Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25
- Koinè Journal

- Jul 30
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di Michele Mariani.
“Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero”. (P. P. Pasolini 1990: 88-93)
Sono passati 45 anni dal 2 agosto 1980. Era un giorno di piena estate e alla stazione di Bologna i sibili dei treni sulle rotaie erano scanditi dalla voce elettronica che, dagli altoparlanti, riecheggiava in tutta la stazione. Il caldo e l’afa che avvolgono la città di Bologna nei mesi estivi, rendono l’aria pesante e irrespirabile dilatando il tempo e lo spazio. Le attese alla stazione possono durare un’eternità, a causa di svariati motivi, ma la sala d’aspetto accoglie tutti i viaggiatori offrendo loro un luogo di incontro e riposo. Le sale d’aspetto ricordano un po' le piazze: spazi di incontro “democratico” in cui la vita rallenta e si attende tutti insieme il momento della partenza. Queste mostrano uno spaccato della vita quotidiana, uno spazio comune organizzato per l’attesa e per il ristoro. Le stazioni rappresentavano, molto di più di oggi - poiché la mobilità privata ha preso il sopravvento - il luogo principale per le partenze delle vacanze estive e meta per turisti, gruppi vacanze e famiglie. Le stazioni sono luoghi dove la storia passa e a volte si ferma, dove si sale e si scende, come la storia appunto. La stazione di Bologna è un luogo connotato da una forte carica simbolica e storica. Infatti ci parla di un evento che ha segnato la storia d’Italia e, di conseguenza, moltissime altre storie di vita.
La strage alla stazione di Bologna racchiude mille storie - individuali e collettive - che ci narrano di numerose vite spezzate, di relazioni e progetti di vita interrotti.
L’orologio, lo squarcio nel muro, il memoriale nella sala d’aspetto, con incisi i nomi delle vittime, che riassume in epigrafe i risultati dei processi: “Strage Fascista”. Tutta la città di Bologna - dalle pietre d’inciampo a Piazza Maggiore fino alla sala d’aspetto della stazione - ci riporta con la memoria e il ricordo a quella mattinata di 45 anni fa e rammenta ai turisti e a tutti noi, - distratti e frenetici -, che lì si è consumata la più terribile delle stragi della storia dell’Italia Repubblicana dal dopoguerra ad oggi.
La bomba alla stazione di Bologna
“La mattina del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, i binari erano gremiti e la sala d’aspetto accoglieva un gran numero di persone provenienti da diverse città e paesi. Quella mattina c’era un gran chiasso, la sala era piena di gente eccitata, stavano aspettando tutti di prendere un treno che li porti in vacanza e molti di loro erano bambini” (A. Coccia 2019: 153-160).
Alle 10 e 25 una bomba, collocata nella sala d’aspetto di seconda classe, esplose. Un'intera ala della stazione fu cancellata. La detonazione provocò il crollo della struttura sovrastante le sale d'aspetto e di trenta metri della pensilina. Investì anche due vetture di un treno in sosta al primo binario. Il frastuono fu assordante, il crollo sollevò polvere e detriti, l’aria si fece irrespirabile, le macerie erano ovunque, moltissimi morirono sul colpo e i feriti erano in attesa di un primo soccorso, le dimensioni della tragedia furono immani.
Immediatamente la macchina del fango dei depistaggi, da parte degli apparati dello Stato, si mosse con una straordinaria velocità; come se il piano ordito avesse già palesato le sue finalità. La prima teoria che si passano i presenti di bocca in bocca, e che arriva anche a qualche giornalista, è che si sia trattato dell’esplosione di una caldaia. Ma in pochi ci credono veramente. Qualcuno inizia a notare l’odore persistente di polvere pirica, altri che nessuna caldaia può spazzare via 50 metri di stazione in calcestruzzo. Le conseguenze dell'esplosione furono di terrificante gravità anche a causa dell'affollamento della stazione in un giorno prefestivo di agosto. I morti furono 85. I feriti furono più di 200. La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto nel pomeriggio a Bologna, affermò: “Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia, al più grave attentato dell'Italia repubblicana”.
La ricostruzione storica e giudiziaria della strage alla Stazione di Bologna
A 45 anni dalla strage alla stazione di Bologna il castello di carta, costruito ad arte, nel corso di questi anni da depistaggi, insabbiamenti, ragion di stato, vittimismi e revisionismi, è stato smontato da varie sentenze giudiziarie e ricerche storiche e ci conduce a una certezza indissolubile:
Le sentenze e la ricostruzione storica hanno stabilito che la strage si inserisce nell'orizzonte più vasto della strategia della tensione, come ha confermato il cosiddetto “processo ai mandanti per la strage alla stazione di Bologna”. La strage fu organizzata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani ed eseguita dai terroristi neofascisti.
Nel 1995 furono individuati, e condannati in via definitiva, come esecutori materiali i terroristi neri dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini nel 2007, e per attività di depistaggio il capo della loggia massonica P2 Licio Gelli, gli ufficiali dei servizi segreti Pietro Musumeci (P2), Francesco Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza. Inoltre è stato condannato nel 2023, sempre come esecutore, Gilberto Cavallini, altro membro dei NAR.
Parallelamente ai processi per gli esecutori materiali, nel 2022 è partito il cosiddetto processo ai mandanti. La Corte di Assise di Bologna ha condannato, in primo grado, all'ergastolo Paolo Bellini, a sei anni Piergiorgio Segatel, l'ex capitano dei Carabinieri accusato di depistaggio, e a quattro anni Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini di via Gradoli a Roma, accusato di false informazioni al PM al fine di sviare le indagini, a quattro anni.
Altrettanto interessante è la parte conclusiva della sentenza di primo grado in cui si prova a sciogliere un nodo apparentemente estraneo alla strage, ma che è invece legato a essa. Numerosi appartamenti a Roma, in via Gradoli 96 (e edifici limitrofi), erano di proprietà di società di copertura del servizio segreto civile. Proprio in quell’edificio, a partire dal 1975, hanno risieduto prima Mario Moretti e Barbara Balzerani, tra i massimi dirigenti delle Brigate rosse, e, dopo poco, esponenti dei Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione neofascista responsabile dell’attentato nella città felsinea. Tale acquisizione si collega alle ormai provate relazioni intessute dal servizio segreto militare e dallo Uaar (Ufficio Affari Riservati) di D’Amato con il terrorismo di destra, sin dagli anni Sessanta, per realizzare attentati e stragi.
