top of page
  • Writer's pictureKoinè Journal

Beau ha paura (2023)


di Stefania Chiappetta.


Il cinema, ormai lo sappiamo, è visione, collettività, reale. Il cinema gioca con le esperienze umane cercando di donarle una contestualizzazione più ampia, permettendo persino al particolare più piccolo di venire fuori. È così che, attraverso il linguaggio filmico, anche le esperienze mai vissute -o dimenticate- possono diventare nostre. È proprio quello che il regista Ari Aster, al suo terzo lungometraggio, dimostra di aver colto alla perfezione.

La prima esperienza che facciamo da esseri umani, spaventosa e quasi violenta, è quella della nostra nascita: il vantaggio è che non ne abbiamo memoria, eppure ogni storia non può che iniziare da lì. Ari Aster, perfettamente conscio del viaggio del suo nuovo protagonista, apre la narrazione del film proprio con l’atto del parto.


Così, il 27 aprile scorso, nelle sale italiane distribuito dalla I Wonder Pictures (già citata nei precedenti articoli della rubrica), arriva Beau ha paura, film che ha diviso l’opinione pubblica ancor prima della sua uscita ufficiale. Non che ci si aspettasse altro dal regista di Hereditary (2018) e Midsommar (2019), eppure le critiche dimostrano esattamente il contrario: qualunque fosse l’aspettativa, lo stupore generale ha spazzato la norma che sembrava definirlo.


Questo perché il film, semplicemente, sfugge e lo fa sin dalla prima inquadratura. La scelta registica è infatti quella di sfocare l’iconografia diegetica, restituendo solo qualche tenue sprazzo di colore, ovattando persino il sonoro del momento. È come se qualcosa si fosse intromessa nel nostro campo visivo, eppure sappiamo perfettamente dove ci troviamo: in una sala parto. Ascoltiamo la concitazione di personaggi che non riusciamo a vedere, ci uniamo all’ansia della madre perché non sente il pianto della creatura che ha appena messo al mondo. Ci lasciamo trascinare dunque, spaesati dalla situazione che non si palesa al nostro sguardo, eppure stranamente consapevoli.


Ecco allora la prima grande verità del film, da non scordare per le future 3 ore di visione. Il punto di vista sugli eventi che vedremo, sottolineato dalla posizione stessa della regia, non può essere che quella di Beau. Con l’inizio del film siamo appena venuti al mondo, e ci lasciamo guidare, docili, perché siamo neonati che hanno paura. Tendiamo l’orecchio per sentire la voce della mamma che non vediamo, non ancora almeno, perché siamo, banalmente, dei figli.


Quando rincontreremo Beau (interpretato da un impeccabile Joaquin Phoenix) nella sequenza successiva, egli è già un uomo di mezza età che vive da solo. Veniamo a conoscenza della sua imminente partenza, diretto a casa di sua madre Mona, perché ne parla al suo terapeuta, sottolineando così la conflittualità del rapporto con la donna. Beau, infatti, tende ad essere il figlioletto prodigo con una vita realizzata, un appartamento ammobiliato, relazioni umane. Eppure, la verità sostanziale che il film ci mostra, è la sua totale incapacità di affrontare gli eventi quotidiani.


Vive in un condominio fatiscente, al centro di un quartiere malfamato, dove tutti gli esseri che lo circondano appaiono come zombie affamati, distruttivi. È così che Aster distanzia il mondo esterno, in cui si riversa un caos violento, e l’interno apparentemente sicuro in cui Beau si rifugia per sfuggire alla vita: il suo appartamento. L’incidente scatenante, che permette alla narrazione di prendere avvio, comincia a fare capolino sin dalla sera che precede la sua partenza, permettendo all’inquietudine grottesca di diventare l’emozione principale. L’indomani mentre Beau, in ritardo, cerca di prendere il volo che lo porterà da sua madre, le chiavi del suo appartamento, dimenticate per un attimo nella toppa, scompaiono.


