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Occhio a Geolier e Zach Bryan

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 2 hours ago
  • 6 min read

di Antonio Bosco.


Zach Bryan – With Heaven On Top

 

Come i nostri lettori avranno ormai notato, è molto raro che nelle nostre recensioni figuri un album che non superi i 45 minuti di lunghezza. Questo disco non fa eccezione. Ovviamente, queste scelte non sono casuali: non ci interessano le raccolte di brani da tiktok, album funzionali all’easy e al binge-listening fino all’esaurimento (che, di solito, avviene in due settimane scarse): a noi interessano i dischi veri, quelli che raccontano qualcosa. Zach Bryan è uno di quegli artisti che non hanno mai messo in vendita la propria sensibilità, e questo lo rende automaticamente credibile e meritevole di ascolto. La sua storia è ben nota; l’impatto che ciò ha avuto nella sua carriera artistica, invece, va compreso e analizzato. Il suo primo album DeAnn del 2019 fu registrato nella stanza di un Airbnb, e questa eco springsteeniana del periodo di Nebraska non lo ha mai abbandonato, anche quando Zach Bryan è diventato importante, mainstream e con Springsteen ci ha pure collaborato. La sua ascesa, il suo modo di portare l’Americana sui grandi palchi, di trascinare anche giovani ascoltatori in un genere per lo più quasi dimenticato, senza neanche renderlo troppo commerciale, sono la riprova che non è vero che o muori da eroe o vivi abbastanza a lungo da diventare Ed Sheeran.


With Heaven On Top non è l’album migliore della sua carriera, ma è il suo modo di fondere le strade americane con il successo. Venticinque brani per settantotto minuti di viaggio emotivo, con tanto di versione acustica rilasciata qualche giorno dopo che porta il totale a due ore e venti. Poco editing, molto cuore: sembra davvero che il country/folk rock degli anni 70 prenda nuovamente vita, ma in salsa pop e condita dall’iPhone voice di Bryan. Gli spazi intimi talvolta diventano ampie sale da concerto, con fiati, violini, e un immaginario folk che fa da contorno, ma con un’impronta live sempre viva tra le tracce: il brusio di sottofondo dei musicisti diventa uno strumento aggiunto, così come le leggere imperfezioni che danno anima e ci rassicurano sul fatto che l’AI non è ancora pronta per fare musica. Tuttavia, se da un punto di vista musicale e di produzione l’americana dei giganti viene richiamata, ciò non è altrettanto vero da un punto di vista tematico. Il disco è troppo intimo per raccogliere una vocazione che ha guidato proteste, cambiamenti, campagne elettorali e soprattutto critiche. Certo, il presente nero nell’album c’è, ma non viene stuzzicato a dovere. Più efficaci sono le incursioni nelle debolezze dell’autore, nella gestione della propria reputazione, nella cura della propria salute mentale. Tuttavia, il disco è così sincero che gli perdoniamo anche i riempitivi e i momenti di discontinuità, inevitabili in un album così lungo.


Appetite è l’esempio più lampante di come Bryan funzioni anche al di fuori dei suoi arrangiamenti intimi, con una sezione fiati che arricchisce e impreziosisce un brano che sembra scritto per fare scintille dal vivo. Oltre a essere uno dei brani migliori dell’album, mostra anche in tutto e per tutto la scrittura adulta e matura di Bryan, che affronta la paura di trasmettere ai propri figli le proprie abitudini sbagliate, schiacciato dalla pressione esterna del mondo; in South and Pine l’arrangiamento dona al brano una maturità country-rock che sembra uscita direttamente dal 1971, mentre in Plastic Cigarette la sezione ritmica sostiene con delicatezza e rispetto la voce di Bryan, la cui melodia vocale (oltre al testo) è il punto forte del brano. Il punto più controverso dell’album è sicuramente Bad News: in questo brano l’autore parla di come ci si sente a essere emotivamente scoperti in un’America che va a rotoli, con il sogno americano ormai distrutto, e nel farlo cita l’ICE, tema di scottante attualità che nel brano non si traduce in una critica tagliente, piuttosto in un lamento di dolore. Probabilmente ci si aspettava di più da Bryan, considerato che l’arrangiamento con drumroll crescenti e arrabbiati e la voce incrinata dalla delusione ci dicono più di lui di quanto non faccia il testo. Skin è un’altra punta di diamante dell’album: lavora la delusione di una rottura, a prima vista un dissing verso la sua ex, l’influencer Brianna LaPaglia, ma in realtà è un modo per lavorare il dolore, superarlo, trasformarlo.


