Da Bakhmut all'Africa: il nuovo volto della Wagner
- Koinè Journal

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di Francesco Ranieri.
Il 20 maggio 2023, con un comunicato diffuso su diversi social media, Evgenij Prigožin dichiara che le forze della Wagner, la compagnia militare privata di cui è fondatore e capo e che combatte al fianco, o talvolta al posto, dell’esercito russo, hanno conquistato la cittadina di Bakhmut, nell’oblast di Donetsk, Ucraina orientale. La notizia era nell’aria già da qualche giorno: l’esercito ucraino, dopo una lunga e strenua resistenza, si era infatti visto costretto a ritirarsi di fronte all’avanzata russa, soverchiante in numeri di uomini e mezzi.
Qualche settimana più tardi, sulla pila di macerie che una volta era Bakhmut, aleggia un silenzio lugubre. La battaglia è durata quasi un anno, e per più di sette mesi è stata guerra di trincea. I boschi, i fossi dalle rive rigogliose, i campi e le strade di campagna sono scomparsi. Al loro posto scheletri di tronchi anneriti dal fuoco, una distesa di fango e terra rivoltata, di buchi scavati dalle bombe e di cunicoli che serpeggiano tra resti di cadaveri mai sepolti e blindati distrutti ridotti a ferraglia ancora fumante. Bakhmut è stata la singola battaglia più sanguinosa in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, nonché una delle più sanguinose del XXI secolo. Numeri precisi su quanti siano stati uccisi o feriti tra quelle rovine e quelle trincee non ce ne sono. Esistono però delle stime. I russi potrebbero aver perso tra i 50.000 e gli 80.000 uomini, con la sola Wagner che, dalle parole dello stesso Prigožin, ha avuto 20.000 morti. Per farsi un’idea, è stato calcolato un tasso di guadagno territoriale pari a 48 centimetri per ogni caduto. Dal lato ucraino, si parla di un rapporto di 1 perdita ogni 5 perdite russe, con un tempo medio di sopravvivenza in alcuni settori del fronte, per i nuovi arrivati, di circa 3 giorni.
La battaglia è stata caricata, da entrambe le parti, di enorme significato. I russi, ed in particolare i propagandisti di Mosca, avevano supposto che la caduta di Bakhmut avrebbe potuto portare al crollo del fronte ucraino. Per gli ucraini, la difesa della città era divenuta altamente simbolica, e politici e generali avevano per questo ordinato di resistere il più possibile, a qualunque costo. Alla fine, i russi hanno conquistato Bakhmut ad un prezzo enorme, ed il fronte ucraino non è crollato.
Tuttavia, dire che quell’enorme spargimento di sangue sia stato senza conseguenze sarebbe sbagliato.
È infatti nel contesto di questa guerra di trincea, che nei racconti e nelle immagini ricorda così tanto i campi di Verdun e di Ypres, che esplode la faida tra la leadership della Wagner e le autorità russe.
La Wagner si era formata per la prima volta nel Donbas nel 2014, quando un gruppo di mercenari si era raccolto attorno a un ex ufficiale dell’intelligence militare russa, Dimitry Utkin, e aveva collaborato strettamente con le forze armate russe per sostenere i movimenti insurrezionali a Luhansk e Donetsk. Utkin aveva scelto il proprio nome di battaglia Vagner, poi esteso all’intera organizzazione, per le simpatie nutrite nei confronti del regime nazista, come testimoniato anche dai numerosi tatuaggi (raffiguranti, tra le altre cose, anche simboli delle SS) che coprivano il suo corpo. Successivamente, il gruppo aveva iniziato ad operare in Siria al fianco di Assad e, dal 2017, in Africa. In Paesi come Mali, Sudan, Libia e Repubblica Centrafricana, il gruppo Wagner era diventato il curatore, privato e senza legami ufficiali col regime, degli interessi di Mosca. Aveva pian piano sviluppato una vasta gamma di attività che spaziavano dalla fornitura di mercenari, all’estrazione di risorse naturali, ad interventi volti a influenzare le opinioni pubbliche dei vari paesi in cui operava. Fin da subito, la brutalità ed il totale disprezzo del diritto avevano reso Wagner un gruppo estremamente temuto ed al contempo efficacie.