Il dato inquietante è quindi che le stesse persone hanno svolto lo stesso ruolo nei confronti del terrorismo di sinistra, non solo a partire dalla vicenda di via Gradoli – il cui ex amministratore, Domenico Catracchia, ha avuto la conferma della condanna a 4 anni per aver sviato le indagini – ma già da prima. All’inizio degli anni Settanta, ad esempio, D’Amato aveva infiltrato nelle Br un suo uomo, Francesco Marra, un ex paracadutista che, come hanno raccontato vari brigatisti, aveva insegnato loro le tecniche della gambizzazione, mentre Pietro Musumeci, generale del servizio segreto militare, condannato insieme a Gelli, per aver depistato le indagini su Bologna, aveva contemporaneamente rapporti con i vertici delle Brigate Rosse.
Le ultime acquisizioni giudiziarie
L’obiettivo della strategia della tensione appare, perciò, sempre più chiaro: screditare gli “opposti estremismi” – estrema destra ed estrema sinistra – su cui scaricare la responsabilità del caos in cui era precipitato il Paese, per spingere l’elettorato a sostenere i partiti moderati e centristi, che sarebbero apparsi a quel punto gli unici in grado di difendere lo Stato sotto attacco. In definitiva, una grande operazione di stabilizzazione moderata, e non, come a lungo abbiamo creduto, di destabilizzazione politica o, peggio ancora, nata da nostalgie fasciste.
L’8 luglio del 2024 la Corte di Assise di Bologna con sentenza d’appello ha confermato l’impianto accusatorio emesso nel 2022, che individuava in Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale e membro dei NAR, il quinto responsabile materiale della strage. Con Bellini, nella trama nera di Bologna è entrato un personaggio con un curriculum criminale sconvolgente: killer di estrema destra, reo confesso dell’omicidio nel 1975 di uno studente emiliano di sinistra; poi diventato ladro di opere d'arte e assassino di un ex complice; quindi sicario seriale e bombarolo della ’ndrangheta per tutti gli anni '90, quando ha eseguito almeno otto delitti di mafia; ma al tempo stesso infiltrato in Cosa nostra, in contatto con i boss delle stragi del 1992-93, l'oscuro biennio del terrorismo mafioso.
Le indagini hanno cercato di individuare i “mandanti” non solo della strage di Bologna, ma dell’intera strategia della tensione. I nomi emersi sono quelli di Licio Gelli; Umberto Ortolani, uomo d’affari e piduista; Umberto Federico D’Amato, vertice dell’intelligence civile, ovvero dell’Ufficio affari riservati del Viminale; e Mario Tedeschi, ex X Mas, poi direttore del settimanale di destra “Il Borghese”.
Infine con la sentenza del 1 luglio 2025, la Corte di Cassazione chiude la partita giudiziaria sugli esecutori materiali della strage condannando in via definitiva all'ergastolo Paolo Bellini, ribadendo la condanna a 6 anni per Piergiorgio Segatel e a quattro anni per Domenico Catracchia.
Grazie a questo processo, che si somma a quelli già avvenuti, conosciamo sia i nomi degli esecutori, ma soprattutto abbiamo la certezza della responsabilità dell’estrema destra neofascista in tutte le stragi, a partire da quella di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969. Inoltre sono stati individuati i nomi dei mandanti dell’intera strategia della tensione. Tra cui: Licio Gelli, capo della loggia massonica P2 e Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno. La conferma di questa tesi in tutti e tre i gradi di giudizio apre una questione di enorme rilevanza: come afferma il professor Angelo Ventrone, docente di Storia contemporanea dell’Università di Macerata e direttore del Dipartimento di Scienze politiche, della comunicazione e delle relazioni internazionali, “lo Stato deve riconoscere definitivamente che al suo interno, e per di più in posizioni strategiche, si sono annidati uomini che invece di difendere la Repubblica la minavano dal suo interno e che “la responsabilità di uomini delle istituzioni nella stagione che ha insanguinato il Paese” debba essere riconosciuto senza revisionismi”.
L’associazione dei familiari delle vittime alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980
La strage di Bologna è la storia di tutti noi e di una democrazia blindata e sotto assedio.
Per capire cosa è successo davvero bisogna soprattutto raccontare le storie di quelle persone che hanno perso la vita; in primo luogo, per comprendere cosa è stato veramente quell’evento, e in secondo luogo, per capire che viaggiare nella storia della nostra Repubblica significa comprendere l’opera di de-stabilizzazione che è stata prodotta per svuotare la democrazia, i nostri diritti e la Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo.
L’associazione dei familiari delle vittime alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 ha contribuito a diradare quelle ombre nere di menzogne e di depistaggi che hanno inquinato la ricostruzione storica e giudiziaria della strage. L’associazione ha svolto il fondamentale ruolo di mantenere ben salda la memoria della strage alla stazione di Bologna, impegnandosi in prima battuta come ente di riferimento per i familiari delle vittime. Grazie all'impegno dell’associazione si è lottato per ridare dignità a chi non c’è più. Così come hanno fatto tutte le altre associazioni costituitesi, come parte civile, per le vittime delle altre stragi d’Italia.
Ho avuto la fortuna di conoscere Paolo Bolognesi, ex presidente dell’associazione, durante una serie di seminari pubblici sulla strategia della tensione, organizzato dal Professor Angelo Ventrone all’Università di Macerata nel 2024. Avere l’opportunità di scambiarci due parole, stringergli la mano e ringraziarlo per il suo impegno mi ha dato ancor più la consapevolezza che la storia la fanno le persone comuni, che lottano ogni giorno perché credono che una società che abbia a cura la giustizia e la non violenza possa realizzarsi.
L’associazione si è battuta per arrivare a una verità giudiziaria e grazie a Paolo Bolognesi, nel 2016, è stato istituito il reato di depistaggio grazie al quale si è arrivati a individuare i depistatori della strage, i mandanti e i finanziatori.
Questi ultimi sono venuti a galla anche grazie a un documento dal titolo “Bologna”, che era stato sequestrato a Licio Gelli, insieme alle liste della P2, ma che arrivò con grave ritardo all’autorità giudiziaria e rimase all’interno delle carte giudiziarie, fino al 2018, non essendo considerato dagli inquirenti. In questo figuravano i movimenti finanziari che servirono a finanziare la strage. Movimenti che sono stati oggetto dell’imputazione di bancarotta per distrazione dal fallimento del Banco Ambrosiano, che secondo il direttore dell’epoca, dottor Giacomo Botta, non aveva alcuna finalità bancaria e che presumibilmente se né attribuisce la provenienza dal Pentagono. Il finanziamento, che partì dalle casse del Banco Ambrosiano, era stato versato alle strutture del “Pollaio Aloja”, inserite in articolazioni del Ministero della Difesa, verosimilmente riferite a Gladio e ai Nuclei di Difesa dello Stato. (A. Ventrone 2019: 222-223).
