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La nuova wave di Charlie XCX e Kid Yugi

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 17 hours ago
  • 5 min read

di Antonio Bosco.


Charli XCX – Wuthering Heights

Bisogna fare subito una premessa, quando si parla di questo album. Il fatto che Charli XCX sia stata coinvolta dalla regista, attrice e sceneggiatrice Emerald Fennell nella stesura di una soundtrack per il suo nuovo film, nelle sale di tutto il mondo a inizio 2026, e che effettivamente i brani di questo disco accompagnino alcune scene, non significa assolutamente che Wuthering Heights sia da considerarsi una semplice soundtrack. E meno male. Limitarsi a scrivere una colonna sonora, per un film tra l’altro piuttosto mediocre (c’è da dirlo), avrebbe rappresentato un inevitabile passo indietro per la star britannica dopo le vette raggiunte con Brat. Ed è proprio da Brat che bisogna partire per capire che un’autrice nella sua condizione, nel suo successo, per cui passi in avanti sono effettivamente impossibili (Brat è una pietra miliare ormai storicizzata e inamovibile) e passi indietro sarebbero un ignobile fallimento, Charli sceglie saggiamente di passeggiare in maniera laterale.

È chiaro che i temi presenti nel film (usati e abusati nel Netflixworld a cui tutti siamo ormai tristemente abituati) fanno da sfondo a questo album. Perché il punto, come ben sa chi il libro di Emily Brontë l’ha letto, non è rappresentato dai temi scelti, ma dal modo in cui vengono messi in scena. E dunque, se l’amore come rullo compressore deve fare da tema centrale, su uno sfondo gotico e pienamente british, Charli XCX ha colto appieno il pretesto per buttar via il guardaroba di Brat e costruire qualcosa di realmente valido: un nuovo disco, una nuova estetica.

Già dai primi secondi del brano di apertura House ne capiamo gli intenti: la voce di John Cale apre con profondità e spessore tramite uno spoken-word quasi poetico, finché la voce di Charli non irrompe, potente, mettendo a nudo la prima grande trappola dell’amore tossico: la casa. Il brano funziona bene anche da un punto di vista musicale, con delle texture industrial interessantissime, che sporcano e disturbano il pop dell’autrice. Da un punto di vista tematico, se Chains of Love parla di catene in senso figurato, alla base di ogni psicodramma romantico mai narrato dalla notte dei tempi, che ci guidano a scegliere ciò che ci soddisfa da un lato e ci distrugge dall’altro, meno convincente è Out of Myself: un brano che introduce immagini di umiliazione volontaria, desiderio masochistico e sottomissione consensuale, ma senza chiarire davvero come queste immagini si collochino dentro un discorso sulla tossicità. Ed è proprio qui che bisogna fermarsi a riflettere: certi temi possono stare nel pop, ma quando li si tratta senza sufficiente precisione si rischia di confondere il dolore scelto con quello imposto, il desiderio con l’infelicità, la ferita erotica con la rinuncia a sé stessi per comodità o per le aspettative altrui. È una semplificazione che nel film si avverte già nel rapporto tra Heathcliff e Isabella, e che il disco, in questo punto, non riesce del tutto a correggere. Ma proprio per contrasto il resto dell’album regge più che bene: Wall of Sound, Dying for You, My Reminder rappresentano alcuni dei punti più alti musicalmente dell’album, sfruttando il suono per mostrarci distorsioni emotive, amarezze e delusioni.

Come scrivevamo all’inizio, fare passi in avanti rispetto a Brat non era possibile, e non ne sono stati fatti. Soprattutto se consideriamo il valore di un album rispetto alle sue premesse. Un album che si presenta come pop e riscrive l’immaginario del pop è un capolavoro, un album che si preannuncia disturbante e sporco ma suona comunque pop, un po’ meno. Ma il disco nel complesso è comunque valido, bello, con un senso preciso e dei picchi veramente alti di composizione e arrangiamento. Insomma, se questa è la direzione presa da Charli XCX, non possiamo che stare a guardare e aspettare dei passi in avanti, questa volta possibili e auspicabili, in un mondo musicale in cui si può osare ed esplorare strati più bassi e più sporchi della vita.

