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Cogliere la Mela Rossa: l'assedio di Vienna


di Cosimo Bettoni.


‘’Antemurale Christianitastis’’

Fin dalle origini del mondo islamico l’espressione ‘’cogliere la mela rossa’’ ha assunto un valore che trascende la semplice lettura simbolica. Al di là di ogni significato esoterico-religioso, questo celebre aforisma si è fatto strada nel tempo soprattutto grazie al suo significato politico.


La ‘’mela rossa’’ (in turco ‘’Kizil Alma’’) rappresentò per un millennio una sorta di mito di frontiera per i grandi poteri islamici: essa simboleggiava il fine ultimo dell’espansione del popolo di Maometto, il luogo fatale che, una volta conquistato, avrebbe conferito ai musulmani un dominio universale sul globo terracqueo.

Questo rubro pomo non era però solo un immaginario creato della brama di potere dei sovrani musulmani, in origine esso aveva una fisionomia ben precisa, che si ricollegava direttamente al progetto di istituire una basileia universale, destinata a durare sino alla fine dei tempi.


La prima ‘’mela rossa’’ fu la città di Costantinopoli, una città che i suoi stessi abitanti erano soliti chiamare ‘’regina delle città’’ al fine di esplicitare agli altri popoli che essa era il vero centro del mondo. A Costantinopoli si trovava effettivamente una statua equestre dell’imperatore Giustiniano I, il quale teneva in mano un globo crucigero, ossia la testimonianza materiale del suo potere universale. Questa era forse in origine la mela rossa.

Per secoli i grandi imperi di fede musulmana videro i loro progetti di egemonia mondiale infrangersi dinanzi alle imponenti mura teodosiane dell’antica Bisanzio: uno aggressore dopo l’altro vide il sole delle proprie ambizioni tramontare sul Bosforo.

Non deve dunque stupire che quando nel 1453, il Fatih (il ‘’conquistatore’’) Mehmed, al secolo il sultano ottomano Maometto II (1432-1481), riuscì infine ad espugnare la città, la conquista assunse nel mondo politico islamico una valenza quasi apocalittica. Il destino degli eredi del Profeta era compiuto, cosa che spinse diversi intellettuali islamici a predire una prossima fine del mondo.


Questa prospettiva millenaristica-apocalittica fu però superata alla svelta, in primo luogo dai sultani ottomani, che non si fecero problemi ad identificare la ‘’mela rossa’’ con nuove città, avendo perfettamente compreso quanto potente fosse a livello politico-militare il richiamo ad un’idea di destino manifesto dell’Islam.

È lungi da chi scrive sostenere che gli Ottomani si siano rifatti ad un ideale di Jihad, tuttavia è innegabile che anche la dirigenza ottomana si sia servita dell’elemento religioso come mezzo per giustificare le proprie enormi campagne militari.


Per quasi due secoli dunque, il titolo di ‘’mela rossa’’ passò nelle mani di Vienna (Cardini 2011: 275), la capitale del più potente rivale politico degli Ottomani: gli Asburgo d’Austria.

Assediata una prima volta nel 1529 dalle truppe di Solimano il Magnifico, la città si sarebbe eretta nuovamente ad ‘’Antemurale Christianitatis’’ nel 1683, quando alle sue porte si presentò nuovamente l’esercito ottomano, forte di 138.000 uomini (Cardini 2011: 293).

Rappresentazione di Vienna, 1650 circa


Prima di Vienna: problemi magiari

Come spesso è accaduto nel corso del plurisecolare confronto austro-ottomano fu una situazione di tensione nell’area ungherese a fornire, in questo caso alla Sublime Porta, il causus belli per dare inizio alle ostilità.


Dalla prima metà del Cinquecento Turchi e Austriaci si trovarono coinvolti, direttamente o indirettamente, in una serie di conflitti determinati da rovesciamenti di alleanze o da rivolte di aree interne ad uno dei due imperi. Come spesso capitava in quest’ultima eventualità, i rivoltosi erano soliti rivolgersi alla potenza rivale per ottenere un solido supporto contro il potere centrale.


