top of page

Da Vannacci allo Sciamano: identità e tradimento nella destra contemporanea

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 29 minutes ago
  • 7 min read

di Stefano Ambrosino.


“La mia destra è vera, coerente, identitaria, forte, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa. È l’unica destra che io conosca.” Con queste parole, Roberto Vannacci annuncia l’addio alla Lega di Matteo Salvini e il lancio del suo nuovo partito politico, Futuro Nazionale. Pochi giorni dopo, rispondendo alle accuse di tradimento mosse proprio dal leader del Carroccio, il generale rispondeva così: “Mi sembra che Salvini abbia parlato di lealtà, onore, disciplina e dovere. […] Io non ho tradito proprio un bel niente, anzi, io sono rimasto fedele ai miei principi, ai miei valori e a tutto quello che ho rappresentato dall’inizio.” E ancora “Perché sono andato via dalla Lega? Perché non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire di essere liberali e progressisti. […] Hanno detto che io ho abbandonato il posto di combattimento? No, mi risulta che io sia l'unico a presidiarlo.”


Dall’altra parte dell’atlantico, circa un mese fa, un altro estremista di destra si esprimeva con parole concettualmente molto simili per criticare Donald Trump. Si tratta di Jake Angeli, noto come “Lo sciamano di QAnon”, ovvero il volto dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, per il quale è stato condannato a 41 mesi di carcere e successivamente graziato proprio dal Presidente Trump il 20 gennaio 2025, ovvero il giorno dell’inaugurazione del nuovo mandato presidenziale.


Un legame, quello che Angeli dichiarava di avere con Trump, paragonato dal suo avvocato Albert Watkins al “primo amore che un uomo può provare per una donna”. Eppure, ad inizio 2026, lo Sciamano prende le distanze dal governo Trump in maniera netta, accusando il Presidente di governare in continuità con quell’élite super ricca che il movimento MAGA prometteva di contrastare, definendo l’attuale amministrazione un “disastro corrotto”.

Ancora, Angeli ha dichiarato che “ogni guerra su basa sull’inganno e al popolo americano è stata dichiarata guerra” e che “Dato che sono una delle poche persone che sembrano avere la lucidità e capire cosa sta realmente succedendo nel mondo, spetta a me, per quanto mi riguarda, fare qualcosa per risolvere questi problemi". Da qui la decisione: candidarsi alle elezioni in Arizona come indipendente, in aperto contrasto con il Partito Repubblicano di Donald Trump.

Vannacci e lo Sciamano di QAnon. Così diversi per storia, contesto e peso politico. Eppure, sorprendentemente simili nel linguaggio.

In che senso?


La dissonanza cognitiva e il bisogno di rimanere fedeli a sé stessi.

Entrambi parlano di tradimento. Entrambi si presentano come custodi dei valori autentici. Entrambi descrivono la rottura non come una fuga, ma come un atto di coerenza. Non è il cambiamento a essere centrale nel loro racconto, ma la fedeltà: non al partito, non al leader, bensì ai valori e ai principi originari che quegli stessi leader avrebbero abbandonato.


Questo tipo di narrazione attiva un meccanismo ben noto alla psicologia sociale: la dissonanza cognitiva, teorizzata da Leon Festinger. Secondo questa teoria, gli individui hanno una spinta ed un bisogno innato a mantenere una coerenza tra convinzioni, atteggiamenti e comportamenti, ovvero cercano una coerenza e una continuità tra ciò che pensano, ciò che sentono e ciò che fanno. Quando emergono informazioni che mettono in discussione questa coerenza, come ad esempio quando un leader sembra agire in modo difforme dai valori proclamati, si genera una tensione psicologica, ovvero una frattura tra l’immagine che si ha di sé e la realtà che si osserva.


Nel caso dell’elettore fortemente identificato e polarizzato, questa tensione è particolarmente intensa. Se per anni ci si è riconosciuti in un leader o in un partito, ammetterne l’incoerenza significa mettere in discussione anche una parte della propria identità. Per ridurre tale disagio, le strategie possibili sono diverse: ignorare le nuove informazioni, minimizzarle, oppure riorganizzare la propria appartenenza.


È in questo spazio che si inserisce la retorica di Vannacci e di Angeli. Entrambi si rivolgono ad un elettorato già ampiamente polarizzato, con una forte identificazione al partito e al proprio leader. Entrambi accusano il leader (Salvini o Trump) di aver tradito quelli che sono gli ideali e i valori di base del loro gruppo. Infatti, loro fanno notare agli elettori l’incoerenza tra quanto i propri leader dichiarano, e quello che poi effettivamente fanno. L’elettore si trova dunque in questo stato di tensione psicologica: è chiamato o a rinnegare il vecchio leader con cui si è sempre identificato, o a ignorare queste nuove informazioni. Il loro discorso non chiede agli elettori di cambiare identità. Al contrario, offre una via d’uscita dalla dissonanza: non siete voi ad aver sbagliato, non siete voi ad aver creduto in un progetto tradito, è il leader ad essersi allontanato; voi potete restare fedeli a voi stessi, semplicemente spostando il vostro sostegno verso chi si proclama più coerente.

Il cambiamento di schieramento, così narrato, non appare come un tradimento, ma come una forma di continuità morale.


L’identità sociale e la nascita della polarizzazione.

La dinamica appena descritta si inserisce in un quadro più ampio, e non certo nuovo: quello della polarizzazione politica. E in questo caso, è doveroso domandarsi cosa si intende esattamente con il termine “polarizzazione” e con che processi psicosociali ci si arriva. Infatti, conoscere cosa attiva e come si costruisce il processo di polarizzazione intergruppo, può aiutarci a capire e individuare tecniche e strategie per ridurre tale processo e costruire un dibattito politico meno conflittuale e maggiormente collaborativo.