 

 

Kid Yugi – Anche gli eroi muoiono

Non è un caso che, su cinque album italiani recensiti, quattro di essi si trovino nell’orbita dell’hip hop. Dopo l’ondata rap dei millenial, la Gen Z ne trae l’eredità e la sublima in un nuovo linguaggio, del quale Kid Yugi, al secolo Francesco Stasi, in questo momento è uno degli esponenti più credibili. Eviteremmo volentieri di parlare di numeri: nell’era dello streaming diventa quasi irrilevante, i record si rompono, e poi si rompono ancora e ancora, e la musica è spesso uno strumento usa e getta che dura finché l’idolo momentaneo non viene sostituito da un nuovo idolo. Ma nel caso di Yugi non è possibile evitarlo: Anche gli eroi muoiono diventa il miglior debutto italiano in classifica degli ultimi 12 anni nell’era dello streaming. Ormai Yugi è realtà: si è fatto notare abbastanza, ed è una figura centrale del rap. Partiamo già dal trailer del disco: un funerale, una de-mitizzazione messa in scena da un rapper colto, pur restando un ragazzo di strada; un rapper di citazioni, oltre che di provincia hardcore; un rapper cresciuto in una provincia, quella di Taranto, illusa e devastata, evidente all’ascolto grazie alla durezza del lessico e l’immaginario basato sul ferro e sulla sopravvivenza.

Se, dunque, dopo il successo di The Globe c’era il concreto rischio che Yugi diventasse un idolo, Stasi da subito lavora a una de-mitizzazione, accostando l’eroe all’uomo normale e citando provocatoriamente Gesù come unico idolo vero. De-mitizzazione che, in un’epoca come questa, può apparire anche prematura, ma vista la giovane età e il successo immediato dell’artista, possiamo lasciare il beneficio del dubbio. Ascoltando l’album, però, possiamo subito notare come la consapevolezza della caducità del successo sia presente, e questo diventa realmente importante se pensiamo a tutte le carriere bruciate in partenza da artisti che si sono sentiti immortali per tre settimane prima di essere dimenticati per sempre (complice anche un’inconsistenza alla base del proprio lavoro). La voce di Giovanni Lindo Ferretti nel brano di apertura L’ultimo a cadere imprime immediatamente autorevolezza al disco, e questa è una scelta decisamente intelligente. Jolly esprime la tesi più importante e degna di nota di tutto il lavoro: non è più l’epoca degli eroi, quella di chi si erge a portavoce per i suoi ideali, valori, per la propria integrità, ma solo di buffoni che catalizzano l’attenzione e portano soldi, e il concetto viene ribadito in maniera ancora più forte in un altro momento importante del disco, cioè Mostro. Il mostro di cui parla Yugi è l’altra faccia del giullare: quella cattiva, sbagliata, violenta, e di quanto sia difficile resistere alla tentazione di diventare mostri a propria volta. In La violenza necessaria, l’eroe non è mai pulito e limpido, ma a sua volta comunque corrotto, sporco. Le riflessioni diventano via via più profonde e intime: Tristano e Isotta sfrutta il mito per parlare di amore totalizzante, e qui diventa evidente che l’artista sa di cosa parla, non infarcisce i testi di citazioni letterarie per darsi un tono, e lo fa con eleganza e intelligenza. Per te che lotto è il momento più personale e spoglio del disco, e per questo uno dei più belli, mentre Per il sangue versato porta una voce dissonante rispetto all’immaginario hip-hop a cui siamo abituati, criticando ferocemente la strada e gli esempi sbagliati che la popolano, invece di romanticizzarla come mamma di tutti i rapper. La chiusura con Davide e Golia ritorna sul tema del male, che “non svanisce, ma si re-inventa”: non siamo vittime del conflitto, ne siamo parte integrante.

È un rap poco interessato al presente concreto, ma che preferisce trattarlo tramite archetipi, miti, citazioni: è un trattato, più filosofico che pratico, ma la profondità dei temi, e il flow di Yugi non ci fanno sentire la mancanza di una critica contemporanea, anzi. Le basi sono abbastanza solide da sostenere il peso importante delle strofe, la tragedia è presente, l’urgenza compositiva è evidente. Non capiamo se sia un album destinato a restare, per il modo in cui è costruito, ma sicuramente da questo punto in poi Yugi può solo costruire la propria identità e sviluppare la propria consapevolezza in una maniera ancora più forte. Resta da capire che forma prenderà questa ambizione, ma i presupposti di questo disco lasciano ben sperare.

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