Gli eventi che portarono all’assedio turco si mossero proprio all’interno di questo schema: fu infatti il nobile magiaro Imre Tököly, che si era posto a capo di una rivolta anti-asburgica, a chiedere aiuto al sultano ottomano Mehmed IV nel 1682 (Ivetic 2020: 115).

Era un’occasione che la Porta non poteva lasciarsi sfuggire, l’occasione non solo per vendicare la sconfitta del 1529, ma anche per assestare un colpo potenzialmente mortale al nemico asburgico, pressato sul Reno da un altro temibile avversario: Luigi XIV, re di Francia. Sulla discussa posizione del sovrano francese varrà la pena spendere qualche parola più avanti.

Le forze ottomane, partite da Belgrado al comando del gran visir Kara Mustafa (1634/35-1683), si congiunse alle forze di Tököly una volta valicato il confine, cosa che spinse l’imperatore Leopoldo I (1658-1705) a rifugiarsi a Passavia, da dove diresse l’eccezionale manovra diplomatica che avrebbe portato alla formazione della Lega Santa.


Assedianti e assediati

La grandezza effettiva dell’esercito che si presentò alle mura di Vienna nell’estate del 1683 è stata a lungo oggetto di dibattito. Oggi sembra esserci unanimità nel sostenere che l’esercito ottomano potesse contare effettivamente su 120.000 uomini, di cui però solo un cifra compresa tra i 90/ 60.000 potevano essere considerati ‘’combattenti’’ (Cardini 2011: 293).

La composizione di quest’esercito era decisamente variegata: al suo interno, oltre alla forza d’élite rappresentata dai giannizzeri, trovavano posto anche una forza di 30.000 Tarari provenienti dal Khanato di Crimea e un contingente moldavo-valacco, guidato da quei principi di area rumena che pur presentandosi come eredi dell’ecumenismo religioso bizantino (Iorga 2017), erano di fatto titolari di protettorati ottomani.


Una forza multietnica e multireligiosa dunque quella ottomana, in cui il dominante elemento islamico conviveva con quello greco-ortodosso, rumeno, moldavo, valacco, tartaro e anche cattolico-ungherese. Senza dilungarsi troppo sulla capacità delle realtà imperiali di agire come veicolatrici di multietnicità, pare comunque giusto sottolineare come la storia di questi conflitti di confine abbia sempre spinto i contendenti ad andare oltre l’elemento religioso nel momento in cui le spade venivano sguainate. Si tratta di un elemento non da poco, che solo recentemente la storiografia ha cominciato a tenere in giusta considerazione (Almond 2011).

Fra l’esercito del sultano, i Tartari furono gli unici che non parteciparono all’assedio e alla battaglia, e ciò poiché essi si riversarono in cerca di un facile bottino nella sguarnita campagna viennese, dove si verificò una migrazione di massa verso la capitale asburgica, che aveva allora una popolazione superiore ai 90.000 abitanti.


Furono in totale quasi 100.000 le persone che si rifugiarono all’interno delle mura di Vienna, sullo stato delle quali, è necessario spendere qualche parola.

Dopo il grande assedio del 1529, le fortificazioni vennero ristrutturate e modernizzate secondo i principi di quella ‘’traccia all’italiana’’ che oramai, causa la rivoluzione militare dovuta all’introduzione delle armi da fuoco, si erano imposti in tutto il continente (Parker 2014). Il restauro delle mura risaliva al 1628, eppure la condizione di queste all’inizio dell’assedio era tutt’altro che buona: esse erano già invecchiate male e non al meglio in diversi settori (Cardini 2011: 284).

Per la guarnigione di circa 26.000 uomini (di cui solo erano 12.000 soldati di professione) le premesse erano tutto tranne che rosee, soprattutto se si pensa che la fortezza di Presburgo, che a differenza della capitale asburgica, poteva contare su una fortezza molto più poderosa e recente.


