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  • Writer's pictureKoinè Journal

Estranei (2024)


di Stefania Chiappetta.


Nello spazio liminare tra l’oscurità della notte e le prime luci dell’alba, il vetro di un’ampia finestra che si affaccia sulla Londra contemporanea delimita il corpo di un uomo a petto nudo, presentato nel semplice atto di osservare il giorno che nasce. La vista della sua figura specchiata, costringe sullo sfondo della scena gli scheletri di grattacieli simili verso cui i raggi solari sembrano infrangersi, per sottolineare l’ambiente in cui abita l’uomo. Estranei, l’ultimo film del regista inglese Andrew Haigh, si colloca da subito in uno spazio anonimo, riflessivo, in cui emergono senza freni tutte le caratteristiche del melodramma cinematografico a cui la sua filmografia è legata.


Il nostro protagonista è Adam (Andrew Scott), un’anima solitaria che vive in un appartamento di uno di quei grattacieli precedentemente visti, la cui reclusione verso il mondo esterno sembrerebbe appartenere all’atto creativo del suo lavoro. Egli infatti è uno sceneggiatore cinematografico, alle prese con una nuova storia da scrivere o, in questo caso, da immaginare. La sua vita, come ci suggerisce la scena iniziale, tende verso una dimensione mentale\visiva alla cui base si annida una sorta di alienazione incomunicabile, che delimita il tono del film. Le azioni narrative iniziano con la visita nel cuore della notte di Harry (Paul Mescal), un vicino sconosciuto che chiede semplicemente di poter entrare in casa per condividere del tempo insieme, con un richiamo al tema del vampirismo delle storie gotico\romantiche.


Il rifiuto iniziale che consegue, visivamente espresso dall’oggetto scenico della porta dell’appartamento che resta chiusa, libera la sceneggiatura – adattata dal romanzo omonimo di Taichi Yamada – di evolversi in una escalation narrativa per il protagonista, votata alla riscoperta del lutto, dell’omosessualità taciuta e dell’infanzia perduta. Ogni tema affrontato però, si dispiega circoscritto nello stato mentale del personaggio, esternato in modo visivo dalle immagini nonché dallo status stesso del mezzo cinematografico, che qui diventa spazio adatto alla proliferazione di fantasmi del passato, che accompagnano le relazioni del protagonista.


Mentre la storia entra nel vivo, la regia di Andrew Haigh accresce frammentandosi in una temporalità evanescente per misurarsi con la solitudine del mondo contemporaneo, in cui il senso di estraneità che si manifesta sin dal titolo (in originale All of Us Strangers) diventa una condizione cronica, condivisa, dell’essere umano. Un sentimento questo che confluisce, al pari dei fantasmi che circondano Adam, in una dimensione infestante allacciata al suo viaggio interiore, portando ad una regressione simbolica infantile nella sua vita da uomo adulto.

 

Liberando quindi un’interiorità votata al rimpianto ed alla perdita, temi chiave del mélo cinematografico, Adam intreccia – dopo il rifiuto iniziale - una “relazione” con il suo vicino Harry, portando all’affermarsi della sua omosessualità, che deve però misurarsi con la sua infanzia ed il rapporto spezzato con i genitori, quando egli aveva appena 12 anni. Infatti sua madre (Claire Foy) e suo padre (Jamie Bell) sono morti circa 30 anni prima, in un incidente d’auto, sottraendosi dalla vita del protagonista non solo come corpo, ma soprattutto come presenza relazionale. 


È così che Haigh, attraverso una visione minimalista fatta di primi piani ed inquadrature fisse che favoriscono le lunghe conversazioni tra i personaggi, cristallizza tra passato e presente il fantasma delle relazioni che tracciano la vita umana, i segni invisibili che lasciano addosso. Anche i corpi sullo schermo, bellissimi, nudi, vicini, molto spesso appaiono solo come presenze riflesse, specchiati in oggetti scenografici inanimati, per trasferire nell’immagine la loro assenza fisica.


La persistenza dell’elemento fantasmatico\sovrannaturale, che porta la trama ad una ricerca quasi spietata dell’emozionalità nell’audience, viene resa per volontà del regista in chiave queer, ricercandola soprattutto nell’esistenza (o non esistenza) del legame tra i due co-protagonisti, ma rilegandola un po' troppo ai margini, come smarrita in un tempo presente che Adam non sa davvero vivere, che non riesce a comprendere. Ci si abbandona, anche sul piano tecnico, ad una perdita di senso che traspare soprattutto nello spazio scenico costruito, e che riflette il sentire queer sopracitato, dividendo gli interni in cui i personaggi si muovono (giusto sottolineare che essi sono solo quattro), in due ambienti separati.


Il primo ambiente, adulto e vuoto, è il grattacielo anonimo della periferia di Londra, con i suoi appartamenti asettici che tendono ad alienare al loro interno le persone, restituendo un senso di oppressione per la sua altezza, che si estende in una visione verticale della sua architettura. L’unico modo per riempire il palazzo è con il calore, forse solo immaginario, dell’atto sessuale, unendo i corpi nudi di Harry e Adam in inquadrature strette.

 

Il secondo ambiente, infantile e sicuro, è invece la casa di mattoni in cui il protagonista viveva con i genitori, situata nella campagna inglese e riempita con tazze di tè caldo ed addobbi di natale, indicando una quotidianità perduta ma vissuta in un altro tempo. Di questa divisione netta, iconografica, si fa carico la fotografia del film che, separando geometricamente i confini spaziali, la esprime con cambi tonali di colore: notturno e scuro l’appartamento, calda, sgranata e quasi opprimente la casa d’infanzia.


A circondare gli spazi privati e mentali, troviamo il mondo esterno in cui Harry ed Adam cercano di adattarsi come coppia in un tempo ristretto, malinconico, reso nel film attraverso un’esplosione di lampade al neon ed eccessivi movimenti di macchina che intervallano una regia riflessiva, anche se durano su schermo solo pochi minuti.

Nel vortice emozionale del film, che imprigiona sul piano emotivo proprio per l’eccesso melodrammatico della vicenda, resta impressa la colonna sonora pop\drammatica che accompagna sequenze ed azioni, mostrando il ricordo di un passato vissuto e condiviso, reale. Spaziando dai Frankie Goes to Hollywood, ai Blur fino ai Pet Shop Boys, quello che si restituisce è un calore nostalgico che rievoca gli anni 80’ e le sue influenze musicali, in cui non solo Adam era un ragazzino ma lo era lo stesso regista: quasi una chicca biografica, verrebbe da pensare.


Nella sua interezza, Estranei è una storia di fantasmi ed amori che non possono stare al mondo, fortificato da prove attoriali credibili, che aiutano a ritrovarsi laddove le reali intenzioni narrative appaiono sfumate, evanescenti come i corpi dei personaggi. Resta inoltre, anche dopo la sua conclusione, il sapore amaro di un finale da scoprire, che non ha paura di risultare troppo pesante, anticipato dagli stessi oggetti e dagli spazi del film; perché quello che abbiamo visto accadere è reale e non può non legarci insieme, anche se siamo tutti solo degli estranei.

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