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Uno, Nessuno, Centomila problemi della scuola italiana

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 3 hours ago
  • 5 min read

di Sofia Lazzarini.


In Italia la Scuola è un tema strutturalmente poco problematizzato: molte le criticità, poche le soluzioni, scarsi gli investimenti e assenti le riforme davvero incisive. L’educazione e l’accesso all’insegnamento diventano terreno di gestione ideologica più che di progettazione politica collettiva, trasversale o inclusiva. Il disinvestimento progressivo nel sistema scolastico e universitario, le “nuove linee guida” ministeriali per l’insegnamento, i percorsi abilitanti per la docenza e il depotenziamento di realtà cruciali per l’integrazione sono le dimostrazioni più evidenti.


Il rapporto “Investing in Education 2025” della Commissione europea fotografa una situazione preoccupante per l’Italia. Con riferimento al 2023, il nostro paese risulta ultimo tra quelli dell’EU per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione (7,3% contro una media europea del 9,6%) e terzultimo per rapporto tra spesa educativa e PIL (3,9% a fronte di una media comunitaria del 4,7%). Dati che contrastano con quanto la stessa Commissione europea ha ribadito con forzaSpendere per l’istruzione è un investimento, non un costo. Produce molteplici benefici economici e sociali nel tempo”.  Se da una parte, infatti, un aumento diffuso delle competenze di base potrebbe portare a una crescita del PIL europeo fino al 10% entro il 2030, dall’altra, a livello individuale, un anno aggiuntivo di istruzione può incrementare il reddito personale del 7%. Nonostante ciò, negli ultimi anni non si sono registrati segnali di inversione di tendenza. Il CCNL del comparto “Istruzione e ricerca” 2022–2024 è ancora fermo, con aumenti salariali largamente inferiori all’inflazione. Nel frattempo, si è proceduto al dimensionamento di oltre 700 scuole e al taglio di circa 8.500 posti tra docenti e personale ATA. Anche la Legge di bilancio per il 2026 ha ridotto di circa 600 milioni i fondi destinati a istruzione, ricerca e cultura. Purtroppo, come ricorda il presidente di Libera Luigi Ciotti: «L’educazione è fra i rimedi più invocati e meno applicati di fronte a qualsiasi tipo di problema».



In questo clima si inseriscono anche i nuovi percorsi abilitanti per gli insegnanti introdotti con il DPCM del 4 agosto 2023. I 30, 36 o 60 CFU, obbligatori per accedere ai concorsi (l’ultimo è stato il cosiddetto PNRR3 del dicembre 2025), prevedono corsi a numero chiuso e a pagamento, con costi complessivi superiori ai 3.500 euro (solo la prima rata ammonta a 2.500 euro). Dopo una laurea magistrale e anni di tasse universitarie, si tratta di una misura difficilmente giustificabile se non in termini economici e politici. In un sistema segnato da precarietà cronica e carenza di docenti, scaricare questi costi sui futuri insegnanti non fa che rafforzare logiche classiste: solo chi può permetterselo accede alla professione, gli altri restano esclusi.


Il disinvestimento materiale nell’istruzione e le difficoltà lavorative per l’accedervi si accompagnano inoltre a un cambiamento profondo sul piano culturale e ideologico. Le “Nuove indicazioni nazionali” introdotte dal Ministro dell’Istruzione Valditara spingono verso una didattica tradizionale, fortemente incentrata sull’Occidente e sull’identità nazionale. Una svolta netta rispetto a quelle precedenti del 2010, più orientate all’europeismo e a una maggiore fiducia nella libertà didattica dei e delle docenti. In tal senso, il recente curricolo per l’insegnamento della Storia ci forniscono un chiaro esempio. Quest’ultimo, elaborato da una sottocommissione presieduta dallo storico Ernesto Galli Della Loggia, risulta esplicito sin dal suo incipit provocatorio: “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Pur specificando poco dopo come anche altre culture abbiano avuto forme di narrazione storica, il testo costruisce una gerarchia in cui l’Occidente è presentato come unico soggetto capace di dare senso, metodo e direzione alla Storia umana e alla sua narrazione nel tempo grazie ad una sua particolare “disposizione d’animo”. Si legge: “La cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. I richiami ridondanti alla centralità della cultura greco-latina e al Cristianesimo, indicato come momento in cui la Storia acquisisce “[…] ciò che fino a quel momento non aveva mai avuto: un senso, svalutano esplicitamente le esperienze storiche non occidentali o precristiane. Questa impostazione ignora decenni di riflessioni storiografiche, dalla scuola francese delle Annales alle “svolte culturali” dagli anni Settanta, che hanno cercato di superare l’eurocentrismo e l’occidentalismo, promuovendo approcci d’indagine comparativi, multifocali e multi scalari. Il rischio è quello di una scuola ottusa di fronte ai cambiamenti contemporanei, che riduce la complessità della pluralità, soffoca il pensiero critico e privilegia l’omologazioneNon a caso, diversi storici e storiche hanno espresso forte preoccupazione: affidare al “vecchio mondo” il ruolo di fulcro e guida esclusiva nell’orientamento alla Storia significa rimuovere le contaminazioni, l’incontro-scontro tra culture e gli scambi che costituiscono le vere radici del mondo contemporaneo.


A questa visione si lega anche una concezione restrittiva dell’inclusione didattica. La presenza crescente di studenti con background migratorio viene affrontata rafforzando l’“italianità” e i valori nazionali, piuttosto che il dialogo interculturale. Emblematica, in questo senso, è l’introduzione del “Liceo del Made in Italy” proposto dai Ministri Valditara e Urso, un flop in termini di iscrizioni, mentre si continua a trascurare il rafforzamento della scuola pubblica nel suo insieme. A tutto ciò si aggiunge l’infattibilità di adattare le nuove linee guida ai contesti educativi multietnici odierni. Tra questi ci sono i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA), realtà statali essenziali ma ancora poco conosciute. Istituiti dal 2012, rappresentano presìdi fondamentali di educazione permanente e inclusiva per cittadini italiani e stranieri che abbiano compiuto i 16 anni di età e che siano in possesso di un permesso di soggiorno in corso di validità. L’offerta formativa proposta dai CPIA a livello locale, prevede la possibilità di conseguire la licenza media, di ottenere il diploma di istruzione tecnica, professionale o artistica ma soprattutto di frequentare corsi di alfabetizzazione della lingua italiana. Nonostante il loro ruolo strategico, tali enti soffrono di carenze croniche di organico, in particolare per l’insegnamento dell’italiano per alloglotti (corrispondente alla classe di concorso A23), e di gravi limiti strutturali che ne impediscono il potenziamento ma soprattutto la strutturazione fisica in sedi consone e funzionali (non di rado i CPIA tengono i propri corsi in oratori, biblioteche o strutture comunali riadattate a classi). L’enorme richiesta di partecipazione ai corsi di alfabetizzazione sovraccarica, inoltre, queste realtà che avrebbero bisogno di più cura da parte dello Stato e delle amministrazioni locali.



La carenza di investimenti nell’istruzione, l’imposizione di percorsi formativi sempre più lunghi e onerosi per i futuri docenti e l’eliminazione di una prospettiva critica e multiculturale delineano una scelta politica precisa che ignora la complessità e le necessità profonde delle scuole e della società contemporanea. Si finisce così per privilegiare merito, occidentalismo, classismo e “made in Italy”, sacrificando politiche educative fondate su integrazione, obiettività e accessibilità.





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