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  • Writer's pictureKoinè Journal

Governo Meloni: un anno dopo


di Luca Simone e Lorenzo Ruffi.


Il 25 settembre 2022 si svolgevano le elezioni politiche anticipate, decise al momento della caduta del governo Draghi, elezioni che hanno consegnato il Paese al governo più a destra della storia repubblicana, anche più del famigerato (e per fortuna breve) governo Tambroni del 1960, che si era dovuto arrendere davanti all’enorme reazione popolare contro l’entrata dei neofascisti missini al governo. Il 25 settembre scorso, invece, Giorgia Meloni, alla guida del partito erede di quel Movimento Sociale Italiano di cui conserva ancora la fiamma nel simbolo, varcava la soglia di Palazzo Chigi alla guida di una coalizione formata da Lega e Forza Italia che dalle urne erano invece uscite piuttosto male a livello percentuale. La campagna elettorale era stata organizzata attorno ad alcuni capisaldi definiti “irremovibili”, come il presidenzialismo, la Flat Tax, la lotta senza quartiere all’immigrazione grazie ad un blocco navale e al ritorno da protagonista dell’Italia sulla scena europea e mondiale, il tutto accompagnato anche da riforme di compressione del bilancio come il taglio del Reddito di Cittadinanza (trasformato nella vulgata politica in una donazione a nullafacenti) e il non rinnovamento del Bonus edilizio voluto dal governo Conte. Ad un anno di distanza, qual è la situazione? La Meloni ha mantenuto le altissime aspettative che aveva generato? La risposta è complessa.


In vista dell’evento del 24 settembre, organizzato per festeggiare l’”anniversario” della vittoria elettorale e al quale presenzierà anche la Premier, Fratelli d’Italia ha rilasciato una brochure nella quale vengono elencati tutti i successi (molto più spesso presunti) del governo guidato dalla prima premier donna della storia d’Italia. Il libello è intitolato “L’Italia vincente: un anno di risultati”, e contiene l’esaltazione del programma meloniano, dall’abolizione del RDC, al Piano Mattei per l’Africa passando per la linea dura decisa sui rave party e sulla sicurezza stradale, ma non fa una grande menzione del problema dell’immigrazione, tema scottante a Palazzo Chigi, in quanto il 2023 ha registrato il dato più alto di sbarchi nell’ultimo decennio, e il governo è in serissima difficoltà sul fronte dell’accoglienza, della gestione e dei rimpatri. Ma cerchiamo di analizzare nel dettaglio la situazione. Quello che venne allegramente definito “il libro dei sogni” ha dovuto scontrarsi con una realtà di profonda recessione economica. Se infatti l’inflazione ha smesso di correre (causando però anche un aumento del costo del debito pubblico), i salari reali non sono aumentati, anzi, in alcuni casi si sono addirittura contratti. Il governo inoltre sul fronte salari deve fronteggiare la dura opposizione di PD e 5S che sul tema del salario minimo garantito sembrano effettivamente aver unito le forze, e stanno portando avanti una martellante campagna che ha raggiunto ottimi risultati. Tornando alla macroeconomia, però, la crescita ha drammaticamente rallentato dopo i buoni numeri del secondo semestre del 2022, eredità delle manovre espansive volute da Conte e rimaste anche sotto Draghi. Oggi, però, i tassi di crescita risentono dei rallentamenti dell’economia tedesca e della dimostrata incapacità dell’esecutivo di gestire la mole di fondi del PNRR. La gestione di quest’ultimo è infatti stata finora fallimentare, con il responsabile Fitto che non è stato in grado di coordinare l’attuazione del piano, ed ha fatto ampio uso di rinvii e riprogettazioni per cercare di tamponare la situazione. Uno scenario che non ha certo lasciati tranquilli i mercati, che guardano con sempre più sospetto alla situazione interna italiana in materia economica. Il risultato di questa contrazione è che probabilmente la legge di bilancio, da varare entro la fine di ottobre, risentirà della congiuntura economica e non riuscirà a finanziare manovre espansive, soprattutto di carattere sociale, aumentando a dismisura la forbice che divide la classe medio alta da quella medio bassa, rischiando di creare una bolla sociale di difficile gestione.


La situazione non è poi destinata a migliorare nel breve periodo, in quanto le misure straordinarie di supporto all’aumento del debito pubblico decise dalla Commissione Europea durante la pandemia Covid sono giunte al termine, riportando gli Stati a dover fare i conti con regole molto più stringenti riguardo all’utilizzo del proprio bilancio. La situazione dell’Italia in sede europea è poi ulteriormente danneggiata dalle alleanze della Meloni e soprattutto di Salvini. Se Tajani infatti è uno dei leader riconosciuti del PPE, uno schieramento fortemente europeista di ispirazione liberale, la premier e il vicepremier leghista sono da anni i punti di riferimento del gruppo euroscettico di Visegrad, e flirtano con partiti non solo euroscettici, ma dichiaratamente di estrema destra come Alba Dorata, Vox e AFD, oltre a mostrare una certa simpatia per i leader di Polonia e Ungheria, da sempre una spina nel fianco per Bruxelles.


