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L'Italia del 12 dicembre: la strage di Piazza Fontana

Updated: Dec 16, 2022


di Luca Simone.


Parlare della strage di Piazza Fontana è complicato. Complicato perché di questa strage conosciamo tantissimo grazie ai numerosi processi, ma ci sembra di non conoscere ancora nulla; è difficile per non dire impossibile riuscire ad orientarsi nelle tonnellate di documenti e saggi prodotti sul tema, ognuno dei quali offre la sua teoria, e in ognuno dei quali, a guardar bene, si può trovare una mollica di verità. Di certo quindi, ad oggi, non abbiamo in mano nulla, neppure i colpevoli ad ormai 53 anni di distanza, già, perché nonostante decenni di processi, il punto di inizio della strategia della tensione in Italia, un evento che si è preso la vita di 17 persone innocenti, non ha un colpevole. Ne ha decine e decine, di non dimostrati ma plausibili, ma questo, purtroppo, in sede storiografica non basta, e questa sovrabbondanza si traduce in un nulla di fatto. Piazza Fontana un responsabile non ce l’ha nemmeno 53 anni dopo. L’obiettivo di questo articolo non è certo quello di trovare un colpevole, né di fornire una propria teoria univoca sui fatti, sarebbe pura tracotanza intellettuale, ma quello di cercare di raccontare ciò che di certo c’è in questa storia, rispettando quel poco di verità su cui siamo riusciti a mettere le mani.


Il contesto italiano

La strage avviene il 12 dicembre 1969, ma va inserita necessariamente in un contesto ben più ampio, che è quello del Sessantotto. Sarebbe superfluo dover spiegare che cosa sia stato e cosa abbia significato a livello non solo nazionale, ma mondiale il movimento sessantottino, e quanto abbia contribuito a cambiare non solo la società, ma in piccola parte anche gli assetti politici di vari paesi, perciò ci concentreremo sull’Italia. Le riforme dei cosiddetti governi di centro-sinistra avevano portato nel corso degli anni Sessanta a importanti cambiamenti sul piano sociale, come nel 1962 l’introduzione della scuola dell’obbligo e le varie riforme dell’università, che avrebbero contribuito a renderla un’istituzione più aperta e meno elitaria (Lepre: 224). Queste riforme contribuirono a creare una generazione di giovani molto più consapevole del mondo che li circondava rispetto a quella dei loro padri, e li rese ben presto coscienti di una situazione che non sembrava più interpretare i loro interessi e le loro istanze. Grazie all’ampia circolazione di una cultura di matrice neomarxista che si appoggiava ai dettami dell’antimperialismo, si era costruita negli studenti una sorta di coscienza di classe che mirava a capovolgere i dettami della società tradizionale che non riconosceva nessuna di queste istanze. L’altra classe sociale che interpretò le rivendicazioni sessantottine e affiancò, almeno in un primo periodo, gli studenti in questa sfida all’ordine costituito, fu quella degli operai. Grazie all’arma dello sciopero, e alla violenza delle lotte sindacali senza quartiere, gli operai ottennero nel corso del 1968 e del 1969 importantissime concessioni sul piano dei diritti. Rivendicazioni che avrebbero portato nel 1970 allo Statuto dei Lavoratori, che per la prima volta creava un sistema di diritti inattaccabile da parte delle forze economiche padronali. Il momento più duro di questa rivendicazione si ebbe nel cosiddetto “Autunno Caldo”, quello del 1969, quando le manifestazioni operaie e studentesche raggiunsero il loro picco massimo, con ben 33 milioni di ore di sciopero complessive (Ivi: 240).