Nei lunghi mesi della battaglia per la presa di Bakhmut, però, le cose cominciano a cambiare. Mentre il nome della Wagner comincia a farsi conoscere presso il grande pubblico, i video di Prigožin che, di fronte a fosse comuni ricolme di cadaveri, urla “Shoigu! Gerasimov!” rivolgendosi al ministro della difesa e al capo di stato maggiore dell’esercito russo, accusandoli di non aver supportato lo sforzo della Wagner e, anzi, di aver intralciato le operazioni militari, diventano virali.
Nel mese successivo alla presa della città, le truppe regolari russe assumono il controllo delle posizioni conquistate dalla Wagner, le cui forze si spostano nelle retrovie per rifiatare. È proprio in questo momento, dopo la conquista della città, dopo aver perso decine di migliaia di uomini, dopo settimane di battibecchi tra la leadership della compagnia militare privata e del governo, che scoppia la rivolta. Il 24 giugno 2023, dalla città di Rostov, le truppe della Wagner iniziano una marcia che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto raggiungere Mosca e probabilmente detronizzare i nemici di Prigožin.
Dopo appena 24 ore, tuttavia, la ribellione cessa. Pare che decisiva sia stata la mediazione del leader bielorusso Lukashenko, abilissimo manovratore e vecchia volpe della politica post-sovietica.
Se da un lato la marcia dei rivoltosi si è fermata, però, dall’altro è chiaro che la mossa di Prigožin non possa rimanere senza conseguenze. Da un lato, infatti, Putin è da sempre poco incline alla clemenza nei confronti dei disobbedienti. Dall’altro Prigožin, oltre ad aver minacciato direttamente il regime, è un fattore potenzialmente molto pericoloso. Egli, infatti, non solo è a capo di un esercito che conta decine di migliaia di uomini, centinaia di mezzi corazzati e perfino una sua aviazione, ma è anche diventato estremamente popolare. Buona parte della frangia estremista che costituisce il nucleo di irriducibili che più di tutti spingono per la guerra totale, e che, democraticamente, annovera tra le sue file sia i nostalgici dell’Unione Sovietica che quelli dell’Impero Russo, sia i comunisti più duri che i fascisti della Russia profondamente clericale e reazionaria, vede in lui un leader carismatico e capace. La sua figura rischia anche di allinearsi a quella degli uomini d’azione, anch’essi popolari tra le frange estreme della società russa, che hanno dato il via al conflitto in Ucraina nel 2014, come Igor Girkin e Pavel Gubarev, e che sono fortemente critici su come il Cremlino sta conducendo la guerra.
Dunque, Prigožin, grazie alla mediazione di Lukashenko, accetta di deporre le armi e si ritira, insieme a migliaia dei suoi, in Bielorussia. Il suo esilio non è destinato a durare però molto. Il 23 agosto 2023, due mesi dopo quella rivolta finita sul nascere, l’aereo che trasporta Prigožin e alcuni importanti esponenti di Wagner, tra cui Utkin, precipita nell’oblast di Tver’, a circa metà strada tra Mosca e San Pietroburgo. Nessuno dei passeggeri sopravvive all’incidente. Il presidente Putin offre le proprie condoglianze alle vittime, ma in molti sospettano che vi sia ben poco di casuale nell’accaduto. C’è chi parla di un razzo antiaereo, chi di una più probabile bomba piazzata a bordo prima del decollo. In ogni caso, con la morte di Prigožin, Wagner inizia un processo di trasformazione senza eguali nella sua storia.
Due giorni dopo, infatti, Putin emana un decreto nel quale ordina ai combattenti del gruppo di firmare un giuramento di fedeltà allo Stato. Nel frattempo, mentre Wagner passa nelle mani del figlio di Prigozhin, Pavel, due delle istituzioni più potenti della Russia odierna si litigano la possibilità di inglobare il gruppo nelle proprie file: Rosgvardia (Guardia Nazionale Russa) e GRU (Direzione Generale per le Informazioni Militari). Mentre la prima dipende direttamente dal Presidente, ed è dunque divenuta col tempo una sorta di esercito personale di Putin, l’intelligence militare ricopre un ruolo di primo piano nel paese. Per capire quanto potere risieda nelle mani del GRU basta pensare che all’epoca dell’Unione Sovietica, quando la popolazione contava più di trecento milioni di abitanti, il personale impegnato dai diversi organismi di intelligence, tra cui il famigerato KGB, ammontava a circa mezzo milione di persone. Oggi, la Federazione Russa conta la metà della popolazione dell’URSS, eppure il numero di funzionari e membri dei servizi, articolati principalmente tra FSB (Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa) e GRU, è rimasto invariato.