La particolare congiuntura internazionale nella quale si è insediato il governo Meloni ha rappresentato per il nuovo esecutivo allo stesso tempo una sfida ed un’opportunità. Messi da parte i proclami sovranisti ed euroscettici, con tanto di strizzate d’occhio al Cremlino e al modello dell’uomo forte putiniano, il nuovo governo si è adagiato sulla linea tracciata da quello di Draghi, mantenendo la postura euro-atlantica dell’Italia e un deciso sostegno all’Ucraina sia in termini di assistenza militare che di supporto in sede internazionale, nonostante molti membri del governo abbiano in passato espresso più di qualche perplessità sulla natura del conflitto, sull’utilità di armare Kyiv e, soprattutto, di sanzionare Mosca. La guerra ha rappresentato sicuramente un ostacolo, data l’ondata inflazionistica e la crisi degli idrocarburi che ha generato in tutta Europa, ma ha anche offerto indirettamente a Roma la possibilità di rilanciare il suo ruolo nello spazio mediterraneo dopo anni di inattività e sonnolenza. Dovendo ripensare la dipendenza europea dal gas russo, l’Italia si è trovata nella posizione di poter giocare un ruolo chiave nelle nuove strategie europee di approvvigionamento di idrocarburi. Data la centralità dello stivale nel cuore del Mediterraneo e alla capacità geografica di collegare il mare nostrum al cuore del Vecchio Continente, Roma ha rilanciato il suo ruolo di nuovo hub europeo per il gas, che dalle coste del Nord Africa arriverà fino alle coste del Mare del Nord, passando ovviamente dalla nostra penisola. Progetto sulla carta assai ambizioso, ma che necessita di una buona dose di capacità politiche e diplomatiche che per ora il governo non è ancora riuscito a dimostrare. Uno dei primi passi in politica estera del governo Meloni è la presentazione del nuovo Piano Mattei, programma volto a rilanciare la cooperazione energetica fra Roma e la sponda sud del Mediterraneo su un piano paritario, provando inoltre a frenare gli sbarchi migratori attraverso un sensibile miglioramento delle condizioni economiche nei paesi di partenza. Volendo tornare a giocare un ruolo di primo piano nel Mediterraneo, Roma si è dovuta tuttavia scontrare con la difficile realtà geopolitica di una regione in subbuglio da un decennio, periodo in cui l’Italia è rimasta completamente estranea ai capovolgimenti politici della Nordafrica. Il primo viaggio della premier è ad Algeri, lì dove Enrico Mattei è sepolto, per stringere accordi col governo di Abdelmadjid Tebboune in materia energetica, firmando dei memorandum di cooperazione fra l’ENI e la compagnia di idrocarburi Sonatrach. Poi è stata la volta della Libia, dove Meloni si è dapprima recata a Tripoli per incontrare il premier Dbeibeh, e successivamente ha ricevuto a Roma il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica in lotta contro lo stesso governo di Tripoli, non riuscendo ad ottenere granché da quest’ultimo incontro. La Libia, insieme alla Tunisia, rappresenta il punto focale della nuova strategia italiana per il Nordafrica: Roma cerca di ricucire i rapporti con la ex colonia, ma il terreno della cooperazione è accidentato, a causa del disinteresse italiano alle vicende libiche all’indomani della caduta di Gheddafi, con Russia e Turchia a fare da padroni a piedi dello Stivale. La Tunisia, scivolata nuovamente entro le maglie dell’autoritarismo sotto la presidenza di Kais Saied, rappresenta un altro partner imprescindibile nella nuova strategia italiana di arginare l’immigrazione irregolare. Meloni ha più volte visitato Tunisi, riuscendo a intavolare una trattativa fra l’Unione Europea e il regime tunisino, sugellata dalla firma del Memorandum di luglio e dalla visita nella capitale della presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen e del premier olandese Mark Rutte: in cambio di assistenza finanziaria per salvare l’economia tunisina dal rischio del default, il regime di Kais Saied si sarebbe dovuto impegnare a rafforzare il controllo delle proprie coste, impedendo che nuove ondate di migranti raggiungessero le coste dell’Italia. Stando agli ultimi sviluppi, però, il Memorandum corre il rischio di diventare ben presto carta straccia.


Nonostante gli accordi firmati con le controparti tunisine e libiche, il problema dell’immigrazione resta ancora da risolvere per il governo Meloni, come testimoniato dal numero degli sbarchi a Lampedusa delle ultime settimane. Roma si è mostrata interessata anche alle vicende del Sahel e del Corno d’Africa, terre dove il fenomeno migratorio ha origine. A luglio la Farnesina ha infatti ospitato un incontro fra venti paesi africani ed arabi per parlare di immigrazione e risorse energetiche, ma anche di cooperazione allo sviluppo e alla sicurezza. La nuova turbolenta fase, scandita da guerre e colpi di stato nella fascia saheliana, ha spinto Roma a mantenere un approccio prudente nelle crisi in corso, rischiando tuttavia di non incidere e di cedere il passo ad altri attori più spregiudicati.