La situazione sociale era dunque incandescente, ma lo era altrettanto quella politica. La possibile apertura ventilata da alcuni vertici della DC, con in testa Moro, ad un inserimento graduale del PCI nella compagine di governo era avvertita da molti come una concreta minaccia alla tenuta dello Stato. Non dobbiamo dimenticare che siamo in piena Guerra Fredda, e l’Italia è un paese molto particolare, in quanto è posto al confine con il mondo sovietico e ha al suo interno il più potente partito comunista d’Occidente, in grado di mobilitare quasi un terzo del Paese. Una posizione dunque che impone, secondo alcuni, soprattutto in ambienti oltranzisti vicini alle forze armate e ai gruppi imprenditoriali, una grandissima prudenza nei movimenti. La già citata esperienza del Centro-Sinistra, nata dopo il tragico fallimento del governo Tambroni nel 1960, che aveva portato l’Italia sull’orlo della guerra civile, suscitava notevoli diffidenze. I socialisti non erano considerati un partner totalmente affidabile in un contesto del genere, e alcune frange del partito si erano mostrate troppo vicine alle rivendicazioni della piazza, aprendo un dibattito interno al governo se fosse opportuno continuare o meno questo sodalizio informale. Tra i più critici vi fu sicuramente il Presidente della Repubblica Saragat, fautore della nuova secessione del PSI durante l’estate del 1969 che diede vita ad una formazione socialdemocratica denominata PSU, molto più moderata e vicina ad un compromesso antimovimentista e, soprattutto, ferocemente avversa al dialogo con i comunisti. L’intento del Capo dello Stato era infatti quello di indebolire un PSI spaccato tra moderati e non, per creare una nuova formazione governista autonoma, più facile da controllare, che chiudesse definitivamente le porte all’esperienza del Centro-Sinistra, ritornando ad un più moderato centrismo (Giannuli 2018: 239). La posizione ferocemente avversa di Saragat alla piazza emerge anche dalle dichiarazioni feroci rilasciate in occasione della morte, la cui dinamica non venne mai chiarita, dell’agente Antonio Annarumma il 19 novembre, durante i violenti scontri che avevano accompagnato lo sciopero generale a Milano. La posizione tenuta dal Capo dello Stato fu stranamente eccessiva nei toni e nella scelta del lessico (Dondi 2915: 130), a dimostrare la sua ferma volontà di porre lo Stato (e sé stesso) contro le manifestazioni e le dimostrazioni, cercando di smuovere l’opinione pubblica, spingendola a schierarsi contro le violenze dei “facinorosi” e legittimando probabilmente un maggiore interventismo volto a ristabilire l’ordine. Di questo maggiore interventismo si discuterà addirittura in Parlamento, con la netta presa di posizione della Destra che si dichiarerà a favore di una “svolta” non meglio precisata, ma facilmente intuibile (Ivi: 135).


L’avversione al comunismo non è però una questione meramente politica. È infatti accertato che elementi dei vertici militari e dei servizi di sicurezza abbiano operato anche materialmente, in collaborazione e in certi casi anche rivalità, con forze più o meno occulte per poter disinnescare la bomba del pericolo comunista. Se nel 1964 l’Italia aveva già subito un mai chiarito tentativo di svolta autoritaria con il Piano Solo, questo non era bastato per far desistere i manovratori dal tentare ancora una volta la carta del cambio di regime. Nel maggio del 1965 si svolge infatti a Roma l’ormai celebre “convegno Pollio”, ritenuto l’atto fondativo della strategia della tensione, in quanto riuniva le due anime dell’oltranzismo anticomunista che volevano una guerra permanente contro il comunismo: l’oltranzismo d’attesa e l’oltranzismo d’azione (Ivi: 50). Tra le menti dietro al convegno troviamo i massimi vertici militari e dei servizi, come ad esempio Giuseppe Aloia, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e il maggiore Magi Biraschi, responsabile del nucleo “Guerra non ortodossa”, assieme a personalità legate all’eversione nera come Pino Rauti, e agenti legati ai servizi come Guido Giannettini. È interessante però vedere anche i finanziatori dell’iniziativa, tra cui spicca sicuramente Eugenio Cefis, futuro presidente dell’ENI (Ivi: 52), e successore di Mattei dopo la sua sospetta uscita di scena. Il più importante frutto del convegno fu la creazione dei “Nuclei di Difesa dello Stato”, una sorta di raggruppamento operativo finalizzato alla repressione interna, ispirato all’OAS francese; l’esistenza di questo apparato parallelo è tenuta segreta ancor più degli stessi servizi di sicurezza, ed è nota solo ai vertici politici e militari del Paese (Ivi: 60).


