’Armata Rossa, che in molti casi aveva toccato personalmente le loro stesse famiglie, bensì l’interpretazione odierna di Mosca di quella fase storica.

 

Sul contributo delle varie nazionalità allo sforzo bellico insistono particolarmente anche le visite guidate gratuite organizzate da Memorial, ong fondata nell’URSS e oggi bandita dalla Russia di Putin, ma con sedi in vari paesi europei ed ex-sovietici. Secondo Mirko, membro dell’organizzazione e guida nei tour in lingua inglese, le visite critiche al memoriale di Treptow servono proprio a superare la retorica del «sacrificio collettivo sovietico» e a riconoscere la giusta memoria tanto ai caduti russi, quanto a quelli ucraini, bielorussi, kazaki e di tutte le nazionalità dell’ex URSS.

 

Nella mostra organizzata da Demokrati-JA, associazione di attivisti di origine russa, invece, il putinismo e la guerra in Ucraina vengono inseriti in una lunga lista di crimini perpetrati dall’imperialismo del Cremlino prima e dopo il 1945. C’è anche ovviamente chi non è d’accordo con questa rappresentazione dell’8 maggio. Accanto al banchetto del Deutsche Kommunistische Partei campeggia uno striscione eloquente: «pace con Russia e Cina!». Johannes, giovane membro del partito, mi spiega come secondo lui le celebrazioni dovrebbero limitarsi a ricordare il passato e l’eroismo del popolo sovietico. Definisce per questo «criminale» la scelta di bandire le insegne russe e dell’URSS. Il banchetto del DKP non è ancora uno dei più affollati, ma si rifarà abbondantemente il giorno dopo.

 

Il 9 maggio – Tag des Sieges

L’atmosfera è completamente diversa. Il piazzale vegliato dalla statua della Madrepatria è popolato da varie organizzazioni di sinistra radicale, che per larghi tratti condividono il programma del DKP. Oltre alle bandiere di associazioni e partiti, sventolano anche alcune insegne della defunta DDR.

 


Il vero cuore delle celebrazioni del 9 maggio, però, è la collina su cui si ergono il mausoleo e la statua del soldato liberatore. Lungo la scalinata e al di sotto del tumulo, una lunga fila di persone – che rimarrà tale per tutta la giornata – attende pazientemente per portare il proprio omaggio alla cripta, eccezionalmente aperta per l’occasione. C’è chi porta solo un fiore, chi invece interi mazzi e ghirlande. Anche la sezione berlinese dell’ANPI partecipa a questo rituale: Franco, che ne porta orgogliosamente il bandierone, ci dice che è il momento più toccante dell’intera commemorazione. Tantissimi, oltre ai fiori, portano con sé ritratti di familiari e conoscenti. Talvolta si tratta di caduti durante la battaglia di Berlino, o più in generale durante la guerra contro il nazismo. In altri casi, le foto appartengono a congiunti che hanno vissuto l’orrore della guerra e sono sopravvissute. C’è poi chi videochiama i propri cari per condividere con loro questi momenti. Quando pongo domande, alcuni mi guardano con sospetto, ma i più sono ben orgogliosi di condividere con me le loro storie e il significato personale che questa ricorrenza ha per loro.

 

Anche molti diplomatici dei paesi ex sovietici partecipano al rituale e portano corone di fiori. Il più atteso è ovviamente Sergei Nechaev, ambasciatore della Russia a Berlino, che visita il memoriale a inizio mattinata. Non è il solo a portare simboli russi. Alcuni aggirano il divieto indossando elementi e vestiti che riconducono ai colori della bandiera russa. Altri nascondono all’ingresso le loro magliette e felpe a tema e i nastri di San Giorgio, per poi mostrarli durante la giornata, in un clima di relativa tolleranza da parte delle autorità – soprattutto riguardo alle insegne sovietiche. Ho visto solo un manifestante portato via, dopo aver urlato slogan e aver sventolato un bandierone russo nel mezzo del memoriale.

 

Per molti, la giornata è di festa. Tanti hanno portato un po’ di cibo e di bevande e organizzano banchetti e spuntini sulle panchine intorno al memoriale. C’è chi suona la fisarmonica, tanti cantano e ballano. Purtroppo, però, non mancano le occasioni per accesi diverbi, se non veri e propri episodi di violenza. I toni si scaldano quando a essere tirato in ballo è il presente, che polarizza e divide i partecipanti.

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