Il vantaggio degli assediati consisteva in primo luogo nella maggiore preparazione militare, dovuta soprattutto alla generale riorganizzazione dell’esercito austriaco ad opera dello stratega italiano Raimondo Montecuccoli (1609-1680), a cui va attribuito anche il merito di aver introdotto il corpo dei granatieri (Cardini 2011: 286).

Altro fattore non di poco conto era la superiorità dell’artiglieria cristiana, che aveva di molto superato quella posseduta dai Turchi, che era di piccola taglia e inadatta ai grandi assedi.


La Lega Santa

Come già ricordato in precedenza l’imperatore Leopoldo I, venuto a sapere dell’avanzata turca, decise di abbandonare la capitale per spostarsi nella più sicura Passavia, da dove cominciò a gestire l’immensa trama diplomatica che diede vita alla Lega Santa.

Il prerequisito affinché un’allenza potesse definirsi ‘’santa’’ era ovviamente la presenza del pontefice, in questo caso Innocenzo XI (1676-1689), il cui contributo nella formazione del fronte cristiano fu decisivo. Egli infatti incaricò uno dei più famosi predicatori del tempo, il frate cappuccino Marco d’Aviano (1631-1699), al quale venne affidato il compito di convincere i principali sovrani d’Europa a sostenere militarmente l’Austria.


La scelta di Marco d’Aviano non fu casuale: si trattava infatti di un personaggio gradito al sovrano asburgico e in generale al mondo cattolico tedesco; il frate aveva infatti condotto un’intensa attività di predicazione nell’area austro-tedesca nel corso degli anni Settanta-Ottanta del XVII secolo (Cavazza 2007). Al suo appello dunque non risposero solo gli elettori di Sassonia e Baviera, ma anche il Granduca di Toscana Cosimo II, il Ducato di Mantova.

L’adesione più importante fu però quella del re di Polonia Jan Sobieski (1674-1696), il quale offrì alla causa una forza poderosa di 30.000 uomini, di cui 5000 ussari alati, un reparto di cavalleria pesante caratterizzato dal fatto che i suoi componenti erano dotati di un supporto in legno a cui erano incollate delle piume.

L’esercito cristiano si riunì all’inizio di settembre presso Tulln, a circa 25 km dalla città assediata.

Assalto ai bastioni


Nel corso della preparazione dell’offesiva fu ancora una volta decisiva la figura di Marco d’Aviano, che riuscì a convincere l’imperatore Leopoldo I a rinunciare al comando supremo dell’esercito, che fu affidato a Sobieski (Cardini 2011: 312-313).

L’imperatore nominò Carlo di Lorena (1643-1690) comandante in capo del contingente imperiale, all’interno del quale si sarebbe distinto, tra gli altri, il principe Eugenio di Savoia (1663-1736), futuro feldmaresciallo dell’Impero.

La frenesia diplomatica aveva sortito l’effetto sperato: era stata riunita una grande alleanza cristiana, mutilata però di quello che al tempo era il più potente sovrano d’Europa, ossia il già citato Luigi XIV. La posizione del ‘’Re Sole’’ è senza dubbio difficile da spiegare, soprattutto alla luce del fatto che la scelta di non prestare soccorso ai fratelli cristiani generò parecchio malcontento tra i Francesi.


Non è facile effettivamente cercare di capire appieno il perché di questa decisione: da un lato abbiamo infatti chi sostiene nettamente la posizione di un Luigi XIV alleato degli Ottomani, che sperava potessero infliggere un colpo mortale agli Asburgo, i suoi più fieri oppositori (Almond 2011: 170-171).

Allo stesso tempo troviamo però chi invece ritiene che il re di Francia non sperasse davvero che la città cadesse, ma solo che gli Ottomani impegnassero gli Asburgo abbastanza per poter portare a termine la guerra con l’Olanda senza intromissioni austriche e annettere alla Francia le regioni renane (Cardini 2011: 315).


