Cosa ci lasciano le Regionali nelle Marche?
- Koinè Journal

- Oct 1, 2025
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di Luca Simone.
Si è ufficialmente concluso, con la rielezione per un secondo mandato di Francesco Acquaroli, il primo round di questa tornata elettorale d’autunno che vedrà ancora al voto Toscana, Campania, Veneto, Puglia e Calabria. Tra tutte, le Marche erano la regione possibilmente più “in bilico” (mai in maniera così esagerata come hanno raccontato alcuni giornali) rispetto alle altre, in cui i giochi sembrano praticamente fatti. Stando a guardare le percentuali la vittoria di Acquaroli è netta e senza storia, con un sonoro 52,4% contro il 44,4% raccolto da Ricci, per un distacco in termini di voti di circa 50mila unità.
Il primo punto su cui soffermarsi è politico, e riguarda la famosa narrazione di Marche come “Ohio d’Italia”. Si tratta di una narrazione sterile e onestamente poco credibile, per tutta una serie di ragioni, la prima delle quali è che, in caso di vittoria di Ricci e della sua coalizione, non sarebbe cambiato letteralmente nulla a livello nazionale. Inoltre, questo tipo di vulgata potrebbe aver ampiamente favorito Acquaroli, pur essendo stata portata avanti per la maggior parte da giornali e opinionisti vicini al centrosinistra, dato che ha rafforzato la percezione che si trattasse di una partita “nazionale”. Una sorta di duello a distanza tra Schlein e Meloni, in cui il voto avrebbe deciso chi delle due avrebbe prevalso. Purtroppo, però, ad oggi in questo scontro a prevalere è solo la presidente del Consiglio, che a livello mediatico domina la segretaria DEM. A nulla sono valsi gli appelli di Ricci, che più volte a cercato di ricordare come questa fosse un’elezione regionale e uno scontro tra lui e Acquaroli (scontro in cui mediaticamente era destinato a prevalere data l’impalpabilità dell’uomo di Meloni), l’idea che è passata è stata quella di un voto sulla riconferma o meno di quella che attualmente è la donna e leader politica più popolare d’Italia.
L’altro punto intreccia astensionismo e mobilitazione partitica. Il dato sull’astensionismo (50%) è agghiacciante, con un marchigiano su due che non si è recato alle urne, dimostrando l’imperante disinteresse anche per le elezioni amministrative, prima notoriamente più partecipate a causa della vicinanza fisica più che ideologica a temi e candidati. Questo ha fatto sì che la partita delle Marche si giocasse sulla mobilitazione di voti acquisiti, i cosiddetti “voti di struttura”. Uno scenario catastrofico per Ricci, che fin da principio contava sul voto d’opinione per ribaltare i pronostici della vigilia. A ben guardare le percentuali, però, ci sono altri incubi con cui dover fare i conti per il campo largo. Stando a quanto si legge sul sito della Regione Marche, all’interno della coalizione capitanata da Ricci, l’unico partito a performare è stato il PD con 130mila voti, mentre i 5S sono riusciti a raccogliere la miseria di 28mila preferenze, e ancora peggio ha fatto AVS con 23mila. Dati che mostrano come il campo largo sia una costruzione che può forse funzionare su scala nazionale, ma che su scala locale paga lo scotto di formazioni inesistenti come AVS e Pentastellati. Inutile, dunque, che Conte faccia la voce grossa, i numeri parlano chiaro, e sono da mettersi le mani nei capelli, dato che dimostrano nero su bianco quanto inconsistenti siano territorialmente i grillini, privi di amministratori locali e di reti.
Arriviamo ora al terzo, quello più politico. L’analisi precedente deve significare una rinuncia al campo largo? Assolutamente no. L’alleanza dei partiti progressisti era, è e sarà ancora l’unica costruzione politicamente accettabile per pensare di vincere le elezioni, ma forse vanno rivisti i rapporti di forza interni. Al netto del duo Fratoianni-Bonelli che non ha mai puntato i piedi più di tanto, accettando il ruolo subordinato che gli viene assegnato dalle percentuali, Conte e i suoi più di una volta hanno sgambettato il PD e le altre formazioni, aggrappati a quel ricordo che fu del 30% di 10 anni fa. La Grandeur contiana, però, poco ha a che vedere con la realtà dei fatti, che invece registra un partito (pardon, movimento) che ogni elezione perde decine di migliaia di voti.
Ammirevole l’ostinazione con cui la segretaria DEM Schlein corteggia i pentastellati (ispirata, forse, più che dalla pietà, dal tentativo di farsi accettare come candidata premier), ma bisognerà spiegare ai propri elettori come è possibile che in questo giro di elezioni regionali, che con ogni probabilità finirà in pareggio congelando lo status quo, l’unico partito a perdere sarà il PD? Già, perché se fino a ieri in via del Nazareno potevano contare tre governatori di regione, da fine novembre potrebbero contarne solo due dato che la Campania è stata regalata manu militari ai 5S e a Fico.
La conclusione è per i tasti dolenti, perché bisogna capire il perché nonostante la mobilitazione nazionale, l’ampia risonanza mediatica e il disastro in cui versano le Marche, il voto d’opinione non è stato scalfito. Un’analisi che richiederà impegno e umiltà, dato che non può essere relegata alla superficialità. Non è bastato, infatti, a Ricci il posizionamento su Gaza per far comprendere ai marchigiani i punti concreti del suo programma, così come non sono bastati i duelli televisivi e mediatici vinti per mettere all’angolo Acquaroli. L’unica spiegazione plausibile, guardando anche ai risultati di alcuni candidati impresentabili e improponibili per una società civile (vedi Paolorossi per la Lega), è che in certi casi sia stata premiata la vicinanza e la prossimità. Anche quella marcia, quella becera, quella del favoritismo e dell’ “ao fra’, che te serve”, ma la prossimità. Una prossimità che a sinistra si fa ancora tanta fatica a trovare, e che non c’è forse più tempo per cercare.
Image Copyright: Roberto Monaldo/LaPresse









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