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La Calabria sta crollando e l'Italia guarda in silenzio

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 7 hours ago
  • 4 min read

di Emanuela Carbone.


Mala tempora currunt, sed peiora parantur.” Corrono tempi brutti, ma se ne preparano di peggiori, diceva forse Cicerone quando la Repubblica scricchiolava.

In Calabria non è un monito antico, è un’amara maledizione che si ripete.

Ciò che stanno vivendo in queste ore i calabresi non è più solo “maltempo”, è una condizione strutturale che ritorna, stagione dopo stagione, con una puntualità che non può più essere un’emergenza transitoria. È un territorio che cede, si spacca, frana e con esso cedono le case, le attività, la quotidianità di migliaia di persone.

 

Giorno 13 febbraio, l’esondazione del fiume Crati ha costretto circa 190 persone ad abbandonare le proprie abitazioni tra Cassano allo Ionio e l’area dei Laghi di Sibari, come riportato da ANSA. Strade sommerse, abitazioni invase dall’acqua, famiglie in attesa di rientrare in case ancora impraticabili.

Il maltempo non ha dato tregua: forti precipitazioni, vento e piogge costanti hanno mantenuto l’allerta meteo arancione su ampie aree della regione, con cadute di pioggia fino a 50mm in 12 ore nel solo cosentino e numerosi smottamenti lungo la viabilità secondaria.

 

Secondo i dati diffusi da Legambiente, negli ultimi quindici anni in Calabria si sono verificati 115 eventi meteorologici estremi: le recenti piogge persistenti hanno aggravato una situazione già critica, figlia delle politiche disinteressate degli ultimi trent’anni, dalla costa fino all’entroterra.

Se nel cosentino il terreno, saturo, continua a cedere e le mareggiate divorano chilometri di lungomare, è ancora corretto parlare di eccezionalità? O siamo di fronte al fantasma del cambiamento climatico che vuole spaventare un territorio già strutturalmente vulnerabile?

Il dissesto idrogeologico non è una novità: versanti instabili, alvei fluviali che richiedono manutenzione costante, aree urbanizzate in zone a rischio; ISPRA rileva che oltre il 94% dei comuni italiani presenta aree esposte a frane, alluvioni o erosione costiera. In Calabria questo dato si traduce in una fragilità permanente.

 

Gli interventi dei vigili del fuoco nelle prime 72 ore superano quota 500 solo nella provincia di Cosenza, tra soccorsi, messa in sicurezza di aree isolate e recupero di persone con mezzi fluviali e via elicottero.

Parallelamente agli effetti sul territorio, anche il settore agricolo, già provato, ha subito danni significativi: interi uliveti, agrumeti sommersi dall’acqua, aziende danneggiate e difficoltà di accesso ai campi hanno imposto uno stop irrevocabile a qualunque attività. E la Calabria non è sola.

 

Negli stessi giorni in cui il territorio cede, il mare, che ha divorato case e chilometri di spiagge, restituisce alle sponde calabresi e siciliane anche corpi di migranti senza vita, secondo ANSA almeno quindici nell’ultima settimana sono stati sospinti a riva dopo traversate spezzate dal maltempo: non numeri, ma uomini, donne e bambini che hanno attraversato lo stesso mare di Cutro e Roccella Jonica, lo stesso che da Lampedusa al canale di Sicilia continua a contare morti e promesse mancate.

Il Mediterraneo non distingue tra chi fugge e chi resta: inghiotte e poi riconsegna.

 

Sul piano finanziario, a febbraio 2026 il CIPE ha destinato circa 13 milioni di euro per la riduzione del rischio idrogeologico in Calabria. Una cifra che, se confrontata con i danni stimati nell’ultimo decennio – circa un miliardo di euro tra frane e alluvioni secondo dati riportati da LaC News24 – evidenzia uno scarto evidente tra rischio reale e risposta finanziaria.

Dopotutto, la manutenzione ordinaria del territorio – pulizia dei fiumi, monitoraggio e consolidamento dei versanti – non fa titolo in prima pagina, non inaugura cantieri futuristici e non porta consenso immediato, ma è ciò che separa la prevenzione dalla tragedia.

 

Nel dibattito nazionale, attenzioni e risorse si concentrano su infrastrutture come il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, mentre nei territori che dovrebbero collegarsi a quell’opera, le strade provinciali cedono e le coste arretrano. Le emergenze al Sud raramente diventano “cosa nazionale”, la distanza delle istituzioni è concreta nella continuità mancata, nei piani annunciati e non attuati, nella prevenzione rimandata e nella gestione emergenziale che si ripete identica a sé stessa: al Sud tocca fare tutto da sé.

 

Il punto più grave, però, non è solo materiale, è simbolico.

La Calabria crolla e si sbriciola nel silenzio, le immagini baluginano sui notiziari come notizie di un mondo troppo lontano dalle coscienze comuni, ma restano radicate nelle cronache locali e la narrazione scivola verso la fragilità storica, l’abusivismo, il destino geografico “che vi siete scelti”.

E così arriva la spiegazione che assolve le responsabilità e normalizza l’abbandono.

 

Arriverà un’altra estate divorata dal caldo e dalle “genti di lontano” che daranno in pasto a un social quelle spiagge toccate da Aiace e foto di cipolle di Tropea, mettendo le canzoni di Brunori e pensando che la ‘nduja sia uguale ovunque, che il Cirò sia un vino troppo pesante e che dopotutto i calabresi siano bella gente, sempre di cuore, sempre con il sorriso, forse solo un po’ troppo chiassosi, un po’ all’antica, sempre a proteggere le loro cose, però che bravi che sono stati dopo tutto quel maltempo, no?

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