Hamnet - Nel nome del figlio (2025)
- Koinè Journal

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di Stefania Chiappetta
Con l’avvicinarsi della notte degli Oscar il prossimo 15 marzo, ci si ritrova con tutte le necessità del caso a dover “tirare le somme” circa i migliori film candidati. Un po’ come avviene con i recap social che si è soliti produrre durante la fine di ogni anno, la necessità è quella di creare un ordine interno alle immagini che sono apparse sullo schermo, esternandole dall’interezza del film da cui sono tratte per leggerle nella loro singolarità. In questo modo si ha l’impressione di riuscire a contenerne meglio il significato, lasciando che l’esperienza della visione possa diventare una spia del tempo presente. O, nella migliore delle ipotesi, di riconoscimento personale.
Per il nuovo film della regista Chloé Zhao, Hamnet - Nel nome del figlio candidato a otto premi Oscar, le immagini che fuoriescono sono due, intersecate tra loro come un mosaico. La prima coincide con la sequenza d’apertura del film in cui la protagonista Agnes, interpretata da Jessie Buckley, favorita alla vittoria come miglior attrice, si sveglia da un giaciglio naturale nella foresta di Stratford - upon - Avon. Capelli lunghi, mani sporche di terra, vestita con le tonalità di un rosso spento, la donna appare più simile alla strega dei racconti popolari. Dimostra da subito una conoscenza spiccata per i simboli naturali, le erbe curative: la nostra protagonista si trasforma allora in una guaritrice, destinata a partecipare attivamente alla creazione naturale delle cose del mondo. Soprattutto è in grado di “leggere” le persone e conoscere le loro potenzialità. Un valore che cresce se si pensa che Agnes è in realtà l’Anne Hathaway moglie del poeta William Shakespeare, nel film interpretato da Paul Mescal che però viene identificato sempre con l’abbreviativo Will, rendendo difficoltoso riconoscerlo da subito.
La seconda immagine invece, che arriva con l’epilogo del film, sostituisce la foresta con un palcoscenico in cui si svolge la prima rappresentazione londinese dell’Amleto di Shakespeare. Ora Agnes, immersa nel dolore per la perdita improvvisa di suo figlio Hamnet, trovandosi tra la folla degli spettatori che osservano la tragedia, solleva una mano verso il morente Amleto per partecipare, sostenere anche, la sua dipartita scenica. Il gesto è imitato da tutti i presenti, diventando rito collettivo che sottolinea la funzione catartica del teatro o dell’arte in generale.
Nel rapporto specchio che possiamo rintracciare tra le due immagini, otteniamo così il significato più profondo del film di Zhao. Hamnet infatti mostra come l’atto della creazione, sia quella naturale (come può essere il parto di Agnes che genera una nuova vita) sia quella intellettuale/artistica (il lavoro di un poeta come William Shakespeare), sia accompagnato sempre dalla possibilità della fine, quindi della morte. Un sentimento prettamente poetico, che però legge la realtà umana come uno spazio in cui tutto ciò che si è creato deve, in qualche modo, poter tornare.
Il nucleo di partenza per l’opera è difatti la sua stessa fonte: l’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell da cui il film è tratto, tanto da rendere l’autrice anche co-sceneggiatrice del film. Il romanzo racconta – con una narrazione temporale sfalsata - sì la genesi di una delle maggiori opere di William Shakespeare, l’Amleto appunto, ma la accosta però al trauma di un lutto. Ora è proprio l’immagine d’apertura sopracitata, preceduta da uno schermo nero ed un trafiletto descrittivo, che contiene tutta la forza generatrice del film, affiancando uno dei maggiori protagonisti teatrali a quello di un bambino di 11 anni, prematuramente scomparso. Il cartello informa come i nomi Hamnet ed Hamlet fossero totalmente intercambiabili: nell’Inghilterra del 500’ essi erano, di fatto, lo stesso nome.
Nell’ottica del film il mito stesso ha bisogno così di un corpo umano da cui partire, ed un personaggio teatrale che dalla sua prima rappresentazione non ha mai smesso di utilizzare nuovi attori per esistere, trova la sua fonte in Hamnet. Amleto non è più solo una delle massime creazioni Shakespeariane, ma diventa in primis figlio di una madre che lo ha partorito, allevato. È inoltre un fratello amorevole per le sue due sorelle, in particolare per la gemella Judith con cui ha un rapporto speciale, come se le loro vite fossero intrecciate per un volere più grande. Hamnet sebbene mostri nel personaggio un animo teatrale, ed il suo nome venga simbolicamente accostato al suo eterno alter-ego, appare semplicemente come un bambino biondo che ama la sua famiglia. E la sua vita.
Per questo motivo la regia di Chloé Zhao produce un senso pieno proprio con l’accostarsi di simboli naturali ed esistenza umana, teatro e spettatori, arte e dolore della perdita. La macchina da presa assume un punto di vista teatrale, ne dissemina riferimenti per tutta la durata del film, eppure resta sempre cinematografica nelle intenzioni. Così facendo il cuore della creazione di William Shakespeare non è più solo il palcoscenico, l’atto della scrittura delle opere o la recitazione, ma ha il suo fulcro nel personaggio di Agnes. La coppia Agnes/Jessie Buckley e Will/Paul Mescal, incarnando i due diversi nuclei della creazione umana, viene filmata non solo come amanti ma come due entità opposte, distinte. Connesse, innamorate, eppure distanti allo stesso tempo, incapaci di vivere il lutto per la perdita del proprio figlio nello stesso modo.
Appare quindi ancora più importante il finale del film, in cui ogni elemento disseminato arriva a coincidere proprio nello spazio del Globe Theatre di Londra. Mettere in scena l’Amleto non significa più solo catarsi, un modo per affidare all’arte il dolore della perdita, ma anche far sì che il proprio trauma venga in qualche modo rivissuto. Se Shakespeare costruisce nel suo protagonista un corpo a cui affidare la memoria di suo figlio Hamnet, Agnes come spettatrice può di nuovo rivivere il tormento della morte. La grande limpidezza del film è tutta qui: il dolore privato può diventare collettivo attraverso l’arte, essere riconosciuto nella sua pienezza e sostenuto. Così che la creazione umana, qualsiasi essa sia, una volta raggiunta la fine possa diventare eterna, mitologica.
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