Geopolitica del caos e conflitti dimenticati
- Koinè Journal

- Sep 15
- 7 min read

di Paolo Trojan.
Introduzione
Nel 2010 Alessandro Colombo, attualmente professore di Relazioni Internazionali all’Università degli studi di Milano, pubblica un libro intitolato: “La disunità del Mondo: dopo il secolo globale”. Il saggio, edito da Feltrinelli, è un’interessante analisi sul mondo post-guerra fredda, post bipolarismo e post unipolarismo imperfetto, in una fase storica in cui si sognava la piena vittoria della democrazia liberale e liberista, ma in cui la crisi del 2008 aveva insediato più di qualche dubbio negli osservatori accademici.
Arrivando alla fine dello scritto, l’autore tratteggia delle teorie per il possibile futuro del sistema internazionale. Le prime tre previsioni sono piuttosto classiche. La prima parla di uno spazio gerarchico e cosmopolitico con una Governance democratica e capitalistica della globalizzazione, la seconda di uno spazio gerarchico ed egemonico, con al vertice le potenze democratiche occidentali e la terza uno spazio multicentrico e competitivo, con grandi spazi regionali eterogenei. Queste tre prospettive non sono particolarmente innovative ma, al momento della stesura del libro, parevano le teorie più probabili e auspicabili. Del resto, di almeno una di queste prospettive ne avevano parlato negli anni studiosi come Negri, Fukuyama e Huntington, dandogli forza presso l’opinione pubblica e accademica.
Dopo 3 lustri di tempo si può però ora affermare che la grande intuizione di Colombo non fu in queste tre predizioni, ma nella quarta teoria passata in sordina all’epoca ma poi rivalutata all’interno del dibattito. Essa parlava di uno: “Spazio acentrico e caotico. La contaminazione reciproca tra spazi regionali eterogenei”. Un grande disordine mondiale, senza gerarchie e ingestibile dai grandi enti di governance mondiale. Questa, che potremmo definire come la “Teoria della geopolitica del caos”, sta trovando ampio riscontro negli analisti e il proliferarsi di studi al riguardo sembra confermare questa tendenza. Pare quindi di essere in una fase storica in cui non è più possibile parlare di ordine internazionale ma di “disordine internazionale” con le varie conseguenze necessarie. È veramente il caos l’unica prospettiva delle relazioni internazionali concretizzabile?
Caoslandia-Ordolandia
La teoria può essere declinata in vari modi, ma ha alcune direttrici fondamentali di fondo. Vi è l’esistenza di un'area del mondo, denominata Caoslandia, in cui vige, non una guerra generalizzata, come di solito siamo abituati a concepire le aree di conflitto, ma un generalizzato stato di guerra, basato su molte situazioni di instabilità violenta, siano esse guerre, guerre civili, azione di gruppi terroristici guerre ibride, che creano forte instabilità politica e sociale, e non paiono risolvibili nel breve periodo. Questa area viene geograficamente delimitata a buona parte dell'Africa, il Medio Oriente, le isole del Sudest asiatico e l'America centrale.
Secondo le cartine della rivista geopolitica “Limes” in quest’area vi sono attualmente 27 aree di conflitto più o meno accentuato. Le caratteristiche di quest’area sono, la presenza di numerosi stati falliti; la forte presenza di economia informale; guerre civili latenti mai veramente concluse; assenza delle norme del diritto internazionale. È un'area antitetica all’ordine internazionale dove non vi è un centro di potere centrale, autorevole o legittimo.
Coloro che individuano quest’area vi contrappongono un'altra zona, definita “Ordolandia”, dove invece possiamo dire che vi sia un tripolarismo imperfetto diviso tra Russia, Usa e Cina. Non vi è un bipolarismo tra queste due aree del mondo, come poteva
essere nella divisione della guerra fredda del mondo in due, ma c’è invece la preoccupazione che l’area di Caoslandia non possa risolversi ma anzi inglobare nel tempo sempre maggiori zone dell’Ordolandia.