Per capire meglio tali concetti, occorre anzitutto comprendere che (come ci ricorda la Teoria dell’Identità sociale di Tajfel e Turner) una parte fondamentale della nostra identità deriva dai gruppi ai quali sentiamo di appartenere. Infatti, tutti noi apparteniamo, inevitabilmente, a dei gruppi sociali e le nostre appartenenze a questi gruppi sociali ci guidano, praticamente, in tutti gli istanti della nostra vita: il fatto di essere giovani piuttosto che anziani, italiani piuttosto che americani, cristiani piuttosto che atei, di sinistra piuttosto che di destra, influenza il nostro modo di comportarci, così come influenza il modo in cui gli altri si comportano con noi.


In effetti, l’intera storia evolutiva dell’uomo è caratterizzata dalla costante presenza dei gruppi. Ogni interazione di un individuo con l’ambiente fisico avviene attraverso la mediazione, il filtro e l’interfaccia del gruppo sociale (o meglio, dei gruppi sociali) a cui si appartiene. Quando una persona appartiene ad un gruppo sociale si verifica in lei un processo cognitivo e motivazionale che prende il nome di identificazione sociale. Ne deriva che l’individuo deduce la valutazione di sé stessa (e la propria autostima) come positiva o negativa dalla valutazione dell’intero gruppo: se il mio gruppo è valutato positivamente, allora lo saranno anche i suoi membri, se viene attaccato, mi sento attaccato anch’io. In altre parole, quando ci identifichiamo con un gruppo, non aderiamo soltanto a un insieme di idee. Leghiamo una parte della nostra autostima a quel gruppo.


Il processo chiave (e inevitabile) che conduce e permette tutto ciò è il confronto sociale, ovvero la comparazione delle caratteristiche del proprio gruppo con quelle di altri gruppi.

Tuttavia, dato che ogni individuo possiede un naturale bisogno di percepirsi in modo positivo, ovvero si ricerca sempre un’elevata autostima, allora tale confronto sociale porterà inevitabilmente a valorizzare l’ingroup (il gruppo con il quale ci identifichiamo) e a svalutare l’outgroup (il gruppo esterno).


Questa identificazione sociale e il costante confronto con altri gruppi, se da un lato porta al rafforzamento della propria autostima e identità, dall’altro porta, quasi inevitabilmente, a pregiudizi e stereotipi nei confronti degli outgroup. Questo soprattutto in quei contesti sociali in cui la competizione con gli altri gruppi è la condizione necessaria di sopravvivenza del gruppo stesso, esattamente come in politica. Per di più, in politica questo meccanismo si amplifica. Il partito o il leader diventano simboli identitari. L’avversario non è solo qualcuno con cui si è in disaccordo: è qualcuno che mette in discussione il “noi”. È qui che nasce la polarizzazione. Non semplicemente quando le opinioni si allontanano, ma quando l’appartenenza diventa centrale e totalizzante. Le differenze si trasformano in confini morali. Il compromesso con “loro” viene percepito come contaminazione. La politica non è più competizione tra idee, ma difesa dell’identità.


Ma la polarizzazione non si manifesta solo tra gruppi diversi, anzi, spesso esplode proprio all’interno dello stesso gruppo. Infatti, quando emergono posizioni differenti tra membri dello stesso schieramento, si crea una tensione interna. E qui interviene un altro meccanismo tipico dell’identità sociale: per mantenere un’identità chiara e positiva, il gruppo tende a ridefinire i propri confini. Chi devia viene accusato di essersi avvicinato troppo all’outgroup. Si massimizzano le differenze interne per ristabilire purezza e coerenza.

In altre parole, la polarizzazione non è solo “noi contro loro”. È anche una lotta per stabilire chi sia il vero “noi”.


È esattamente ciò che accade nel caso di Vannacci. Il suo bersaglio principale non è la sinistra, ma Matteo Salvini. L’accusa non è quella di essere un avversario politico, bensì di aver tradito i valori originari del gruppo. Di essere diventato, in qualche modo, troppo simile all’altro campo. La frattura, in questo caso, non nasce tra destra e sinistra, ma dentro la destra stessa. E per legittimarsi, il nuovo filone deve accentuare le differenze con l’attuale leader, rivendicare maggiore coerenza, presentarsi come il custode più autentico di quell’identità collettiva che altrimenti andrebbe persa.

La polarizzazione, quindi, non è soltanto separazione tra gruppi diversi. È anche, e soprattutto, continua ridefinizione dei confini interni. Ogni scissione produce un nuovo “noi”, più ristretto e più radicale, che per affermarsi deve distinguersi sia dall’outgroup dichiarato sia dall’ex ingroup percepito come deviante.


Se la polarizzazione nasce dal bisogno di difendere la nostra identità di gruppo, allora il punto diventa inevitabile: si può spezzare questo meccanismo?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere un concetto essenziale: identificarsi con i gruppi sociali è inevitabile, in quanto normale funzionamento della mente umana; è così che organizziamo il mondo e costruiamo chi siamo. Riflettere su questo, ci deve portare a fare lo sforzo di allargare i confini del nostro ingroup, eliminando la convinzione che il nostro gruppo sia necessariamente e naturalmente migliore degli altri.

E forse la vera domanda, a questo punto, è semplice: siamo disposti a difendere le nostre idee senza trasformarle in un certificato di superiorità morale?

Comments


bottom of page