Dal piccolo incidente di percorso, che provoca quindi un allontanarsi dell’incontro madre\figlio, Aster dipinge il viaggio di un uomo che non riesce a diventare un adulto, stringendo sempre più il nostro punto di vista con il suo. Proviamo quello che prova lui, cerchiamo di trovare una soluzione agli eventi sempre più complicati a cui assistiamo, ma restiamo bloccati dalla sua paura. Quello stesso sentimento che ci ha sovrastati nella prima scena e che, come suggerisce il titolo, non ci abbandonerà fino alla fine.


Ma, se la paura indirizza la nostra esperienza di visione, è la genesi dell’opera che può dirci di più. Il lungometraggio, infatti, si basa sul corto del 2011 che lo stesso Aster aveva scritto e diretto, dandogli il semplice titolo di Beau. Dalla scomparsa delle chiavi, che nel cortometraggio avviene nella prima scena considerata la sua durata di 6 minuti, si crea un intelligente escamotage per raccontare una sua personale idea cinematografica. È come se la trama stessa, avesse subito una crescita involontaria ed incontrollata, portando non solo ad un lievitare della sua durata, ma ad una reiterazione di eventi concatenati ed incontrollabili.


Infatti, prendendo come esempio le notizie che trapelavano durante il corso delle riprese, non solo salta all’occhio la definizione di Aster, che parlava del suo film come di una horror comedy Americana, ma soprattutto il cambio di titolo. Per gli appassionati cinefili, il tanto atteso terzo lungometraggio, era ben noto con il titolo di Disappointment Blvd., cambiato poi in un secondo momento con quello attuale. Sembra quasi che, volendo azzardare una ipotesi, Ari Aster avesse lasciato al suo personaggio la libertà di potersi esprimere, dando così alla narrazione il sapore di un viaggio formativo, in continuo aggiornamento. Ed è per questo che, ogni emozione provata, non fa che crescere e mutare, stringendo tutto in una morsa ferrea. D’altronde è un piacere proibito pensare che Beau, nel mondo reale, abbia potuto trovare un modo per esprimere sé stesso e scrivere la sua personale storia. Lontano da sua madre.


Infatti, nella finzione diegetica, egli non ha alcuna libertà, ancorato com’è nel ruolo di figlio spaurito e traumatizzato. Nel corso dei tre atti del film, nonostante i molteplici incontri che creeranno attorno al protagonista una collettività pittoresca e stravagante, non perderemo mai di vista il suo obiettivo ultimo: raggiungere sua madre. La perdita di un oggetto tanto quotidiano, come le chiavi di casa, non fa che sottolineare la sua volontà piegata ed inascoltata. Allontana sua madre con tutte le sue forze, cercando di distanziarsi dalla sua presenza ingombrante per crearsi una vita, eppure gli tende le braccia pronto per essere sollevato da terra.


Ari Aster, che si dimostra un maestro nel sintetizzare la trama del film al suo interno, affidandosi alla curata messa in scena ed alla sua simbologia, sembra suggerircelo sin dal primo momento: come si può scappare dalla propria madre, se con lei hai il debito della tua esistenza? Spoiler: probabilmente egli non può, o meglio, non possiamo. Lungi da noi voler rivelare troppo del film, che è adesso nelle sale pronto per essere gustato, forse alcune parole chiavi (che stavolta non perderemo) possono mostrarci il cammino. Dominio, oppressione, angoscia, castrazione simbolica, crescita, verginità, amore.


Infine, ciò che personalmente mi sembra una risposta alle critiche che dividono il film: libertà artistica, visione personale del mezzo cinematografico. È così che Aster firma la paternità della sua terza opera, regalando all’audience un film che forza i limiti stessi del linguaggio filmico, in un centrifugato che, in apparenza, può risultare strabordante e privo di sapore. Ma che, come ogni viaggio soggettivo, non può che appiccicartisi addosso, lasciando in bocca un sapore duraturo.


Non è questo il momento per sindacare criticamente su Beau ha paura, visto il suo destino di diventare un’operazione spartiacque all’interno della filmografia futura del regista. Quello che possiamo augurarci è, piuttosto, di essere in prima fila con un biglietto in mano per assistere a tutto ciò che seguirà dopo Beau.








57 views0 comments

Recent Posts

See All

Comments


bottom of page