Chi sono e perchè dobbiamo parlare di Nayt e Raye?
- Koinè Journal

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di Antonio Bosco.
RAYE – This music may contain hope
Dopo anni di battaglia per riprendere il controllo del proprio nome, il passo successivo è capire cosa farne, come sfruttarlo. Sette anni sotto l’etichetta Polydor senza pubblicare nemmeno un disco, per poi riuscire a svincolarsi, firmare con la Human Re Sources, e avere finalmente la possibilità di pubblicare un disco come artista indipendente: questa è la storia di RAYE e del perché i suoi sei Brit Awards vinti in una sola notte, con il suo primo album My 21st Century Blues hanno fatto così rumore. E dunque, dopo le tante dichiarazioni pubbliche riguardo la brutta situazione legale in cui si trovavano i suoi diritti d’autore, ha dimostrato di poter smarcarsi e di aver ragione. Una storia di rivincita. Ma arriviamo a oggi e all’eterno dilemma di una popstar dopo che la sua carriera artistica è cambiata per sempre: come faccio a evitare di diventare una copia trita e demodé di me stessa? La risposta arriva in quest’album. Si capisce già dal rollout che è un album grande, massimalista, orchestrale, da opera pop. Strutturato in quattro stagioni, il disco mette subito in chiaro l’ambizione operistica: anche leggere il nome di Hans Zimmer nella tracklist contribuisce a sottolinearne l’attitudine.
Già il titolo è tutto un programma: la speranza è trattata alla stregua di un allergene, finita in un album piuttosto pessimista per via di una fortunata contaminazione. La situazione personale di RAYE è tutt’altro che rosea, e viene permeata nelle tracce attraverso temi come umiliazione e vergogna che si ritrovano centrali, oltre al bisogno di conforto e gli immancabili disastri amorosi: d’altronde, è difficile immaginare un album del genere concepito da un’anima completamente risolta e intatta. Deve esserci sempre qualcosa da sublimare in arte, altrimenti puoi limitarti ai jingle pubblicitari. This music may contain hope non è un album intimo nel senso ovvio del termine. L’intimità nel cantautorato è sempre stata citata come un punto a favore, quasi fosse un sinonimo dell’autenticità, e per questo ci si è concentrato ben poco sul suo valido contrario: la teatralità, quella che solo gli scrittori di un certo tipo sanno maneggiare al punto da creare una mise en scène coinvolgente e credibile. Uno dei punti di svolta dell’album è I know you’re hurting: è il brano da ascoltare per capire come si maneggia il dualismo tra autenticità e teatralità, in cui il dolore viene fronteggiato dalla potenza espressiva di RAYE e da un arrangiamento estremamente emotivo e coinvolgente. The WhatsApp Shakespeare affronta invece un tema immancabile su qualunque album pop degli anni ’20 che si rispetti: la dipendenza emotiva. L’idea di trasformare una chat di Whatsapp in un drama seicentesco potrebbe sembrare pericolosa, ma l’autrice britannica sa come si tratta, a partire dalla scelta di un’orchestrazione quasi da soundtrack. Uno dei momenti più elevati è dato da I hate the way I look today. Sicuramente, in parte per l’arrangiamento swing-jazz che inizialmente destabilizza l’ascoltatore, ma soprattutto per il tema, delicatissimo, e trattato con una padronanza disarmante: il dismorfismo, ovvero la frattura tra il proprio corpo e la propria percezione. Le delusioni e il dolore non dipendono esclusivamente dal rapporto con gli altri, ma anche quello con il proprio corpo, vittima di aspettative, proiezioni, appropriazioni. Prospettiva che, a dir poco, allarga il campo tematico di Rachel Agatha Keen (nome all’anagrafe di RAYE). Menzione d’onore per Nightingale Lane, brano in cui RAYE ci ricorda che oltre tutto sa anche cantare, e Happier Times Ahead, brano in cui l’allergene speranza potrebbe essere presente, come una piccola boccata d’aria dopo più di un’ora di musica (parliamo del penultimo brano della tracklist), ma che proprio per questo ha un senso e un impatto notevole e definito. Infine, impossibile non citare il singolo di lancio WHERE IS MY HUSBAND! , brano pop da manuale, ironico, deciso, forte, vero.
È vero, come tutti gli album grandi, è difficile che finisca nell’olimpo dei grandi album. C’è tanto da dire, e viene detto in tutti i modi possibili: interludi, parti parlate, orchestrazioni che variano dal jazz alla soundtrack, dal pop orchestrale al soul, e il tutto in 73 minuti di album. Per quanto ci riguarda, la grandezza del pop passa anche da qui: la varietà stilistica, tematica, interpretativa, emotiva, sono un elemento decisivo, fondamentale. In questo album c’è tutto. Troppo? Forse, ma cosa sarebbe un album pop senza un po’ di casino?