L’accordo, infine, si configura nella dissoluzione del gruppo Wagner e nell’assorbimento delle sue forze sia da parte della Rosgvardia che del GRU. Mentre entrambe avrebbero offerto nuove opportunità di impiego nel conflitto in Ucraina, il GRU da solo avrebbe controllato una forza di spedizione atta a proseguire le operazioni condotte nel contesto africano da Wagner. Questa forza avrebbe preso il nome di Africa Corps, nome che ricorda sinistramente quello del corpo d’armata tedesco che aveva combattuto per il Reich in Nord Africa tra il febbraio del 1941 ed il maggio del 1943.
Per coloro che non vogliono entrare a far parte della Rosgvardia o del GRU, invece, si apre la possibilità di essere assorbiti da una delle numerose compagnie militari private operanti nell’orbita russa o dalle forze Akhmat, sotto diretto controllo del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Le ultime due scelte possibili, infine, sono rassegnare le dimissioni e tornare alla vita di tutti i giorni, oppure spostarsi in Bielorussia per condurre programmi di addestramento rivolti alle forze armate locali.
Se, dunque, dopo circa sei mesi di assenza, gli ex combattenti di Wagner, sotto nuove insegne, iniziano a farsi rivedere sul fronte ucraino, la situazione in Africa è assai più complessa.
Come già anticipato, il gruppo aveva saputo modellare la propria offerta di servizi per sfruttare al meglio le opportunità locali, esercitando un’influenza particolarmente forte nella Repubblica Centrafricana, in Libia, in Sudan e in Mali. In cambio di queste attività, Wagner non era stata ricompensata solo in denaro, ma anche con l’accesso a risorse naturali come oro, legname, petrolio e minerali strategici. Proprio questi accordi avevano spinto gli Stati Uniti, nel febbraio 2023, a designarla come un’organizzazione criminale transnazionale.
Nonostante l’esistenza ufficiale di Wagner fosse negata, in realtà il Cremlino garantiva al gruppo un supporto costante in termini di finanziamenti, logistica e orientamento strategico.
Dopo la morte di Prigožin, a seguito dello stravolgimento dell’organizzazione, Mosca avvia un’intensa attività diplomatica nei territori africani dove Wagner si era radicata negli anni precedenti. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 2023, il viceministro della Difesa Yevkurov e il generale Andrei Averyanov (del GRU) visitano diversi Paesi africani, tra cui Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Libia e Mali, portando con sé un messaggio chiaro: tutti gli impegni presi da Wagner sarebbero stati d’ora in poi mantenuti dal Ministero della Difesa russo.
La presenza di Averyanov segnala un nuovo equilibrio. Ex capo dell’Unità 29155 del GRU, una famigerata unità speciale coinvolta in operazioni di interferenza in Europa – tra cui complotti per omicidi, tentativi di manipolare elezioni, attacchi informatici e furti di dati – Averyanov rappresenta il passaggio di consegne: ora sarebbe stato il GRU a prendere in mano le operazioni estere di Wagner.
In Africa, come era stato per Wagner, il GRU è impegnato, tramite Africa Corps, in tutta una serie di operazioni che però hanno, al loro centro, la conduzione di operazioni militari contro forze ribelli o gruppi terroristici che operano nei vari Stati. Tramite questi servizi, il GRU si garantisce influenza nella regione, sottraendola ad altri attori come Francia e Stati Uniti, oltre che i lauti ricavi dallo sfruttamento delle materie prime. Il Sahel, però, non solo è ricco di materie prime. L’area è anche centrale in molte delle rotte migratorie che portano migliaia di persone verso le coste mediterranee. La capacità di influenzare questi flussi può essere determinante nel momento stesso in cui questi flussi vengono utilizzati come strumenti per generare instabilità. Sebbene sia difficile pensare che la Russia sia in grado di condurre questo tipo di strategia in Africa, è innegabile che le operazioni di Mosca nel continente costituiscano comunque una minaccia per l’Europa.