Infatti, a partire dal 2018, la nuova inchiesta della Procura generale ha ricostruito una serie di finanziamenti collegati alla strage, per almeno cinque milioni di dollari: soldi sottratti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (il banchiere ucciso nel 1982 a Londra) e distribuiti segretamente da Gelli nei giorni cruciali dell'attentato. Questo nuovo pezzo di verità giudiziaria nasce dal ritrovamento delle carte segrete del Banco Ambrosiano, che erano state fatte sparire. Va ricordato che Gelli, oltre che per i depistaggi di Bologna, è stato condannato come principale responsabile, e primo beneficiario, della storica bancarotta della banca milanese, portata al fallimento dal banchiere (piduista) Roberto Calvi, poi ucciso a Londra. Gelli ha sottratto una montagna di soldi alle consociate estere dell'Ambrosiano, che era diventato la tesoreria occulta della P2. Secondo i giudici dei nuovi processi, Licio Gelli ha usato una parte dei soldi rubati all'Ambrosiano per finanziare la strage.
Il cosiddetto «documento Bologna», ha dato una svolta al processo sui mandanti al punto che l’accusa, già dal 2018, lo definì una: «precisa ed eclatante prova» che Licio Gelli era «il vertice di una sorta di servizio segreto occulto», che organizzò l'attentato e i successivi depistaggi. Secondo l'accusa ne faceva parte anche la super-spia Federico Umberto D'Amato, per anni numero uno dell'Ufficio affari riservati, che risulta aver ricevuto almeno 850 mila dollari da Gelli su un conto segreto in Svizzera. Anche D'Amato è morto prima che si scoprissero quei bonifici, tenuti nascosti per quarant'anni, come il documento Bologna.
La strategia della tensione e la guerra psicologica: la genesi della guerra non ortodossa al comunismo
La strategia della tensione fu un progetto unitario legato da un filo conduttore e condotto da una regia unica che dal 1965 al 1994 ha tessuto le trame di questo piano eversivo di de-stabilizzazione sociale e politica.
Per ricostruire le vicende e capire cosa fu la strategia della tensione dobbiamo basarci sugli elementi di contiguità che si sono ripetuti nel corso di quegli anni, come i depistaggi e gli omissis che hanno inquinato le indagini, i processi giudiziari e la ricostruzione storica delle vicende.
Il primo atto di tale strategia fu nel 1964 con l’operazione “Manifesti cinesi”, manifesti firmati da inesistenti gruppi che inneggiavano a Mao Tse Tung, promossa dall’Ufficio Affari Riservati che incaricò di affiggere i manifesti a Stefano delle Chiaie, membro di Avanguardia Nazionale che ritroveremo più avanti. L’operazione rientrava nel contesto della strategia della tensione e della guerra non ortodossa contro il PCI che ebbero il loro momento di ideazione, pratica e teorica, nel 1965, con il Convegno dell’istituto Pollio all’Hotel Parco dei Principi a Roma. Il Convegno aveva come oggetto di discussione il tema della guerra rivoluzionaria e la strategia aveva l’obiettivo, tramite qualsiasi mezzo possibile, di non far “scivolare” il paese verso sinistra ed estromettere il partito comunista italiano dal governo.
Per comprendere le vicende della strategia della tensione dobbiamo allargare lo sguardo e volgerlo al contesto della guerra fredda. Assumere questa prospettiva è fondamentale per restituire un quadro d’insieme funzionale a comprendere le intricate vicende politiche nazionali e internazionali. La guerra fredda (o guerra non-convenzionale) fu quel periodo storico, dal 1946 al 1991, di contrapposizione tra due blocchi di potere, USA e URSS, che si contendevano il dominio del mondo - “non direttamente tramite l’uso diretto di eserciti” - ma con la costruzione di zone d’influenza e alleanze funzionali a contenere l’espansione dei due attori in questione. Per esercitare influenza politica, economica e mediatica, nei paesi alleati si costituirono due alleanze militari, da una parte, la Nato, sotto il cappello statunitense e, dall’altra, il Patto di Varsavia, sotto il controllo sovietico.
Entrambe le alleanze si assumevano l’incarico di tenere fuori dai loro governi partiti non congeniali agli interessi delle due superpotenze. L’Italia è il paese che più di tutti, in Europa Occidentale, ha subito la supervisione e ingerenze politiche da parte del governo americano. Due sono stati gli strumenti adoperati per far mantenere gli accordi presi dal governo italiano all’indomani della Resistenza al nazifascismo: la guerra psicologica, attuata tramite forme di persuasione, manipolazione e strumentalizzazione mediatica funzionali a diffondere la paura e il pericolo di una presunta invasione comunista; e la guerra non ortodossa che prevedeva la pianificazione di strutture paramilitari (vietate dall’articolo 18 della Costituzione, non note, istituite al di fuori del controllo parlamentare che avevano il fine ultimo di eseguire azioni coperte (Covert Operations) decise da una selezionata cerchia di élites politiche e militari legate a doppio filo con i servizi di sicurezza nazionali e internazionali e con strutture Nato (Gladio). Per quanto riguarda l’Italia l’obiettivo della strategia era estromettere dal governo e contrastare l'espansione e l'influenza del PCI e del comunismo tramite azioni di sabotaggio, contro-guerriglia, guerra psicologica, stragi e azioni violente di piazza. (A. Ventrone 2019: 79-103)
Gli ambienti implicati in questo progetto di destabilizzazione socio-politica possono essere definiti con il termine la “galassia stragista”.
Infatti per combattere questa guerra non ortodossa, durante la guerra fredda, si coagularono soggetti che provenivano dell’intelligence americana, francese, inglese, militari delle forze armate italiane, elementi ripescati dall’Ovra fascista, la destra parlamentare rappresentata dal MSI, mafiosi, esponenti della massoneria nazionale e internazionale, oltre a personaggi delle istituzioni politiche tra cui esponenti della Democrazia Cristiana che pur avevano contribuito con abnegazione alla lotta al nazifascismo (A. Beccaria 2024: 9-13).