Come opinione pubblica Occidentale è possibile non rendersi pienamente conto di questa dimensione di “Stato generale di conflitto diffuso” poichè buona parte delle attenzioni dei media o dei social nostrani sono concentrati su due conflitti ben specifici, ovvero la guerra russo-ucraina e la questione israelo-palestinese, senza forse renderci conto di quante altre aree di frizione esistano all’interno del panorama di Caoslandia. Per comprendere meglio questa zona di instabilità è quindi necessario fare una breve panoramica su alcune di questi “conflitti dimenticati”.
Conflitti dimenticati
Tra queste “aree di guerra secondarie” una delle principali è rappresentata dalla guerra civile in Sudan. L'area è da decenni un significativo focolaio di gruppi armati e guerre civili e, da circa quarant’anni, vi sono guerre a variabile intensità e con variabili attori protagonisti. Con la secessione del Sud Sudan nel 2011, in larga parte cristiano, si pensava si potesse ottenere un periodo di relativa stabilità regionale, interrotto in modo netto nel 2023. Dopo la caduta del regime dittatoriale di Omar al Bashir nel 2019, si tentò una transizione verso forme meno autocratiche di governo, trainate dall’azione del SAF (Sudanese Armed Force) ovvero l’esercito regolare sudanese e del RSF (Rapida Support Forces) un potente gruppo paramilitare precedentemente vicino alla dittatura e coinvolto nella guerra del Darfur, dove si macchiò di numerosi crimini di guerra. Dopo vari tentativi di conciliazione tra le due forze, in particolare l’accordo per l’integrazione del 2022, nel 2023 si è aperta la guerra civile in maniera esplicita. Attualmente RSF controlla diverse aree del territorio sudanese e reclama un riconoscimento diplomatico internazionale. La guerra sembra lungi dal giungere ad una conclusione. I numeri parlano di circa 150 000 morti dal 2023, circa 14 milioni di sfollati e 30 milioni di persone in situazioni umanitarie gravi.
Sempre nel continente africano vi sono le rivoluzioni armate nel Sahel unite alle insurrezioni jihadiste. In questa fascia continentale, che comprende tra gli altri stati il Niger, il Mali e il Burkina Faso, sono in corso da diversi anni guerre civili e forti rivoluzioni politiche. Dal 2020 in poi tutti e tre gli stati citati hanno subito colpi di stato che hanno fatto cadere i governi democratici a favore di giunte militari autocratiche. Oltre alle cause economiche, la principale motivazione dietro le rivoluzioni politiche è stata il bisogno di maggiore sicurezza per i cittadini contro i gruppi estremisti terroristici associati allo Stato Islamico e ad al-Qaeda. In Mali, ad esempio, la guerra civile ha visto contrapporsi le forze governative, spesso appoggiate dal gruppo mercenario Wagner, e le milizie jihadiste del JNIM e dello Stato Islamico nel Grande Sahara, con accuse di crimini di guerra da entrambe le parti e oltre 7 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria nel 2024.
Le insurrezioni militari nel Sahel hanno trovato anche l’appoggio della Russia e dei suoi corpi mercenari in funzione antioccidentale, sfruttando il malcontento verso il colonialismo francese della regione. Il compito svolto da queste milizie non sempre ha avuto l’effetto sperato e spesso si è reso protagonista di episodi di violenza contro la popolazione civile, censurati dai rispettivi governi. Le stime parlano di circa 2-5 milioni di rifugiati e di decine di milioni di persone che necessitano di assistenza alimentare e sanitaria. Va segnalato inoltre un accanimento specifico verso le comunità cristiane nella regione.
In Nigeria, paese leader di questa classifica, si stimano circa 52.000 morti cristiani negli ultimi 15 anni, dovute soprattutto all’operato di gruppi estremisti come Boko Haram e la sua fazione ISWAP, che in totale hanno causato decine di migliaia di vittime civili dal 2009. Sebbene questi dati non siano certi, in quanto spesso le motivazioni religiose si mischiano a motivazioni etniche e territoriali, il numero rimane comunque significativo.