Ad un anno dal suo insediamento, il governo Meloni ha provato a rilanciare il ruolo dell’Italia come attore regionale, abdicando ad avere un più ampio margine di manovra al di fuori del Mediterraneo, come dimostrano l’allineamento alle politiche americane in Ucraina e riguardo alla Cina, da cui Roma ha ufficializzato il decoupling non rinnovando il memorandum sulla Nuova Via della Seta firmato da Conte. L’assenza di una visione lungimirante riguardo ad alcune agende, su tutte la questione del dualismo di poteri in Libia da cui Roma sembra tagliata completamente fuori, nonché il consolidamento di partnership con regimi che strizzano apertamente l’occhio a Cina e Russia come Algeria ed Egitto, prossimi ad entrare nei BRICS, complica la realizzazione dei piani di potenza italiani nella regione. La strada per far tornare nostrum il Mediterraneo è ancora in salita. Per tracciare un bilancio conclusivo della politica estera dell’esecutivo, non si può che definirla altamente schizofrenica, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle grandi opportunità che si sono presentate in Nordafrica e nell’area del Sahel. Per il momento, solo la protezione del grande fratello americano (dovuta al supporto incondizionato che Roma offre a Kiev) impedisce alla strategia della Farnesina di franare rumorosamente ancor prima di entrare nel vivo.


Rimanendo in tema, ad oggi, però, la questione più spinosa che si trova a dover affrontare l’esecutivo è quella legata alla crisi migratoria, una situazione aggravata dalle problematiche poc’anzi elencate legate alla linea di politica estera che si fa fatica, come abbiamo visto, a non descrivere come schizofrenica. È notizia della settimana che la premier anche durante la sua visita all’ONU abbia chiesto apertamente aiuto anche alle Nazioni Unite per poter in qualche modo arginare la situazione, cercando un appiglio per poter sviluppare e attuare il Piano per l’Africa messo a punto dal suo governo. Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, ha però avvertito Roma, denunciando che fino a questo momento “c’è stato solo un profluvio di parole”. Anche dal palazzo di vetro, la Meloni viene accusata di aver fatto soltanto campagna elettorale. Sul fronte interno invece, la decisione di costruire nuovi CPR, uno per ogni regione, aumentando il periodo di detenzione preventiva a 18 mesi in attesa del rimpatrio, ha scatenato le ire dei governatori. Finora infatti si è dichiarato favorevole solo il governatore friulano Fedriga, mentre Zaia ha denunciato il silenzio del governo sull’argomento e la sua assenza, e Giani ha dichiarato che non darà alcuna autorizzazione per la costruzione di un nuovo CPR in Toscana, definito senza mezzi termini una sorta di lager. Le opposizioni intanto si scagliano (seppur timidamente) contro la decisione di Meloni di varare una politica così apertamente ostile nei confronti dei migranti, una politica che rischia di isolare ancor più l’Italia in sede internazionale.


Ad un anno dalla sua elezione, dunque, il governo sembra essere seriamente in difficoltà sul piano pratico, e per la prima volta la presa sull’opinione pubblica è andata scemando, a favore non tanto di uno scivolamento verso le opposizioni, ma di un ancor più deciso astensionismo. Un trend ormai in costante ascesa in Italia, e che minaccia la tenuta stessa delle istituzioni repubblicane sul lungo periodo. Giorgia Meloni ha poi in questi lunghi dodici mesi dimostrato una preoccupante incapacità di confrontarsi con le opposizioni, sia dialetticamente che politicamente, seppur in un primo periodo sembrasse perfettamente in controllo della situazione, dettando in qualche caso l’agenda politica anche ai suoi rivali. Oggi, invece, la premier sembra essere in balia degli eventi, poco aiutata anche dalla sua stessa classe dirigente, martoriata da scandali ed uscite incongrue, basti ricordare le vicende Santanchè-Donzelli-La Russa, solo per citare le più “altolocate”. Se a questa situazione sommiamo anche l’inadempienza ad alcuni dei punti fondamentali del programma di governo, la risultante è quella di una Meloni seriamente in difficoltà, alla guida di un Paese che non sembra in procinto di cambiare rotta come era stato promesso a gran voce nelle piazze, ma che anzi rischia di precipitare verso una china sempre più profonda. L’immigrazione ha raggiunto picchi mai registrati, e la debolezza nei rapporti coi partner europei e mondiali peggiora la situazione, la situazione economica è disastrosa e si rischia un inverno ancora peggiore di quello precedente per la riduzione dei paracadute sociali, mentre gli unici successi si registrano in materia di controllo dei rave e potenziamento del codice della strada. Il bilancio appare alquanto passivo.






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