‘’Un’angelica terribilità’’

Mentre nei vari regni cristiani la diplomazia faceva il suo corso, la guarnigione viennese, assediata ormai da luglio, fu costretta ad affrontare settimane durissime, in cui ebbe un effetto devastante soprattutto la guerra di mine condotta dagli Ottomani (Cardini 2011: 297), che causò la distruzione di un ampio settore delle mura.

Ad inizio settembre la situazione era ormai disperata: alcune parti del muro erano in condizioni irreparabili e i superstiti della guarnigione erano ormai pronti a combattere strada per strada.


Fu forse la consapevolezza di essere ad un passo dalla vittoria che spinse Kara Mustafa a respingere i suggerimenti di chi aveva sostenuto la necessità di fortificare l’accampamento nel caso in cui fosse sopraggiunto un esercito in soccorso della città.

Il gran visir trovava infatti rassicurazioni sufficienti in due elementi: la presenza di un corpo di magiari che agiva da scudo tra gli assedianti e i possibili rinforzi, e forse anche la convinzione che, esattamente come nel caso di Costantinopoli nel 1453, alla fine i cristiani non avrebbero compiuto davvero tutti gli sforzi necessari a salvare la città.

Kara Mustafa fu senza dubbio troppo poco prudente e questo atteggiamento lo avrebbe portato a commettere un altro pesante e determinante errore nel corso dei giorni cruciali.


Il Gran Visir Kara Mustafa in un ritratto del XVII secolo


L’esercito cristiano giunse di fronte al nemico l’11 settembre, posizionandosi sul Kahlemberg (il ‘’Monte Calvo’’). La mattina del 12 settembre Marco d’Aviano, di fronte all’esercito, celebrò la messa e subito dopo, l’armata cristiana, approfittando dell’ostinazione di Kara Mustafa, riuscì a terminare il dispiegamento.

Il gran visir posizionò infatti, in maniera del tutto disomogenea, le sue truppe, preferendo scagliare la maggior parte dell’esercito contro gli assediati, i quali però avevano preso coraggio una volta venuti a sapere dell’arrivo dei rinforzi.

Se almeno inizialmente la battaglia fu in qualche modo equilibrata, questo stallo venne meno quando nel tardo pomeriggio il re di Polonia si lanciò con gli ussari contro la formazione turca, che venne completamente spazzata via dalla quella ‘’angelica terribilità’’. Prima ancora che un’assalto al nemico, quella guidata da Sobieski fu una cavalcata nella storia (Baer 1983: 8).


Il sire di Polonia, che un poeta scozzese di nome Alexander Tyler avrebbe in seguito posto sopra un ‘’cavallo alato’’ (Tomiak 1966: 73), mise in rotta i Turchi, il cui accampamento venne saccheggiato. Quella che era cominciata come una battaglia, si trasformò nel giro di pochi istanti in una carneficina. La vittoria fu totale, la gloria senza fine. Si sarebbe parlato per secoli del coraggio austro-polacco di fronte al turco infedele. Più di ogni altra cosa, fu però la leggendaria carica degli ussari polacchi e del loro re a ricevere gli onori dei contemporanei.

Persino all’interno di un manoscritto greco composto alla corte del voivoda di Valacchia, formalmente un alleato turco, troviamo celebrato ‘’τὴν `α ήττητον `ανδρείαν τῶν στρατάρχων `ιωάννου ῥεγὸς τῆς λεχίας καὶ τοῦ δουκὸς λωρένας τοῦ θαυμαστοῦ κα ξιοπρεπεστάτου’’, ossia ‘’l’invincibile coraggio dei generali (si fa qui menzione anche di Carlo di Lorena) Giovanni, re di Polonia, e lo straordinario e brillante Duca di Lorena’’ (Marshall 1922: 17-18).