Spostandoci più a sud nel continente, la più significativa realtà di conflitto presente in Africa centrale è quella della Repubblica Democratica del Congo. Le radici di questa crisi vanno ricercate nel precedente conflitto ruandese, che ha visto il genocidio dell’etnia Huti su quella dei Tutsi. Dalle comunità di Huti che sono emigrate nell’est della RDC, dopo la sconfitta nella guerra civile, sono nate diversi movimenti di guerriglia armata, soprattutto nelle regioni di nord e sud Kivu. Di conseguenza si scatenarono la prima e la seconda guerra del Congo,
quest’ultima anche definita come la “Guerra mondiale africana” per il numero di morti e attori coinvolti. Nel 2003 si arrivò ad accordi di pace tra RDC e il Ruanda che comunque resero la parte orientale delle pase fortemente militarizzata e fuori dal controllo della capitale Kinshasa. Tra i vari gruppi ribelli formatisi nei primi 2000 vi fu M-23, originariamente composto da miliziani di etnia Tutsi, esclusi dalla società congolese. I miliziani del M-23 rappresentano il principale gruppo armato di opposizione al governo e controllano consistenti parti del paese. Dal 2013 ad oggi vi è stata la caduta e la nuova ascesa del M-23 e di altre milizie paramilitari, ma anche la presenza del MONUSCO, una missione di pace delle Nazioni Unite, fortemente accusata di fallimento nel suo intento di difendere i civili e garantire la normalizzazione dell’area. I vari gruppi armati, molti dei quali affiliati allo stato islamico come l’ADF, continuano a controllare numerosi fonti di risorse minerarie con cui si autofinanziano, spesso vendendolo ai paesi vicini come il Ruanda. Nel 2022 una nuova offensiva del M-23 ha nuovamente inasprito la situazione locale creando una grande crisi umanitaria. Si contano 7 milioni di sfollati e circa 23 milioni di persone in grave insicurezza alimentare.
Oltre a queste possiamo citare tra i conflitti dimenticati: l’indipendenza del Belucistan
conteso tra Pakistan ed Iran, la guerra civile Yemenita, l’indipendenza del Sahara occidentale e del Somaliland, la divisione della Libia, le guerre al narcotraffico dell’America centrale, e la guerra in Myammar. Tutte zone a forte conflittualità ma più o meno limitate al contesto regionale e con guerra a media intensità pronte ad esplodere nel tempo.
Quo Vadis?
Questa veloce panoramica sui vari contesti di guerra ci propone un quadro drammatico in diversi parti del mondo. Questo evidenzia come l’instabilità sia diventata una situazione endemica alle questioni regionali di molte zone del mondo. Questo è il fattore principale che ha portato al moltiplicarsi di studi e pubblicazioni sul caos internazionale da parte degli studiosi internazionalisti e geopolitici.
Per quanto interessante, è parere di chi scrive che questa teoria abbia delle debolezze intrinseche manifeste. Creare una sorta di bipartizione del mondo tra caos e ordine è sicuramente affascinante ma eccessivamente semplicistico. Questo perchè appare evidente
che le situazioni di “caos” non sono uguali. Di fatti hanno tutte radici differenti e condizioni storiche, economiche, sociali e politiche diversificate. Senza contare che non tutte possono essere considerate ugualmente gravi. Questo porta al necessario corollario che non tutte siano situazioni irrisolvibili nel tempo, e che quindi Caoslandia non può risultare come una zona omogenea ma come continuamente fluida a seconda delle necessità contingenti.