Fu una strategia eversiva basata su una serie preordinata e congeniata di atti terroristici, volti a creare uno stato di tensione e paura nell’opinione pubblica tali da far giustificare una svolta di tipo autoritario e conservatore. Un elemento fondamentale per la realizzazione di questa strategia fu fornito dal ruolo svolto dalla stampa e dalla TV, che ebbero il compito, come per gli atti terroristici, di de-stabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzarlo in senso politico. Il fine ultimo era provocare uno spostamento del potere verso i partiti di centro/centrodestra in funzione di un esecutivo forte e di progetti di repubblica semi presidenziale o presidenzialista.
L’obiettivo della strategia fu quello di inasprire lo scontro sociale e spostare l’opinione pubblica verso destra in un momento in cui in Italia le richieste sociali e di maggiori diritti e di più democrazia, ispirate dal testo costituzionale, si stavano concretizzando e il peso elettorale dei partiti di sinistra era in continua crescita. Da ricordare infatti le numerose conquiste sociali di quegli anni: lo Statuto dei Lavoratori del 1970; il referendum sull’abrogazione della legge sul diritto al divorzio; la legge fu istituita nel 1970 e il referendum in cui vinse il “no” fu svolto nel 1974. Inoltre venne istituita la legge 194/1978 sul diritto all’aborto e, sempre nello stesso anno, il Servizio Sanitario Nazionale.
La strage di Bologna si inserisce in questo filone ma appartiene più a una seconda fase della strategia della tensione (la prima inizia nel 1969 con la strage di Piazza Fontana a Milano e si concluse nel 1974 con la Strage di Piazza della Loggia a Brescia e con quella del treno Italicus). In questa seconda fase i progetti si fanno più sofisticati e gioca un ruolo chiave la P2 con il Piano di Rinascita Democratico. Un progetto dai tratti autoritari che mirava a impadronirsi dello stato svuotando le istituzioni democratiche, controllare i mezzi di comunicazioni e indebolire la magistratura fino ad assoggettarla al potere politico (G. Turone 2019: 38-50).
La storia ci parla, ascoltiamola: le matrici
In italia le stragi non hanno colpevoli è tutto un mistero; non sappiamo nulla.
Questa frase è un mantra che si ripete in ordine sparso ogni qualvolta che ci avviciniamo al ricordo delle numerose stragi politiche che hanno attraversato il Paese.
Invece possiamo dire di sapere tutto e forse qualcosa in più.
Nonostante il poco spazio dedicato alla notizia la sentenza del 1 luglio del 2025, e in generale il processo ai mandanti, in piedi dal 2022, ha avuto grande importanza per la conoscenza di quel periodo che è chiamato “strategia della tensione”.
Ripercorrere brevemente le sentenze emesse in sede di processo ai mandanti è un esercizio di verità storica e giudiziaria fondamentale per comprendere la “strategia della tensione” e la successiva, la stagione delle “stragi mafiose” del 1992-1993, - su cui nuovi filoni d’inchiesta si stanno aprendo - soprattutto per quel che riguarda il ruolo di Stefano delle Chiaie (ex Avanguardia Nazionale) e di Paolo Bellini, come anelli di congiunzione tra apparati dello Stato e Cosa Nostra.
Le entità coinvolte - dagli apparati dello stato, alle logge massoniche, la P2 su tutte, agli esecutori materiali fino alle varie strutture paramilitari che hanno operato in questo periodo storico -, seppur con diverse sigle e nomi, appartenevano agli stessi ambienti eversivi che, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, e nell’ambito della guerra fredda, idearono un progetto di de-stabilizzazione della Repubblica svuotando da dentro le istituzioni democratiche. Un “golpe strisciante” riprendendo la formula ideata da Tina Anselmi durante i lavori per la “Commissione d’inchiesta parlamentare sulla loggia massonica P2” istituita nel 1981. Durante i lavori della Commissione si riconobbe il ruolo svolto da Licio Gelli - capo della loggia massonica e terminale di circoli politici statunitensi ed europei portatori di un anticomunismo radicale - e quello svolto dagli apparati dello stato nel sostenere tale progetto de-stabilizzante.
La P2 ebbe il ruolo di centro di potere occulto che svolse un’opera d'istigazione e di finanziamento degli attentati, e che riuscì a penetrare nelle istituzioni grazie alla sua opera di “golpismo strisciante”, attirando a sé industriali, politici, giornalisti, componenti delle forze dell'ordine, della magistratura e dei servizi segreti.
La matrice ideologica, da cui partiva l’unione tra questi ambienti, era un fervente anticomunismo - che si palesò già negli anni della Resistenza, quando iniziarono ad essere create strutture in funzione anticomunista - di cui Gladio fu l’evoluzione compiuta durante la guerra fredda - e un sostegno indiscriminato verso i principi dell’atlantismo e del Patto Atlantico che influirono, e influiscono ancora oggi, pesantemente sulle scelte politiche, economiche e sociali del Paese. In quegli anni a cavallo tra la fine della seconda guerra mondiale, la Resistenza al nazifascismo, la costituente e la guerra fredda, si iniziarono a coagulare all’interno dei servizi di intelligence italiani e di quelli dell’Europa occidentale, strutture di spionaggio e controspionaggio collegate a strutture Nato - tale fenomeno era già in atto dal 1942, anno di fondazione di fondazione dell'Oss (Office Strategic Service) precursore della CIA (A. Beccaria 2024: 42-73). Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ex gerarchi nazisti e fascisti furono riabilitati e reinseriti in strutture militari o vennero espatriati in America Latina, in Portogallo e in Spagna da cui iniziarono a gestire le relazioni con le reti di intelligence formatesi intorno alla Stay-Behind d’ispirazione americana. Tra queste è da ricordare l’Aginter Press, sedicente agenzia di stampa internazionale, con sede a Lisbona, che copriva una vasta rete di spionaggio e reclutamento mercenari, in rapporto con la CIA e altri servizi occidentali.