Il contesto africano è particolarmente interessante anche perché costituisce l’unico caso di allargamento del conflitto russo-ucraino. Sono infatti numerosi gli attacchi alle forze russe in Mali e Sudan condotti da parte di gruppi ribelli locali che pare abbiano ricevuto il supporto dell’intelligence ucraina. In particolare, era divenuta piuttosto nota la fotografia, poi dichiarata artefatta da un’inchiesta della BBC, che mostrava un gruppo di Tuareg maliani sventolare una bandiera ucraina, poche ore dopo aver condotto un sanguinoso attacco contro militari russi. Sebbene l’immagine non sia reale, l’impegno ucraino in Africa è testimoniato sia dalle parole di alcuni alti ufficiali dell’intelligence di Kyiv, come Andryi Yusov, sia da video che mostrano uomini delle forze speciali ucraine intenti a condurre operazioni contro le forze di Mosca nel continente. Benché i contorni della vicenda siano piuttosto fumosi, pare che l’attività ucraina, volta a minare gli interessi e le fonti di guadagno di Mosca, si configuri principalmente in fornire intelligence e addestramento di base (specialmente sull’uso di droni) alle fazioni che si oppongono alla presenza russa. Naturalmente, l’Ucraina, occupata nella lotta per la sopravvivenza, non ha né le forze né il desiderio di impegnarsi troppo su un secondo fronte. Tuttavia, queste azioni hanno costituito, e costituiscono, un elemento di disturbo importante nell’attività russa in Africa, che si trova già ad affrontare sfide tutt’altro che facili. Ad oggi, Africa Corps, impegnata in diversi scenari, tutti geograficamente molto estesi, e contro una pluralità di soggetti ben preparati o organizzati (Nusrat al-Islam (JNIM) e l’alleanza dei gruppi Tuareg Azawad (CSP-PSD) su tutti), deve anche fare i conti con la forte presenza della Turchia che, soprattutto tra il Sahel e le coste del Mediterraneo, gioca un ruolo sempre più importante e non dissimile da quello di Africa Corps (impiego di mercenari e programmi di addestramento delle forze locali). Inoltre, si assiste anche ad un cambiamento nella postura americana. Sebbene infatti il ritorno di Trump alla Casa Bianca, ed i conseguenti tagli ai programmi di aiuto allo sviluppo in Africa siano destinati ad avere un impatto negativo sul soft power di Washington, è anche vero che gli USA stanno effettuando un riposizionamento economico e militare atto a contenere le influenze esterne nel continente, con una attenzione speciale rivolta naturalmente alla Cina, ma che potrebbe influenzare profondamente anche le azioni di Mosca.
FONTI
-Blann, S., Kozlowska, J. (2023, 24 maggio). Head of Russian private army Wagner says more than 20,000 of his troops died in Bakhmut battle. AP News
-Ewokor, C., Fleming, L. (2024, 30 luglio) Mali army admits 'significant' losses in Wagner battle. BBC News
-Edgecliffe-Jones, S. (2023, marzo). Russia's casualties five times those of Ukraine’s soldiers at Bakhmut – NATO official. Business Insider.
-Franck, T. (2023, 4 aprile). Russian nationalists look vulnerable after Vladlen Tatarsky’s killing. CNBC.
-Global Initiative Against Transnational Organized Crime (febbraio 2025). After the fall: Russian modes of influence in Africa post Wagner.
-Institute for the Study of War. (2023, 2 giugno). Russian offensive campaign assessment: June 2, 2023.
-Zakharchenko, K. (2024, 29 luglio). Rebels in Mali display Ukrainian flag after Wagner defeat. Kyiv Post
-Watts, J. (2024, 6 febbraio). Ukrainian special forces in Sudan face Russian mercenaries. The Guardian.
-Watts, J. (2024, 29 luglio). Ukraine’s military intelligence claims involvement in deadly Wagner ambush in Mali. The Guardian.




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