Il contesto internazionale

L’Italia ovviamente non è un paese isolato dal resto del mondo, senza legami e protetta dalle influenze esercitate dalla particolare convergenza internazionale. Siamo infatti in piena Guerra Fredda, e nel 1968 con l’Operazione Danubio l’URSS ha invaso la Cecoslovacchia e ha messo fino all’esperienza di Dubcek di un “socialismo dal volto umano”; al contempo la vicina Grecia nel 1967 ha subito un colpo di Stato che ha abbattuto la monarchia costituzionale e ha portato al potere una giunta militare, i celebri “colonnelli”, di ispirazione fascistoide e fortemente anticomunista. L’intera operazione è stata avallata ed eterodiretta dalla CIA, preoccupata da un possibile indebolimento dell’alleato in una situazione particolarmente delicata soprattutto nello scacchiere mediorientale. L’Europa occidentale ospita dunque nel 1969 ben tre regimi di estrema destra di matrice fascista (Spagna, Portogallo e Grecia) e un paese in cui le libertà democratiche sono formalmente bloccate da una costituzione rigida che limita l’esistenza di una opposizione di sinistra (Germania Ovest). Proprio la mattina del 12 dicembre, a Parigi, Aldo Moro, Ministro degli Esteri italiano e Presidente di turno del Consiglio d’Europa, stava discutendo della possibilità di espellere la Grecia da quel consesso, in quanto non avrebbe rispettato le condizioni per rimanervi, essendo a tutti gli effetti un regime autoritario che limitava i diritti più basilari. Una decisone che verrà ratificata proprio quel giorno grazie all’opera dello stesso Moro, che costrinse il regime dei colonnelli a ritirarsi autonomamente prima ancora di mettere la questione ai voti. (Giannuli 2018: 297) Si trattò di uno smacco non da poco per la NATO, Washington e Atene, che rimasero sfavorevolmente colpite dalla posizione italiana che metteva pericolosamente a rischio la tenuta dello schieramento anticomunista. In quel periodo infatti, diverse informative riportavano di una frenetica attività in ambienti legati ai colonnelli all’interno della NATO, nell’estremo tentativo di bloccare questa iniziativa italiana (Ibid). Mentre a Parigi si discuteva, a Milano e a Roma scoppiavano le bombe.

L'interno devastato della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo la strage


Dall’altra parte dell’Oceano il gigante americano è retto dal Presidente Nixon, un uomo molto discusso e sicuramente spregiudicato, coadiuvato nelle sue manovre di politica estera da un personaggio oscuro come Henry Kissinger. I due varano un nuovo corso per la politica estera americana, basato sul disimpegno militare diretto dai fronti caldi come il Vietnam, a favore di un apparente riposizionamento che intende però mascherare un aumento consistente delle cosiddette covert operations in funzione anticomunista nei paesi alleati, con l’obiettivo di creare un’instabilità interna da cui possono beneficiare partiti o regimi di chiara fede atlantica e anticomunista (Dondi 2015: 40). A questo proposito il bilancio federale implementò in maniera considerevole i fondi destinati a queste attività di destabilizzazione, preferite ad un impegno diretto. Questa dottrina si può trovare enunciata per mano del generale Westmoreland, già comandante delle operazioni militari in Vietnam, autore del celebre Field Manual 30-31 del 1970, che spiega come gli USA avrebbero dovuto muoversi nei confronti dei Pesi alleati per potersi assicurare la loro fedeltà, ricorrendo se necessario a tecniche di guerra non convenzionale (Giannuli 2018: 44). Gli USA sono particolarmente preoccupati dal caso italiano, diverso per natura da tutti gli altri con cui si trovano a dover fare i conti, in un momento storico in cui non possono neppure più fare affidamento sulla Francia, uscita nel 1966 dalla NATO e ingolosita dalla prospettiva di creare un fronte europeo che sapesse fare a meno di Washington. Ed è proprio in questo contesto che gli USA varano il Piano Chaos (1966-1973) (Ivi: 115) basato sulle sistematiche infiltrazioni all’interno dei movimenti di sinistra antimperialisti, assicurandosi il supporto dei vertici militari e di varie “agenzie” che si sarebbero occupate dell’attuazione materiale di alcune direttive.


La strategia della tensione

Ma come si lega tutto questo contesto internazionale a Piazza Fontana e alle altre stragi avvenute in seguito? La risposta a questa domanda è impossibile da dare, e nessuno è riuscito a fornire una spiegazione suffragata da prove inoppugnabili nel corso di decenni di studi ed inchieste giornalistiche e giudiziarie. Possiamo però soffermarci sui fatti per tentare una ricostruzione.