La teoria della controinsorgenza, sviluppata in questi ambienti, per contrastare movimenti guerrieri o di liberazione nazionale attraverso operazioni militari e strategie psicologiche contribuirono alla diffusione di un’ideologia violenta. Da questa dottrina si passò progressivamente a pratiche terroristiche mirate a diffondere paura e destabilizzazione. La costituzione di strutture organizzate simili allo OAS (Organisation armée secrète), organizzazione paramilitare clandestina francese, attiva durante la guerra d'Algeria che raggruppava i fautori del mantenimento della presenza coloniale francese in Algeria e i veterani della guerra già perduta in Indocina nel 1954, erano la risposta alla guerriglia comunista. Questo approccio venne formalizzato nei manuali militari americani come il National Security Action Memorandum e il Field Manual del generale Westmoreland che giustificavano l’insorgenza americana in paesi stranieri o alleati. La direttiva FM 30-31 B del 18 marzo 1970 del generale William Childs Westmoreland, capo del personale dell’esercito americano, affermava che occorreva intervenire qualora si fosse profilata una minaccia all’estero e in particolare:
“ [...] “Può capitare che i governi dei Paesi ospiti dimostrino una certa passività o indecisione nei confronti dell’eversione comunista e che reagiscano con inadeguato vigore alle proiezioni dei servizi trasmesse dalle agenzie USA [...] In questi casi i servizi dell’esercito USA debbono avere mezzi per lanciare particolari operazioni atte a convincere i governi dei Paesi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo dell’insorgenza e della necessità delle azioni per contrastarla. I servizi dell’esercito USA dovrebbero cercare di penetrare l’insorgenza mediante agenti in missioni particolari e speciali con il compito di formare gruppi d’azione tra gli elementi più radicali dell’insorgenza [...], tali gruppi, i quali agiscono sotto il controllo dei servizi dell’esercito USA, dovrebbero essere usati per lanciare azioni violente e non violente, a seconda della natura delle circostanze”.
La direttiva dimostrava la paura verso incontrollabili movimenti rivoluzionari e puntava alla stabilizzazione del sistema di ispirazione atlantica. Curiosamente in Italia il documento venne ritrovato il 4 luglio 1981 nel sottofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio Gelli, all'aeroporto di Fiumicino, insieme al Piano di Rinascita Democratica e al memorandum sulla situazione politica italiana. Non mancò il tentativo di screditare il documento, attribuendolo ad un’opera di intossicazione informativa sovietica. Chi smentì questa versione fu Pasquale Notarnicola, alto ufficiale del SISMI (Servizio Segreto Militare) e strenuo antagonista della corrente piduista interna al servizio che affermò:
“ [...] Per noi del SISMI si trattava di un documento genuino, effettivamente proveniente dall’autorità USA. Posso con certezza dire questo perché non c’era alcun appunto del servizio che lo segnalasse come un falso o di dubbia provenienza [...]”. (A. Beccaria 2024: 107-109)
Per contrastare il comunismo parallelamente si sviluppò la teoria della quarta dimensione, che prevedeva una stretta collaborazione tra militari e civili. Nella lotta anticomunista si inserì l’iniziativa di personalità come Pino Rauti e Guido Giannettini che non erano solo una risposta neofascista ma, parte di una strategia politico militare di matrice atlantica, di cui Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale erano solo due delle sigle appartenenti a questa galassia eversiva. Entrambe si allinearono alla strategia internazionale anticomunista sostenuta dagli Stati Uniti e dalla Nato, divenendo parte di un’ampia rete di organizzazioni politiche e militari (come ad esempio l’internazionale nera) che operavano non solo in Italia, ma anche in altri paesi con l’obiettivo di contrastare l’espansione del comunismo.
La storia ci parla, ascoltiamola: il revisionismo storico
In Italia, ogni volta che ci avviciniamo alle commemorazioni del ricordo delle stragi, si produce questo strano gioco di specchi: da una parte le istituzioni, di ogni colore politico, che proclamano di aver combattuto contro i terroristi, i mafiosi, sgominando i germi dell’eversione, dall’altra, viene sollevata una cortina di fumo pronta a revisionare la storia e anestetizzare la memoria collettiva di un passato quanto mai vicino a noi. Nel 2023 ad esempio Marcello De Angelis, portavoce del Presidente della Regione Lazio, ha pubblicato una dichiarazione in cui si diceva certo dell'innocenza di Mambro, Fioravanti e Cavallini per la strage di Bologna, aggiungendo che “magistrati e istituzioni lo sanno e mentono sapendo di mentire”. Nello stesso anno Meloni parlò di terrorismo, di vigliaccheria e di terrore, ma si guardò bene dal nominare la matrice fascista. Il Governo a guida Fratelli d’Italia - le cui radici sono ben note e da ritrovare nel MSI, partito neofascista che fu introdotto nell’arco costituzionale grazie all'amnistia Togliatti del 1946, nonostante molti esponenti provenissero dalla Repubblica Sociale Italiana, - da quando è al potere non ha mai nascosto le sue matrici ideologiche e anzi si fa fregio dei suoi camerati che hanno portato con onore la fiaccola.
Parlare del Movimento Sociale Italiano risulta utile per comprendere come sono nate quelle strutture paramilitari utilizzate come manovalanza armata. Da una costola del MSI fuoriuscirono Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, gruppi terroristici di estrema destra utilizzati come esecutori materiali delle stragi nel corso della strategia della tensione.
Infatti nell’alveo del MSI figuravano persone come Giorgio Almirante, che aveva firmato il manifesto della razza nel 1938, che credeva nell’inferiorità di ebrei, zingari, omosessuali, neri e, Pino Rauti, che fece la spola tra l’MSI e Ordine Nuovo, coinvolto in organizzazioni eversive (Ordine Nuovo) e accusato in sede processuale, di aver contribuito alla destabilizzazione del paese, senza mai essere condannato per questi reati.
Entrambi ebbero un ruolo nella strategia della tensione nell’appoggiare la teoria dei doppi-estremismi con l’obiettivo di far ricadere le colpe degli attentati e delle stragi sulle posizioni estreme dell’arco politico e promuovere una stretta centrista e conservatore per giustificare un intervento dello stato per ristabilire l’ordine. In poche parole destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzarlo in senso politico.
Solo per fare un esempio, oggi la figlia di Rauti, Isabella, è Vice-capogruppo vicario di Fratelli d’Italia al Senato della Repubblica.
Con la vittoria del centrodestra alle politiche del 2022 e la seguente nascita del governo presieduto da Giorgia Meloni, il 31 ottobre 2022 viene indicata dal Consiglio dei Ministri come sottosegretario di Stato al Ministero della difesa nel governo Meloni, entrando in carica dal 2 novembre e affiancando il ministro Guido Crosetto, ottenendo poi le deleghe all'esercito, all'operazione Strade sicure, alla formazione del personale civile e militare, alle parità di genere e pari opportunità, alle attività sportive militari, alle politiche per la disabilità, al Corpo militare della Croce Rossa Italiana e al Corpo delle infermiere volontarie, le materie riguardanti l'associazione dei Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta e la nomina di rappresentanti della Difesa.
Fratelli d’Italia in questi anni di Governo ha provato a riabilitare i suoi camerati dalle verità giudiziarie che ci sono pervenute dai processi sulle stragi e dalle molteplici ricostruzioni storiche degli eventi che non ci lasciano ormai alcun dubbio, come recita l’epigrafe alla stazione di Bologna: le stragi sono fasciste.