DeAnn’s Denim, che affronta nuovamente il lutto e la famiglia, in quella che sta diventando una serie completa di canzoni dedicate a sua madre, e la title-track With Heaven on Top, che scava in maniera lucida e profonda negli errori e nei fallimenti dell’artista, citando anche la notte in cella passata nel 2023, sono altri due brani da ascoltare per comprendere la bellezza e la vulnerabilità di questo album. Al contrario brani come Anyways e Always Willin’ ci mostrano il Zach Bryan che funziona meno, quello in cui gli arrangiamenti full-band sembrano fuori posto e in alcuni casi nascondono il cuore presente in questo disco. Slicked Back funziona come singolo, ed è sicuramente un brano catchy, ma restituisce all’ascoltatore meno di quanto fanno altri brani.


In conclusione, quest’album è come un viaggio in auto per le strade polverose degli States, con un compagno di viaggio che parla molto sinceramente di sé stesso, meno volentieri di tutto il resto. E con ottima musica in radio.

 

Geolier – Tutto è possibile

 

Non è possibile ignorare un artista che, nel bene e nel male, ha fatto parlare di sé più di tanti altri, in tutta Italia. Quando Geolier droppa, si parla sempre di grandi numeri, persino nei formati fisici, dettaglio che ci dice molto. Potremmo sciorinare tutti i primati che questo album ha conquistato in tempi record dalla sua uscita, ma riteniamo di certo più interessante parlare del disco in sé. Iniziamo dallo specificare che questo non è un album di Geolier, ma di Emanuele Palumbo. L’uomo dentro il personaggio è centrale in questo lavoro, l’uomo arrivato, che ha saturato il mercato, che ha raggiunto ciò a cui aspirava da ragazzo, lottando per dimostrare qualcosa a qualcuno. Ora non c’è più niente da dimostrare, ora si tirano le somme. E il fatto che mettendo nello stereo un disco di Geolier questo si apra con la voce di Pino Daniele (tratta da un inedito recuperato con l’aiuto della famiglia della leggenda napoletana), è un omaggio sentito a una delle radici più importanti nella carriera dell’artista, omaggio che finalmente può permettersi. La delicatezza e il rispetto presenti in questo featuring postumo rendono il brano Tutto è possibile il cuore simbolico del disco.


Questo album è di ampio respiro, forse troppo. L’identità è ancora forte, così come l’anima urban ben ancorata all’hinterland napoletano nonostante il successo, e l’immancabile dialetto, ma dentro c’è un po’ di tutto. L’Emanuele intimo di Sonnambulo, brano che questa identità la esplora per davvero e in maniera intensa; il portavoce di una società spesso ai margini nella brillante Un ricco e un povero e l’intensa P’Forz. Ma c’è anche spazio per il Geolier superstar. Il brano 2 giorni di fila, con Sfera Ebbasta e Anna, è così superfluo e fuori contesto che viene da pensare che l’album potesse solo guadagnare dalla sua esclusione. Allo stesso modo il featuring di Anuel AA in Arcobaleno non aggiunge nulla di valido al brano, se non l’impressione di dare respiro internazionale al lavoro. Caso a parte è il featuring con 50 Cent nel brano Phantom, in cui Geolier dimostra di sapersi confrontare con la scena dell’hip-hop mondiale; un valido esperimento, anche ben riuscito, ma che risulta stretto in un lavoro che vuole presentarsi personale e introspettivo. Il featuring con Kid Yugi in Olé è sicuramente il più riuscito, e l’apporto del rapper pugliese è concreto, al punto che il brano rappresenta uno dei momenti più degni di nota del disco.


Nel resto dell’album, oltre ai brani già citati, il conflitto tra il successo, tanto ambito e agognato, e la sensazione di aver tradito la propria gente e il proprio passato (tema sicuramente ricorrente nell’hip-hop di un certo livello) è il tema principale, forte e coerente. Da un punto di vista sonoro 1H è un brano che da solo sarebbe stato sufficiente a mostrare le radici nell’hip-hop anni 90, senza bisogno della presenza nell’album di un mostro sacro della scena. Il brano finale A Napoli non piove è la chiusura perfetta per questo disco: se in Tutto è possibile c’è un lungo elenco di ipotesi catastrofiche, che mettono in rilievo l’importanza di sapere chi ti sta accanto in un’instabilità permanente, in A Napoli non piove la descrizione della città riflette il dolore della title-track. È un quadro grigio, duro, una confessione intima alla città. L’esposizione di Napoli alla violenza, gli spari, le morti giovanili, e allo stesso tempo alla violenza dello sguardo esterno, turistico, che trasforma e snatura una città già di per sé instabile, convivono in un brano che parla già tramite il suo titolo paradossale.


Al netto dei feat da vetrina che ne incrinano a tratti la coerenza, Tutto è possibile dimostra una cosa semplice: Geolier ha superato il test più difficile, quello di restare credibile dopo il successo.

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