Sappiamo che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i servizi segreti italiani si sono immediatamente adoperati per creare una rete di collegamento coadiuvata da organismi NATO per la creazione di gruppi controinsurrezionali che avrebbero dovuto in primis fornire un appoggio in caso di attacco sovietico. Stiamo parlando della celebre operazione stay-behind, che in Italia ebbe la sua famosa applicazione con la creazione della rete Gladio, resa nota da Giulio Andreotti solo alla fine degli anni Ottanta. Sappiamo che questi accordi integrano una clausola segreta relativa alla guerra non ortodossa che avrebbe dovuto attuarsi nel caso di una vittoria del PCI. (Glanser: 38). L’organizzazione arriva a disporre per l’addestramento dei suoi combattenti addirittura della base militare statunitense di Capo Marragiu, specializzata nella preparazione degli incursori. Nel caso di Piazza Fontana e di altri eventi, almeno fino al 1974, possiamo affermare di non trovare una regia diretta di Gladio, la quale però ha senza dubbio fornito un appoggio logistico decisivo alla realizzazione dei progetti stragisti, basti pensare che Freda e Ventura (i due ordinovisti più probabili autori materiali della strage di Piazza Fontana) hanno utilizzato esplosivo proveniente da un deposito segreto NATO a disposizione di Gladio (Dondi 2015: 13). A livello politico, il referente principale di questa struttura è Paolo Emilio Taviani, potentissimo esponente della DC, più volte ministro (Ivi: 15), che resterà assieme ad altri democristiani di sicura fede atlantista alla guida dei dicasteri più importanti almeno fino al 1978.


Ma Gladio non è l’unico attore di questa storia, perché debbono per forza di cose essere citati anche Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Si tratta di due organizzazioni di estrema destra, rivali tra di loro, con referenti politici diversi (SID per ON e UAAR per AN e anche pezzi di ON, ma bisogna sempre considerare una grande fluidità) che hanno due diverse strategie per approcciarsi alla guerra non ortodossa. Per ON si tratta di una guerra che può, e per certi suoi membri deve, virare verso una svolta stragista che forzi la mano agli alleati ai piani alti del potere politico e militare per attuare una svolta autoritaria; per AN invece la svolta autoritaria deve raggiungersi non tanto con vere e proprie operazioni di guerra, ma con un raffinato utilizzo di attentati dimostrativi che spostino lentamente il Paese verso posizioni aperte al cambio di regime. Grande protettore di ON e di Stefano Delle Chiaie di AN, risulterà Federico Umberto d’Amato, uomo per tutte le stagioni, legato ad ambienti vicini alla CIA e regista di moltissime trame mai risolte della strategia della tensione, capo dello UAAR, l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno (il servizio segreto rivale del SID, di stampo invece militare). (Ivi: 29) Entrambe queste organizzazioni sono legate all’Aginter Press, un’agenzia con sede a Lisbona, guidata da un oscuro personaggio legato all’OAS e ai servizi segreti NATO, specializzato in operazioni sotto copertura per la guerra non ortodossa, Yves Guerin-Serac. La situazione inizia a complicarsi, e non abbiamo ancora parlato dell’ultimo attore in campo, ovvero lo stesso Stato italiano. (Ivi: 36) I più alti vertici militari dei servizi, in particolare di SID e UAAR, sono infatti perfettamente a conoscenza di queste trame e di questi progetti eversivi, e la presenza di molti uomini delle istituzioni al convegno del Pollio, testimoniano l’appoggio nemmeno troppo nascosto a questo progetto di riassestamento istituzionale. Uomini come Giannettini, pesantemente implicato nella strage di Fontana, fungono da anello di congiunzione tra i servizi, con i loro interessi, e le organizzazioni terroristiche di estrema destra, in questo caso ON, nel tentativo di eterodirigerne le operazioni per i propri scopi. Ma anche uomini come Vito Miceli, Gianadelio Maletti e Antonio Labruna, chiamati in causa più volte come uomini a conoscenza dei fatti (Ivi: 28). Ma se ne erano a conoscenza perché non li hanno fermati? E soprattutto, quali sono dunque gli scopi di questa rete?