Il tramonto sul Bosforo

La sconfitta alle pendici del Kahlemberg inizialmente costò carissimo ai Turchi, che si trovarono coinvolti in una guerra lunghissima, che dal 1683 si prolungò sino al 1699, e che comportò per loro la perdita di Buda (1686) e di tutta la loro parte di Ungheria, ma anche l’egemonia in Transilvania, che fu aggregata alla nuova allargata Ungheria imperiale.

Kara Mustafa pagò con la vita la sconfitta alle porte di Vienna: egli fu fatto strangolare a Belgrado da Mehmed IV, che in seguito sarebbe stato lui stesso rimosso dal potere a seguito di una congiura ordita dal corpo dei giannizzeri. Il nuovo sultano Solimano II riuscì quantomeno a fermare l’esercito della Lega nei Balcani, che però aveva acquisito un nuovo alleato, la Repubblica di Venezia.


Nel 1684 infatti, sempre grazie alla poderosa attività di Marco d’Aviano, avevano aderito alla coalizione cristiana, oltre a Venezia, anche la Spagna, Genova, il Portogallo (l’adesione di queste ultime fu però più simbolica che effettiva).

I Veneziani a seguito della guerra di Candia (1645-1669) avevano perso l’isola di Creta, che era passata ai Turchi, nei confronti dei quali dunque nutrivano un notevole desiderio di rivalsa.

L’esercito veneziano, al comando del generale Francesco Morosini (1619-1694), riuscì ad occupare il Peloponneso e le isole di Santa Maura, Chio ed Egina; anche Atene e l’Eubea furono per qualche anno nelle mani della Serenissima (Panciera 2017).

La vittoria ottenuta dal principe Eugenio di Savoia nella battaglia di Zenta (1691) avrebbe aperto all’esercito asburgico la via per Sarajevo, tuttavia dopo sedici anni di durissimo conflitto le parti optarono per la via della diplomazia.


La pace di Carlowitz del 1699 sancì la fine definitiva delle ostilità, ma allo stesso tempo anche il sorgere di un nuovo rapporto di potere lungo la frontiera balcanica, che per la prima volta da secoli risultava pendere dalla parte del mondo cristiano.

Cominciava così sul Bosforo un lungo tramonto, durante il quale il mondo ottomano si sarebbe progressivamente trasformato in una potenza di secondo piano, non più in grado di coglier mele rosse, ma solo di aspettare l’inverno e la fine, che si sarebbe materializzata con la Grande Guerra, combattuta a fianco del grande nemico austriaco, con il quale avrebbe infine condiviso la fine.











Bibliografia

-Almond, I. (2011) Muslims, Protestants and Peasants: Ottoman Hungary 1526-1683, in Two Faiths One Banner. When Muslims Marched With Christians Across Europe's Battlegrounds, pp. 139-180. Cambridge: Harvard University Press.

-Baer, J.T. (1983). Sobieski in the Eyes of his Contemporaries, in The Polish Review V. 28 N.3, pp. 7-8. Urbana: University of Illinois Press.

-Cardini, F. (2011). Il turco a Vienna. Storia del grande assedio del 1683. Bari: Laterza.

-Cavazza, S. (2007). Marco d’Aviano, in Dizionario Biografico degli Italiani V. 69. Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiano.

-Iorga, N. (2017). Bisanzio dopo Bisanzio. Lecce: Argo.

-Ivetic, E. (2020). I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912). Bologna: Il Mulino.

-Marshall, F.H. (1922). A Greek Manuscript Describing the Siege of Vienna by the Turks in 1683, in The Journal of Hellenic Studies V. 42 P. 1, pp. 16-23. Cambridge: Cambridge University Press.

-Panciera, W. (2017). La Repubblica di Venezia nel Settecento. Roma: Viella.

-Parker, G. (2014). La Rivoluzione Militare. Bologna: Bologna: Il Mulino.

-Tomiak, J.J. (Autunno 1966). A British Poet’s Account of the Raising of the Siege of Vienna in 1683, in The Polish Review V. 11 N.4, pp. 66-74. Urbana: University of Illinois Press.






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