La contiguità con quella destra eversiva e questa destra “istituzionale” è lampante. Tutti noi dovremmo chiederci: com’è possibile che tutto ciò - dall’opera di destabilizzazione perpetrata con i presunti colpi di stato e con le stragi fino alla riabilitazione dell’estrema destra al governo -, in una Repubblica nata dalla Resistenza al nazifascismo si sia potuto realizzare? A questo punto dove si può scovare, per auto-assolversi, e dove risiede la mela marcia nel sistema? Nelle forze dell’ordine, negli apparati dello stato, nell’arco parlamentare o in altre strutture, a noi non note, e tenute all’oscuro persino del Parlamento?
A parer di chi scrive l’unico modo per riannodare i fili di queste vicende, che stanno ancora avendo grosse conseguenze sul nostro presente, è assumersi il compito quanto la responsabilità di viaggiare nella storia per comprendere che quest’opera di destabilizzazione è stata più reale che mai, e non una specie di complotto ordito da qualche potere forte. Se affermassimo che tutto ciò sia stato un complotto rischieremmo di andare oltre il piano della realtà e calarci in un orizzonte in cui le stragi sono ancora tutte un mistero, impossibili da decifrare e, di conseguenza, l’effetto che si produrrebbe sarebbe quello di immaginarci un grande vecchio che muoveva le fila della de-stabilizzazione.
Invece conosciamo le strutture, le connivenze, i nomi di chi ha ordito contro la democrazia e contro gli stessi cittadini, nei confronti dei quali - i soggetti coinvolti - avevano e hanno la responsabilità in veste di carica pubblica di rendere manifesto ciò che ai più è ancora coperto da segreto di stato. Come afferma l’articolo 51 della Costituzione:
“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
Come ha detto Paolo Bolognesi il 2 agosto 2024:
“Nessun paese in Europa ha visto una strage provocata dal terrorismo interno di questa portata. Le radici di quell'attentato, come hanno confermato anche le ultime due sentenze d'appello nei processi di Gilberto Cavallini e Paolo Bellini, affondano nella storia del post-fascismo italiano, in quelle organizzazioni come il Movimento Sociale Italiano negli anni Cinquanta, come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Oggi figurano a pieno titolo nella destra italiana di governo”. E poi ancora, sulla commissione parlamentare antimafia: "Proprio nel momento in cui deve far luce su presenze inquietanti, personaggi coinvolti a vario titolo con l’eversione fascista e le stragi del '92-'93, il Governo nomina Presidente della Commissione stessa l'Onorevole Chiara Colosimo. La foto che la ritrae in posa non proprio istituzionale, con il terrorista e stragista Ciavardini, diffusa e discussa ampiamente su giornali e televisioni, ci induce a ritenere quella nomina particolarmente inopportuna al massimo livello.
La contiguità dei progetti eversivi
I progetti eversivi non terminarono nel 1981 - anno in cui furono scoperti una parte degli elenchi degli affiliati alla P2 - ma la loro continuità si protrasse negli anni successivi con le bombe del 1992–1993 di stampo eversivo mafioso. Queste ultime portarono poi alla conclusione della fase stragista grazie alla Trattativa Stato-Mafia.
Recentemente sono emersi, nei nuovi filoni di indagini - relative alle bombe di Firenze e Milano del ’92-’93, per l’attentato in Via d’Amelio dove morì Paolo Borsellino e per quello a Capaci dove fu ucciso Giovanni Falcone - sempre di più momenti di connessione tra delitti eccellenti e stragi imputate alla mafia nel 1992-93 e stragi che sono imputate all’estremismo di destra, in collaborazione con esponenti della P2 e dei servizi segreti. Le verità complete su Capaci, Via D’Amelio e le bombe a Firenze e a Milano del ‘92-’93 non sono state ancora dette. Troppi silenzi, troppe zone d’ombra, troppe connivenze rimaste senza nome. Lo stesso dobbiamo dire per l’omicidio di Piersanti Mattarella nel 1980. Com'è possibile che, a 45 anni dall'omicidio del politico siciliano, il fratello del Presidente della Repubblica, non si sappia ancora chi siano i mandanti politici e mafiosi di quel delitto? Possibile che lo Stato, in tutto questo tempo, non sia riuscito scoprire la verità?
Dunque, i legami tra eversione nera, galassia mafiosa e criminalità organizzata potrebbero rappresentare forse l’ultimo tassello del puzzle mancante per ricongiungere questo filo che lega gli eventi della Prima Repubblica. Dal 1994 la continuità del progetto di golpe strisciante potrebbe essere individuata nel momento in cui, l'ascesa al governo di Berlusconi - tessera numero 1816 della loggia P2 - pose fine alle stragi e alla strategia eversiva violenta.
In tal senso il Piano di Rinascita Democratico, ideato da Licio Gelli, sembrerebbe aver avuto una sua continuità nel corso degli anni. La concentrazione delle emittenti televisive, la gestione editoriale nelle mani di pochi potentati economici, il conseguente disfacimento dei sindacati, il taglio dei parlamentari. Nel nostro presente come ha affermato Paolo Bolognesi:
“lo svuotamento delle istituzioni democratiche sta avvenendo sotto i nostri occhi; le riforme apicali del governo sulla magistratura e le intercettazioni, l’autonomia differenziata, il premierato e il dl sicurezza, sono tutte dimostrazioni dell’avversità nei confronti della democrazia e della carta costituzionale [...] e ancora Bolognesi ha ribadito inoltre che: “il governo sta portando a compimento il piano di rinascita democratica di Licio Gelli”, nello specifico la questione relativa alla separazione delle carriere che porterebbe il pubblico ministero nell'orbita del potere esecutivo.
"Una magistratura autonoma e indipendente - ha proseguito Bolognesi - secondo l'attuale quadro costituzionale, è invece una garanzia per tutti i cittadini, e riteniamo essenziale anche la ricerca della verità, contrastando dunque i progetti di normalizzazione che nascondono sotto la parola riforma una pericolosa aspirazione politica di burocratizzazione della giustizia e di controllo dell'esercizio dell'azione penale da parte del potere. L'equilibrio tra il potere di autonomia e la garanzia di un luogo per i cittadini è cruciale, e da questo luogo noi vigileremo sempre sul rispetto dei valori democratici e antifascisti".