Come abbiamo descritto in precedenza, il sistema politico italiano vive alla fine degli anni Sessanta una crisi pesantemente ispirata dalle manifestazioni operaie e studentesche di piazza, che spostano in maniera preoccupante il pendolo politico verso sinistra e in particolare verso il PCI. Il timore di una vittoria elettorale di un partito visto come espressione del “nemico” rappresenta una prospettiva da evitare ad ogni costo e con qualsiasi mezzo per vari livelli nazionali e internazionali. Ad essere interessati in una neutralizzazione del PCI e dei movimenti di piazza antimperialisti e operai vi sono i servizi americani, l’ala oltranzista dei servizi segreti NATO, le organizzazioni terroristiche di estrema destra, alcuni importanti settori delle forze armate, dei servizi italiani, e dei partiti politici italiani. Vi è dunque una pesante comunione di intenti fra tutte queste forze in campo, ma vi sono anche importanti differenze riscontrabili nei metodi e negli obiettivi ultimi di queste forze. Senza tener conto di questa fluidità avere una conoscenza della strategia della tensione appare un’operazione non solo difficile, ma impossibile. Parlare infatti di un unico “partito del golpe, interessato alla svolta dittatoriale in Italia è fortemente riduttivo, e non tiene conto di molteplici fatti. Gli USA infatti non erano per nulla interessati ad un netto cambio di regime in Italia, ben consapevoli delle grandi capacità di mobilitazione del PCI, di molto superiori a quelle del partito greco, che invece si era fatto sopraffare, così come alcuni importanti settori del potere politico non avevano alcun interesse al vero e proprio colpo di Stato, ma erano più interessati ad un riassestamento centrista con più ampi poteri alle forze armate, senza però passare dall’esperienza del regime; e infine, le organizzazioni di destra, credevano invece l’opposto, e ambivano ad un rovesciamento del sistema democratico, per poter finalmente giungere alla tanto agognata dittatura, regime nel quale sarebbero stati reinseriti dalla porta principale. Senza tenere dunque conto di questa fluidità di intenti, e di come vi fosse solo una base iniziale comune (guerra al PCI e alle sinistre, con riassestamento al centro e contenimento del movimento di piazza), ben poco si può capire degli eventi successivi. (Giannuli 2019: 98)

Una folla silenziosa e immensa segue i funerali delle vittime in Piazza Duomo il 15 dicembre


Arriviamo così al fatidico pomeriggio del 12 dicembre 1969, quando alle 16.37 un ordigno devasta la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana, a due passi dal Duomo. È impossibile soffermarsi con attenzione sulle vicende processuali, sui depistaggi, sulle sospette morti collaterali, quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi in primis, ma proviamo a concentrarci su cosa ci ha lasciato questa strage, e su cosa possiamo riflettere da un punto di vista storico. Piazza Fontana ha segnato la svolta stragista della strategia della tensione. Una svolta ampiamente preparata, e di cui si era perfettamente a conoscenza in ambienti non solo italiani, è noto infatti l’articolo di Leslie Finer uscito sul The Observer di qualche giorno precedente la strage, che parla per la prima volta di tecnica stragista volta alla destabilizzazione politica, e conia la fortunata espressione di strategia della tensione, articolo ispirato con ogni probabilità dall’MI5 (Giannuli 2018: 229). A mio modesto avviso, alla luce delle recenti ricerche è tecnicamente scorretto parlare di strategia. La strategia prevede una precisa regia unica, e fa propendere verso la teoria del “partito del golpe”, che avrebbe racchiuso al suo interno istanze troppo diverse tra loro per poter essere soddisfatte da un unico organismo coordinatore. È forse più corretto parlare di “tattica della tensione”. La tattica infatti rappresenta l’immediatezza, la capacità di sfruttare a proprio vantaggio particolari elementi, che vengono messi al servizio di un disegno che però non corrisponde ad una strategia preordinata e rigida. Mi spiego meglio. Quella che è passata alla storia come strategia della tensione, vede la presenza di molteplici attori, intrecciati tra loro in moltissimi casi, grazie ad infiltrazioni reciproche dei servizi, guerre intestine e inquinamento ambientale di informazioni, che fanno pensare ad una divergenza di opinioni su molteplici aspetti delle scelte compiute da alcuni organismi che rispondono solo fino ad un certo punto degli “ordini”. Ordini che a mio avviso si presentano come particolarmente confusi, l’obiettivo principale è infatti quello di fermare il comunismo con ogni mezzo, senza specificare però quali limiti ci si debba porre. Gli attentati sui treni della primavera estate 1969, che precedono Piazza Fontana, servono questo obiettivo tanto quanto la strage, che potrebbe invece non essere condivisa nella sua attuazione da diversi altri membri. (Dondi 2018: 173) L’obiettivo comune di battere il comunismo, è il terreno che unisce tutti questi attori, ma la collaborazione ideale si ferma qui, perché bisogna tenere conto di una necessaria fluidità attribuibile al comportamento umano dei singoli soggetti in gioco. Ciò che però rimette d’accordo tutti, raccolti i pezzi, è di sfruttare questi eventi di nuovo nell’ambito di un contenimento dei comunisti, per un preciso scopo politico. Non si capirebbe altrimenti la testardaggine dimostrata nel voler perseguire la pista anarchica anche senza alcuna evidenza probatoria, risparmiando per anni la pista nera, che si dimostrerà poi quella effettivamente coinvolta in Piazza Fontana.


