top of page

Cosa ha ottenuto chi è sceso in piazza per menare?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 15 hours ago
  • 3 min read

di Luca Simone.


Nulla.

Potrebbe chiudersi con una sola, semplice, lapidaria parola la risposta alla provocatoria domanda che dà anche il titolo a questo editoriale, ma una spiegazione più articolata è comunque necessaria.


I fatti di Torino rappresentano solo l’ultima puntata di una storia che in questo Paese prende il via decenni fa. Sabato pomeriggio l’ennesima marea umana pacifica scesa in piazza per difendere un presidio di libertà e il diritto stesso alla manifestazione, è stata oscurata dall’azione idiota di una manciata di facinorosi a volto coperto che si sono macchiati di una serie di violenze di cui, la più tristemente famosa, è stata il pestaggio di un agente di polizia. Un’azione non solo infame, che giustamente merita la più ferma delle condanne, ma anche totalmente controproducente, dato che ha acceso la miccia per una risposta spropositata da parte delle Forze di Polizia schierate, che hanno poi proceduto a manganellare senza pietà e soprattutto senza distinzione alcuna tra manifestanti pacifici e non. Inutile polemizzare, ci sono immagini eloquenti di entrambi i fatti, quindi si può risparmiare tempo e intelligenza nel tentare di prendere le parti dell’uno o dell’altro campo, dato che la violenza non si può condannare a targhe alterne.

 

Il risultato di questa ennesima infiltrazione (abbiamo assistito negli ultimi mesi ad infiltrazioni costanti da parte di teppisti mascherati a praticamente qualsiasi manifestazione di rilievo, con l’apice toccato a ottobre con l’enorme mobilitazione di Roma per Gaza) è stato il medesimo. 50mila manifestanti pacifici trasformati dalla retorica del governo di estrema destra attualmente al potere in brigatisti rossi, pericolosi terroristi contro i quali è necessario il pugno di ferro. Pensiamo solo che Mollicone (FDI), il “censore di Peppa Pig”, ha definito i manifestanti di Torino “comunisti che votano PD in cambio di tutele sugli spazi occupati”. Ora, a parte che risulta già difficile trovare elettori del PD, ma trovarli anche comunisti pare un esercizio spirituale alla portata del solo Mollicone, il quale perde di vista che gli unici occupanti con coperture politiche sono quelli neofascisti di Casapound. Gli ha fatto eco l’immancabile ministro dell’Interno Piantedosi, che in audizione alla Camera ha parlato di “violenza squadrista con tattiche della strategia della tensione”. Ovviamente nell’audizione non ha spiegato come è stato possibile che per l’ennesima volta manifestanti pacifici siano stati messi in pericolo da una inefficiente azione preventiva dei servizi di sicurezza, incapaci di evitare l’infiltrazione di poche decine di imbecilli senza appello, ma questa è un’altra storia.

Una narrazione, quella del governo, ovviamente supportata da una pletora di intellettuali (o sedicenti tali) che non hanno esitato a dare la propria lettura acritica della situazione, primo tra tutti Paolo Mieli (per rispetto di chi legge preferiamo non citare Bruno Vespa), da mesi ormai incapace di partorire un ragionamento degno di questo nome.

 

Il risultato di questa aggressiva campagna mediatica è stato ampiamente raggiunto. La manifestazione di sabato, l’ennesima che dimostra quanto una larga parte di questo Paese sia stanca, sia indignata per ciò che vede e sente e voglia gridarlo pacificamente, è stata trasformata in una “fabbrica brigatista”, in un “attacco allo Stato”, e persino il pestaggio di un agente di polizia si è trasformato in un’occasione per il governo di mettere a tacere tutte le voci che parlano di mancati investimenti, organici inadatti ed emergenza sicurezza. È bastato far rimbalzare le immagini del pestaggio (che per l’ennesima volta non va solo condannato, va ostracizzato) per mostrare la propria ideale incarnazione dell’ordine che i pericolosi manifestanti di sinistra vogliono rovesciare.

 

Ecco questi sono i risultati che hanno ottenuto i baldi giovani, che qualcuno avrebbe chiamato “utili idioti”, nel prestarsi all’antico gioco, di cui la politica italiana è maestra, dell’ “innalzamento eterodiretto della tensione”. Non serve certo ricordare in questo editoriale che l’Italia è il Paese degli Anni di Piombo, in cui le enormi manifestazioni studentesche e operaie sono state ridimensionate proprio grazie alla strategia della tensione, che faceva degli scontri di piazza una delle sue principali tattiche. Non serve certo ricordare in questo editoriale i brillanti risultati ottenuti dalla violenza in quegli anni, che hanno portato al rafforzamento dei partiti d’ordine come la DC e all’incremento della repressione statale con “leggi speciali” che hanno spezzato la possibilità di poter alzare la voce per chiedere più diritti e meno disuguaglianze. Ecco, non serve certo ricordare questo per poter capire come mai trenta incappucciati, tutti già conosciuti dalle forze dell’ordine, siano potuti entrare indisturbati in una manifestazione per mettere a ferro e fuoco un’intera città.

 

Questo editoriale, casomai, può servire a ricordare a chi non condanna i violenti, a cosa realmente serve la violenza: a dare l’occasione alla repressione di fare un altro passo in avanti.

 

 

 

Comments


bottom of page