Quello che la teoria riesce a cogliere al meglio è però il deciso mutamento dell'ordine internazionale. Sebbene quest'ultimo non possa sfociare nella contrapposizione tra Caoslandia e Ordolandia, per sua stessa definizione il caos non può essere una situazione di ordine stabile continuativo, esso evidenzia il periodo di transizione che il sistema globale sta affrontando. Un unicum nella storia delle relazioni internazionali, in quanto, dalla pace di Vestfalia in poi, a gradi linee si è sempre riusciti a intravedere il declino di una potenza e l’emergere di nuove. Attualmente, all’interno di “Caoslandia” grandi potenze mondiali, come Cina e USA, competono alla pari con medie potenze regionali, come Turchia, Israele, India etc, portando i mediomassimi a concepirsi come i pesi massimi di oggi e super massimi di domani.
Potrebbe risultare più coerente la visione che giudica questo sistema entropico come una fase di passaggio, un brodo da cui stanno nascendo rapporti di forza nuovi che delineeranno il prossimo ordine mondiale. Se il passaggio obbligato da un ordine al altro è una guerra egemonica che ne definisca la transizione, allora possiamo considerare Caoslandia come la guerra egemonica attualmente in corso o, usando le parole di Papa Francesco, “la terza guerra mondiale a pezzi”.
L'incomprensione che sia accademici che politici trovano nel definire in maniera chiara i rapporti di forza, sia nella zona d’ordine sia nella zona caotica, evidenzia la necessità di definire con termini nuovi questo mutamento, ma è da ritenere altamente probabile la formazione di un nuovo ordine già attualmente in potenza nel sistema attuale. Che questo ordine sia un bipolarismo, un tripolarismo imperfetto, un multipolarismo o altro attualmente è ancora difficile da definire in maniera netta.
Conclusioni
Ormai pare evidente che dagli anni 20' del 2000 il mondo sta subendo sempre maggiori cambiamenti e gli studiosi si accalcano a fornire la propria interpretazione degli eventi, spesso creando teorie molto variegate tra loro. L’obiettivo di questo testo è stato fornire un generico quadro sull’attuale stato dei conflitti dimenticati cercando poi di metterli a sistema di un ordine internazionale ormai stabilmente fluido e atto al cambiamento. La volontà certo non è quella di gerarchizzare la gravità dei conflitti, ma segnalare come vi siano situazioni di crisi in aree geografiche spesso dimenticate, ma non per questo meno rilevanti per la nostra geopolitica. È parere di chi scrive che la guerra russo ucraina e la questione palestinese tocchino di più la vicinanza dell’opinione pubblica per via del coinvolgimento di nazioni occidentali, o presunte tali, ma che altre situazioni geopolitiche potrebbero impattare sulla politica estera italiana ed europea. Le forti crisi diffuse in tutto il continente Africano ne rappresentano l’esempio più chiaro, contando le numerose politiche portate avanti dalla Commissione europea e da Palazzo Chigi. I lavori al Corridoio di Lobito, finanziati sia da Roma che da Bruxelles, per esempio possono essere influenzati dalla forte instabilità dell’area centro africana.
È difficile affermare che il caos sia il destino inevitabile delle relazioni internazionali, ma si può tuttavia affermare che sia una realtà attuale con cui gli accademici e la classe politica devono relazionarsi al fine di comprendere, se sarà possibile, l'ordine che verrà.
Bibliografia
Colombo Alessandro, La disunità del mondo: dopo il secolo globale, Milano, Feltrinelli, 2010. Giannulli Aldo, Geopolitica, Comprendere il nuovo ordine mondiale. Milano, Salani editore, 2024.
Limes, Gedi Gruppo editoriale S.P.A., n. 7, 2025.
Venturini Bernardo, Il Sahel nella stretta tra violenza jihadista e autoritarismo, Affari internazinali, 9 settembre 2025.
Sitografia
https://www.aciafrica.org/news/8071/over-50000-christians-killed-in-nigeria-since-2009- islamic-uprising-intersociety-report?utm_source=chatgpt.com
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/power-struggle-sudan https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/violence-democratic-republic-congo
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