Anche il DL sicurezza di nuova attuazione nasconde, all’art 31, un aspetto alquanto problematico per la salvaguardia delle garanzie costituzionali in tema di servizi di intelligence, segreto e ragion di stato. Il suddetto articolo afferma che: “con una firma della presidente del Consiglio, un agente dei servizi segreti può dirigere organizzazioni terroristiche con finalità sia di terrorismo internazionale che di eversione dell’ordine democratico e può fabbricare e detenere materiale esplodente”.
Il decreto sicurezza amplia effettivamente i poteri dei servizi modificando la legge sull'Intelligence. Da un lato, l’articolo rende permanenti alcune norme introdotte in via temporanea negli anni scorsi, come ad esempio quelle risalenti al decreto “Antiterrorismo” del 2015 introdotto dal Governo Renzi; dall’altro, introduce nuove disposizioni. L'articolo 31 apporta modifiche all'articolo 17 della legge 3 agosto 2007, n. 124, che disciplina l'attività di intelligence, includendo nuove fattispecie di reato e modificando quelle esistenti. Estende le condotte tutelate includendo nuove fattispecie di reato che possono essere oggetto di tutela nell'ambito dell'attività di informazione per la sicurezza, fornendo maggiori strumenti per la prevenzione e la repressione di minacce alla sicurezza nazionale. Infine modifica la disciplina dei reati scriminanti - reati che si possono rendere non perseguibili penalmente in presenza di una valida giustificazione.
In poche parole significa quindi che i membri dei servizi segreti possono essere autorizzati a compiere determinate azioni che normalmente costituirebbero un reato, senza essere perseguiti penalmente. L'articolo 31 raccoglie, in un unico testo normativo, tutte le eccezioni penali previste per le attività dei servizi segreti, chiarendo e ampliando il perimetro di impunità in determinate circostanze, come quelle attività svolte per garantire il supremo e preminente interesse alla sicurezza dello stato. In ogni caso bisogna tenere presente che questo significa che i reati indicati, se compiuti da agenti dei servizi nell’ambito di operazioni autorizzate, saranno sempre considerati non punibili, senza bisogno di proroghe o rinnovi annuali.
La difficoltà a coniugare tali discrezionalità, con la salvaguardia dei diritti dei cittadini e dell’impianto democratico, è evidente.
Tale articolo, oltre ad aver fatto insorgere i familiari delle vittime delle stragi, giuristi e costituzionalisti, potrà rappresentare una svolta inquietante per quanto riguarda il tema della discrezionalità e dell’uso dei servizi per le suddette finalità. In un paese che ha conosciuto la strategia della tensione, si autorizzano gli apparati di sicurezza a muoversi oltre il perimetro di legalità con una scriminante penale altissima; infatti l’agente dei servizi che compie un reato grave - come organizzare una banda armata o finanziare il terrorismo - non verrà punito se l’azione è ritenuta “funzionale” agli obiettivi istituzionali. Inoltre sarà coperto da identità segrete nei processi, eventualmente a suo carico, rendendo difficile ogni controllo. Che garanzie abbiamo rispetto all’abuso di questa posizione dominante? Un articolo (il 17 della legge 124/2007) che dichiara illeciti atti gravissimi come tortura, omicidi e attentati, ma in assenza di trasparenza e limiti operativi chi controllerà che i servizi di sicurezza non agiscono impuniti?
Senza fare illazioni o sdoganare tesi complottiste, queste ultime rimangono ipotesi sull'evoluzione istituzionale del paese, che un’osservazione attenta dei fatti sociali e dei discorsi politici, uniti allo studio e analisi della storia potranno rivelarci. Infatti come afferma Leonardo Bianchi: “ Lo stragismo è una storia di provocazioni, attentati “false flag”, depistaggi messi in atto dai servizi segreti… cose che non c’entrano con il complottismo”. Credo sia interessante notare come in Italia, i veri complotti - come le false piste anarchiche, i legami tra neofascisti e servizi segreti o la P2 - siano venuti fuori nel corso di indagini ordinarie, nessuno stava cercando un complotto. La storia sembra insegnarci che il complotto vero lo trovi se non stai cercando un “grande disegno”.
L’importanza della ricerca storica per non cristallizzare e anestetizzare la storia
Le sentenze e gli studi storici hanno consentito di accertare che, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, si è venuta a formare una galassia eversiva integrata da tre forze: 1) i neofascisti, 2) circoli massonici, di cui la P2 è il paradigma più noto, un luogo di incontro e di regia politica delle componenti più reazionarie del sistema di potere italiano (industriali, proprietari terrieri, banchieri ecc), 3) la borghesia mafiosa o l’alta mafia siciliana (soggetti come Michele Sindona).
Queste forze hanno operato durante tutto il periodo della Guerra Fredda fino alla caduta del Muro di Berlino con il sostegno esterno dei servizi segreti americani ed europei in quanto ritenuto un argine contro il pericolo dell’avvento dei comunisti al potere. La Repubblica è stata inaugurata da una strage politico-mafiosa, qual è stata Portella della Ginestra nel 1947, e la Prima Repubblica si è conclusa con le stragi politiche-mafiose del 1992-1993 (R. Scarpinato 2024: 31-47). Nel mezzo una sequenza ininterrotta di stragi e omicidi politici: la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quella di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, la strage di Peteano del 31 maggio 1972, la strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973, la strage di Piazza della Loggia il 21 maggio 1974, la strage del treno Italicus del 4 agosto 1974, la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e la strage sul rapido 904 Napoli-Milano del 23 ottobre 1984.
Le tossine anti democratiche e anti istituzionali diffuse da questa striscia interminabile di stragi hanno avuto un filo conduttore poiché sono state espressione di una guerra civile a bassa intensità, sotterranea, condotta dalle componenti più reazionarie ed eversive contro il nuovo l’ordine costituzionale per impedirne l’attuazione. Le stragi come i progetti di colpo di stato e gli omicidi politici sono stati finalizzati a condizionare, con il linguaggio della violenza e della paura, l’evoluzione democratica del paese, l’attuazione della Costituzione e a tentare di stravolgerla instaurando una Repubblica presidenziale di stampo autoritario. Poiché motivate da ragioni politiche ed espressione della criminalità del potere, queste stragi hanno un unico comun denominatore: i depistaggi posti in essere da esponenti degli apparati statali per impedire di risalire dagli esecutori materiali ai mandanti politici.