Qui prodest è la domanda che deve guidare qualsiasi riflessione o pensiero a proposito di Piazza Fontana e della strategia della tensione, senza avere ben chiaro questo, è impossibile orientarsi nella mole di indizi, piste, eventi, depistaggi, silenzi e inchieste. La strage ha servito molteplici scopi, pur dimostrandosi sfuggita di mano a molti “coordinatori occulti”, i quali sono però riusciti comunque a sfruttarne gli effetti per i propri scopi. Il 1970 rappresenta infatti un anno di ammorbidimento delle lotte sindacali, con un calo degli scioperi, e segna una ripresa non solo della DC, ma della stessa esperienza del Centro-Sinistra, il quale però perde completamente la sua spinta riformatrice, decidendo di dirottare verso un binario morto sia il dialogo con il PCI che importanti riforme strutturali che avrebbero potuto favorirlo (ad esempio l’autonomia delle regioni). Rimane però senza alcun seguito la svolta golpista dei settori oltranzisti, tanto che Rumor, accusato di aver promesso la proclamazione dello stato d’emergenza (preludio al colpo di Stato), si rifiuta di firmare (Giannuli 2019: 97), e lo stesso Saragat, ingolosito dalla svolta presidenzialista di ispirazione gaulliana, si ferma e fa un passo indietro (Dondi 2015: 166). Non tutti dunque all’interno delle istituzioni e degli organismi stragisti stessi, sono concordi nel favorire una svolta di tipo autoritario, e anzi alcuni si muovono materialmente per evitarla, ben consapevoli che un importante risultato è già stato raggiunto. Una dinamica questa, che ritroveremo in molti altri casi successivi, il Golpe Borghese su tutti, fermato ad un passo dalla sua piena attuazione la notte dell’8 dicembre 1970. Questo deve farci ritenere che parlare di colpo di Stato aveva un duplice fine, se da una parte serviva a coinvolgere e reclutare alla propria causa chi lo voleva (estremisti di destra, settori oltranzisti di istituzioni e forze armate), dall’altra serviva come spauracchio, come minaccia per chi invece o riteneva necessario aprirsi a sinistra, o utilizzava metodi troppo blandi per impedirlo. Di fatto però, il colpo di Stato non ci fu nel 1969, e non ci sarà mai neppure dopo.


Epilogo

Tentare di raccontare Piazza Fontana e la strategia della tensione in poche pagine è impresa impossibile, ho perciò tralasciato innumerevoli temi, che troverete tutti nei volumi indicati in bibliografia, assiema al mio invito a leggerli per poter avere una conoscenza approfondita degli argomenti, confrontandovi con un materiale sicuramente migliore del qui presente articolo. Quello che ci lascia Piazza Fontana è un vuoto, perché a più di cinquant’anni da quel tragico 12 dicembre non conosciamo ancora con certezza tutti i colpevoli, possiamo solo ipotizzarli alla luce di una ricostruzione storica basata sui fatti. Fatti che troppo spesso sono stati semplificati nell’uno o nell’altro senso, dando adito a teorie e posizioni incompatibili con la ricerca e le evidenze storiche. Dare la colpa ai soli terroristi è riduttivo tanto quanto identificare in un’unica regia tutti gli eventi stragisti che hanno avuto il loro inizio a Piazza Fontana. È necessario perciò modificare il tipo di ragionamento e il tipo di analisi che si fa di questi fatti, ammettendo l’esistenza di un contesto ben più caotico di quello che si crede, in cui intrecci, infiltrazioni e depistaggi, si accompagnano ad un disegno basilare perseguito però con mezzi diversi. Come in tutte le alleanze che si rispettino, le parti in questione si odiano l’un l’altra e stanno insieme per convenienza, punzecchiandosi quando nessuno guarda, ma spalleggiandosi quando uno rischia di cadere buttando giù l’intero castello di carte. Questa è la strategia della tensione, e questa è Piazza Fontana.


Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.





Bibliografia

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-Vinciguerra V. Stato d’emergenza, (2014), Lulu.


Per le sentenze e le trascrizioni delle audizioni della commissione parlamentare d’inchiesta, è utile visitare la pagina Wikipedia nella sua sezione dedicata alla bibliografia e ai documenti.

-https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_piazza_Fontana#Cronologie_delle_indagini





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