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Fiori per Algernon (di D. Keyes)

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 1 day ago
  • 3 min read

di Laura Milozzi e Riccardo Belleggia.


“Fiori per Algernon" racconta la storia di Charlie Gordon, un uomo con disabilità intellettiva che si sottopone a un esperimento scientifico per aumentare la propria intelligenza.L’operazione ha successo e Charlie inizia a sviluppare rapidamente nuove capacità e consapevolezza, ma scopre presto quanto questa nuova condizione possa celare solitudine e dolore. Il percorso di Charlie è in qualche modo anticipato da Algernon, un topo già sottoposto allo stesso intervento, il cui destino prefigura quello del protagonista: gli effetti dell’operazione non sono permanenti. Quando Algernon muore, Charlie comprende che anche per lui l’ascesa avrà un termine.

 

La prima cosa che viene catturata dall’occhio del lettore è la scrittura: all’inizio sembra quella di un libro “scritto male”, pieno di errori grammaticali e imperfezioni formali. In realtà, questa scelta stilistica è tutt’altro che casuale ed è una delle intuizioni più originali dell’opera.

Il romanzo, infatti, non è suddiviso in capitoli tradizionali, ma in una serie di “rapporti sui progressi” che il protagonista, Charlie Gordon, è tenuto a redigere per documentare l’esito dell’intervento. È proprio attraverso questi resoconti che si assiste, in modo diretto e graduale, all’evoluzione delle sue capacità cognitive: dalle prime pagine, caratterizzate da una scrittura incerta e scorretta dal punto di vista grammaticale e sintattico, si passa progressivamente a uno stile più rigoroso, articolato e consapevole.


La trasformazione di Charlie, tuttavia, non emerge soltanto dal miglioramento linguistico, ma anche dalla crescente profondità emotiva con cui analizza sé stesso e il mondo che lo circonda. Con l’aumento dell’intelligenza cresce anche la sua consapevolezza: dei traumi dell’infanzia, delle umiliazioni subite, della solitudine che lo accompagna e delle contraddizioni della società. Il romanzo si configura così come un’intensa esplorazione della psiche umana e dei suoi meccanismi: il modo in cui reagisce agli stimoli esterni, affronta le difficoltà dell’esistenza ed elabora il dolore, a partire da quello causato dal rifiuto materno.


È questo, infatti, il nucleo della sua sofferenza: l’incapacità della madre di accettare la condizione del figlio e il peso sociale che essa comporta. Charlie, difatti, finisce per guardare con gli occhi della figura materna il proprio essere “diverso”, sogna di diventare intelligente e degno, quindi, di rispetto, di amore. Tale ferita si riflette inevitabilmente anche nelle relazioni sentimentali del protagonista, che nella sfera affettiva oscilla costantemente tra desiderio di vicinanza e timore del rifiuto, come se l’approvazione femminile fosse sempre qualcosa da conquistare e mai da ricevere gratuitamente. Anche dopo l’operazione, quando le sue capacità intellettive superano quelle di chi lo circonda, permane il senso di inadeguatezza: cambia la forma della distanza, ma non la distanza stessa.


Questa trasformazione non riguarda solo Charlie, ma coinvolge direttamente anche il lettore, modulandone le emozioni in parallelo con le diverse fasi dell’evoluzione del protagonista: a partire dalla compassione iniziale davanti alla crudeltà dei colleghi che lo deridono e lo umiliano, passando per la speranza e l’entusiasmo man mano che le sue capacità aumentano, fino all’angoscia per l’incertezza della sua condizione. Pagina dopo pagina, seguiamo la sua metamorfosi: da uomo ingenuo ed inconsapevole diventa una persona lucida ma profondamente inquieta, quasi come se la serenità fosse inversamente proporzionale alla consapevolezza, come se il celebre modo di dire “beata ignoranza” trovasse conferma nella sua esperienza. Ma è davvero così? Sapere di più significa essere più infelici? Comprendere il mondo implica inevitabilmente sentirsi più soli?

 

In poco più di trecento pagine, Keyes condensa simbolicamente l’intero arco della vita umana: c’è l’infanzia, dominata dall’innocenza e dall’inconsapevolezza; c’è la maturità, momento in cui si aprono gli occhi e ciò che prima era oscuro acquista significato; e c’è infine una fase di declino, in cui le certezze e le conquiste costruite con fatica iniziano a sgretolarsi, e le facoltà un tempo floride si affievoliscono.


Fiori per Algernon è, per questo, una lettura intensa e sorprendente: un romanzo che lascia un segno profondo e che meriterebbe di essere letto e discusso anche nelle scuole, per la forza delle domande che pone e per l’umanità che riesce a raccontare: in fondo, Charlie rappresenta le nostre fragilità, la nostra paura di perdere ciò che abbiamo conquistato; un uomo che ha passato la vita a cercare di diventare qualcuno che potesse essere amato, sempre convinto di dover cambiare per meritare affetto.


Quando, alla fine, chiede di non dimenticarsi di portare dei fiori sulla tomba di Algernon, non sta chiedendo solo di ricordare il topo. Sta chiedendo, senza dirlo, di non essere dimenticato anche lui. Di non essere stato soltanto un esperimento.È la richiesta più semplice e più umana possibile: essere ricordato, visto, riconosciuto una volta tanto. Non per ciò che gli mancava o per ciò che aveva in più, ma per ciò che è.

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