Depistaggi che hanno avuto varie forme: sono stati fatti sparire documenti essenziali, si sono create false piste, falsi testimoni e si sono eliminati gli esecutori divenuti inaffidabili. Non è né dietrologia né complottismo spicciolo. Ad esempio ricordiamo che per il depistaggio delle indagini sulla strage di Piazza Fontana sono stati condannati con sentenza definitiva il generale Gianadelio Maletti e il capitano La Bruna del servizio segreto denominato SID; mentre per il depistaggio nelle indagini per la strage alla stazione di Bologna sono stati condannati con sentenza definitiva il generale Musumeci e il colonnello del Belmonte del SISMI.
Ciò che ci deve far riflettere è che questa non è una storia declinabile solo al passato, come se fosse appartenente a una stagione politica, come quella della Guerra Fredda, archiviata. Il motivo di tale affermazione è che quegli eventi attraversano anche le stragi del 1992 e del 1993 e arrivano fino ai giorni nostri dato che la Seconda Repubblica e i nuovi equilibri politici che si sono creati trovano il loro fondamento in quelle ultime stragi che si riconnettono a quelle precedenti. Anche le medesime tecniche di depistaggio sono state replicate nelle stragi di Via D’Amelio, di Capaci e in quelle del 1993. Infatti sono stati fatti sparire documenti come l’agenda rossa di Borsellino e i file contenuti nell’agenda elettronica di Falcone e infine sono stati creati a tavolino falsi collaboratori di giustizia. Altri elementi di contiguità, come afferma Roberto Scarpinato, politico ed ex magistrato italiano, senatore della XIX legislatura per il Movimento 5 Stelle, tra le stragi neofasciste e quelle mafiose sono costituite dal coinvolgimento delle stesse persone. Ad esempio Paolo Bellini, esponente di Avanguardia Nazionale, è stato condannato all’ergastolo per la strage alla stazione di Bologna ed è inoltre coinvolto nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio poichè è stato accertato che è stato ripetutamente in Sicilia dalla fine del 1991 fino a luglio del 1992 insieme a Stefano Delle Chiaie.
Dunque ciò che è certo è che le stragi, almeno quelle dal 1969 al 1980, hanno avuto tutte la stessa matrice ideologica, non riconoscerlo significa essere in mala fede e non voler fare i conti con il proprio passato che si mostra sempre più presente.
Oggi - anche se è cambiato il contesto - rinnegare la matrice delle stragi, continuare a depistare (come la falsa pista palestinese per Bologna che ogni anno riemerge) e svuotare le istituzioni, sono i capisaldi di alcune parti politiche e di un’informazione mediatica troppo accondiscendente, che dovrebbe invece porre sotto la lente d’ingrandimento i fatti del passato perché ancora ci condizionano pesantemente. Questi elementi uniti a un racconto storico opportuno, dovrebbero farci riflettere su ciò che è stato il passato per capire il presente e vedere, tramite questi, il futuro.
Oggi lo scontro si gioca sulla difesa della Costituzione, un obiettivo che dovremmo porci tutti noi cittadini, o perlomeno tutti coloro i quali credono fermamente nell’impianto costituzionale. Una nuova fase della Resistenza nei confronti di quelle forze reazionarie che negano il dettato costituzionale deve essere l’obiettivo di lunga durata che bisogna porsi se si vuole quantomeno limitare quelle scorie pervasive e antidemocratiche diffuse nel corso di questi 77 anni. Chiediamoci inoltre se nell’arco parlamentare esiste effettivamente una forza politica che protegge e si rispecchia nella Costituzione? Le forze di sinistra che si definiscono progressiste devono occuparsi di questa questione impellente per il futuro della nostra democrazia. Di certo questo è un problema che bisogna affrontare se vogliamo che la sostanzialità dei nostri diritti non rimanga unicamente una formalità normativa.
Come afferma Luca Casaroli: “
Nel momento in cui la lotta di Liberazione sancisce il suo esito politico e giuridico in una Costituzione che imporrebbe un modo radicale d’integrare i lavoratori nella cosa pubblica, sotto l’egida dell’uguaglianza sostanziale e della solidarietà, e nell’immediato dopoguerra la maggioranza della classe lavoratrice organizzata esige l’attuazione del progetto costituzionale contro il potere padronale, lì si colloca la resistenza del blocco avverso alla direttiva fondamentale della nuova democrazia. La dicotomia è efficace: a chi riconosceva la Costituzione come legge fondamentale dello Stato si opponeva chi, il blocco d’ordine, il blocco confindustriale, latifondista, notabilare, fascista, continuava a tenere per costituzione effettiva il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, anno 1931. E in nome dell’ordine disponeva gli strumenti legali e illegali, stragi incluse, per prevenire la trasformazione della società in senso progressivo”.
La storia ci insegna che il passato è stato, prima di tutto, un presente fatto di scelte, complicità e anche disobbedienze. Sta a ciascuno di noi, individualmente ma soprattutto collettivamente, decidere e capire da che parte stare. Soffiano venti antidemocratici di revisionismo storico e la consapevolezza del mondo e del sociale svaniscono dietro strumentalizzazioni e manipolazioni mass mediatiche e politiche.
Motivo per il quale non si tratta solo di commemorare, come le istituzioni e i programmi televisivi continuano a fare ad ogni anniversario delle stragi. È molto di più, significa scavare a fondo, analizzare, ricercare e comprendere le motivazioni, le cause e le conseguenze, le connivenze e scoprire i nomi di chi ha agito dietro le quinte. Significa costruire una memoria collettiva, restituire tutto ciò alla storia e a noi la verità.
Bibliografia
-A. Beccaria, il Golpe di Stato. Neofascisti, servizi segreti, P2: tutti gli attacchi a una Repubblica incompiuta, Paper First, Roma, 2024
-A. Coccia, I giorni più lunghi del secolo breve, cap. XII, 2 agosto 1980, Ledizioni, Milano, 2019
-P.P. Pasolini, Il romanzo delle stragi. “Che cos’è questo golpe?”, Corriere della sera, 14 novembre 1974, in Scritti Corsari, Garzanti Editore, Milano,1990
-R. Scarpinato, La Costituzione e i suoi nemici, in La Costituzione e i suoi nemici. Passato e futuro di una lotta quanto mai attuale, Micromega, Roma, Vol. 1/2024
-G. Turone, L’Italia Occulta, Chiarelettere, Milano 2019
-A. Ventrone (a cura di), La continuità del progetto stragista: Dalla strategia golpista al Piano di Rinascita Democratica di Claudio Nunziata in “ L’italia delle stragi, le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969–1980), Donzelli, Roma, 2019
-A. Ventrone, La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento, Mondadori, Milano, 2019









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