NAYT – io Individuo
Molto più compatto e centrato è il nono album in studio di NAYT, all’anagrafe William Mezzanotte, rapper molisano di nascita e romano d’adozione. Il percorso di riscoperta personale, già iniziato nel 2023 con Habitat e proseguito nel 2024 con Lettera Q, in questo disco culmina con tredici brani pieni di domande, riflessioni, evitando la violenza della sentenza. È quasi impossibile, tuttavia, trattare questo album senza affrontare l’elefante nella stanza: la partecipazione a Sanremo con il singolo Prima che. Sarebbe stato molto più facile per noi recensire in maniera entusiasta questo lavoro se almeno il brano si fosse classificato sotto il ventesimo posto, appigliandoci al cliché (quasi mai smentito) sui brani belli che sono troppo belli per essere colti dal pubblico sanremese. Sarebbe stato più facile anche se il brano fosse semplicemente un aggancio commerciale per dare una spinta agli ascolti dell’album. Invece, Nayt non solo non rinnega il successo del singolo, ma lo definisce “la cosa più consapevole e onesta” da presentare a un pubblico del genere. Possiamo dare atto a Mezzanotte almeno di questo: Prima che non è un tormentone estivo, ed espone in maniera sincera il lato di Nayt che questo disco si propone di presentare, oltre ad avere il merito di trascinare tutto il disco in cima alle classifiche. Per i temi trattati e per il modo in cui sono trattati, non è cosa da poco.
Il titolo grafico dell’album getta le basi per una sorta di filosofia pop: la “i” di “io” è in minuscolo, mentre quella di “Individuo” è maiuscola. Anche questo album, come altri di cui abbiamo parlato recentemente, si colloca in quel filone rap che punta a spostare il focus dalla condizione ego-centrata che era presente nella maggior parte della scena italiana degli ultimi vent’anni, e questo non può che essere un bene per la musica. La prima riflessione importante è presente nel brano Scrivendo, in cui viene trattato uno dei temi più chiari a chi scrive per urgenza emotiva: l’arte spinge in una direzione, il mercato in un’altra. Qui avviene la prima frammentazione dell’io dell’artista, ma anche la prima missione, quella più importante, e cioè evitare la mediocrità dalla quale siamo sempre più innegabilmente invasi. È una missione nobile già di per sé, ma che porta sul groppone un bel po’ di responsabilità; ascoltando in sequenza le tracce 6-7-8 dell’album possiamo constatare che le spalle di Nayt sono abbastanza larghe da poterla sostenere. Un uomo – Origini – Punto d’incontro ricalcano un processo di decostruzione della maschilità, e confermano in maniera assoluta Nayt come una penna estremamente intelligente, sensibile, coraggiosa. La decostruzione genera una nuova frammentazione identitaria: l’identità maschile come è sempre stata celebrata e raccontata non può e non deve più esistere, anche a costo di doversi porre nuove domande, di cui la più scomoda e importante è “chi sono?”. La grandezza di questo disco sta nel fatto che nella crisi l’autore ci sguazza, trovando nel dubbio e nell’incertezza il suo ambiente naturale, rifiutando la violenza della convinzione e abbracciando l’instabilità. E continuando ad ascoltare l’album le cose vanno sempre meglio. Incontriamo l’unico featuring dell’album (rari per un artista come Nayt), e non è un featuring qualsiasi: la voce di Elisa è un vero sostegno, un supporto, una parte integrante del concetto espresso in Stupido pensiero: i pensieri intrusivi possono essere assolti, curati, assorbiti. È assolutamente straordinario il modo in cui il testo riesca ad evitare completamente l’idea di affidare alla donna il compito di fare da panacea alle insicurezze tossiche maschili, spesso portandosene dietro poi le cicatrici. Anzi, è una voce che aiuta a ritrovare l’origine del “mostro” all’interno di sé, come guida nel percorso di decostruzione identitaria iniziato prima. La dolcezza intima di Essere Noi e la discussione nell’interludio finale Contraddizioni, su quanto sia difficile rifiutare il concetto di idolo in un sistema che tende a esaltare il concetto di devozione, fanno da chiusura a un album che ha tanto da raccontare a ogni ascolto.
La forma dei brani, da un punto di vista sonoro, fatica a volte a inseguire l’ambizione enorme dei testi trattati, c’è da dirlo. Tuttavia, ciò è compensato dalla profonda sensibilità da cui tutto il disco è pervaso, che regala riflessioni calzanti e necessarie. Sfuggire alla tentazione dell’idolatria, per un disco raro, pensato e riflessivo, è dura.
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