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Luci spente ai David di Donatello 2026

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 18 minutes ago
  • 4 min read

di Stefania Chiappetta


Siamo ai titoli di coda. Non è il nome di un spettacolo teatrale, né tantomeno il titolo di un film a sfondo metacinematografico. Piuttosto, forte dell'immagine tristemente evocativa che lo accompagna, è lo slogan del movimento politico-culturale indipendente che si occupa di denunciare la crisi che affligge il settore cinematografico e audiovisivo. Una crisi che potrebbe condurre le produzioni ad un divenire disastroso. Non fosse che lo scenario futuro è già arrivato e si è trasformato in presente contemporaneo.


La precarietà della produzione audiovisiva - in questo caso cinematografica - può riempire una lista lunga eppure, nella narrazione comune, è ancora poca l’informazione in merito. Forse perché il “mestiere del cinema” è avviluppato prettamente nella retorica del “sogno”. Rivestito da un linguaggio positivo, idilliaco, che spesso non tiene conto della realtà produttiva ed economica circostante. In Italia questo tipo di formalismo sembra convergere intorno alla cerimonia dei David di Donatello, che mercoledì 6 maggio celebrano la 71ª edizione sotto  la guida artistica di Piera Detassis. 


I David però non sono soltanto una delle cerimonie più importanti per il cinema italiano, un gemello degli Oscar come ci piace ripetere. Sono soprattutto una occasione per celebrare il lavoro audiovisivo che, di anno in anno, racconta i cambiamenti storici, sociali e antropologici del paese. Nati intorno agli anni 50’, in un periodo che vedeva la produzione cinematografica particolarmente fiorente, il palco dei David è sempre stato autoriale, politico, espressivo. Tuttavia, mentre solo lo scorso anno si continuava a millantare una produzione in crescita, con sempre più storie pronte per il grande schermo, la situazione oggi sembra aggravarsi. 


Nasce così la petizione “Luci spente ai David per non spegnere il cinema Italiano, lanciata proprio dal movimento #siamo ai titoli di coda. L’appello principalmente rivolto ai candidati, ma anche al presidente Mattarella (impossibile non ricordare alla scorsa edizione Elio Germano che esclama "Meno Male che c’è il presidente Mattarella”), invita a lasciare la sala vuota. “Che il mondo veda il silenzio e il vuoto creati da questa politica. Quella sala deserta sarà la conseguenza di questo scenario e il nostro grido: non siamo una colonia, siamo la Cultura Italiana.


I punti toccati dalla petizione vogliono essere un modo per squarciare quel velo di positivismo che, al contrario, continua a rimarcare uno stato di ottima salute per il settore. Alla conferenza stampa delle candidature David, la senatrice Lucia Borgonzoni esordiva con uno speranzoso “il cinema è sano”, in riferimento agli incassi al botteghino ottenuti da alcuni titoli a partire da gennaio 2026, sostenendo un rinnovato bisogno del pubblico di fruire storie italiane al cinema.


Eppure solo poche settimane fa, dopo la mancanza di titoli italiani al passato festival di Berlino, ecco che arriva l’esclusione anche alla nuova edizione del festival di Cannes. Parlare di esclusione inoltre non è corretto, poiché implicherebbe una corsa di titoli che sono invece stati scartati. La realtà ci parla invece di una mancanza di titoli da presentare perché i film papabili, come l’atteso ritorno di Nanni Moretti, non sono ancora pronti. 


Forse occorrerebbe far luce su una sintomatologia che, già dai primi segnali, ci riporta proprio ai punti toccati dalla petizione. Ci sono ad esempio i tagli lineari del fondo per il cinema che, già nel 2027 secondo i dati previsti dal comitato, si ridurranno a 500 milioni. Di questi  la metà sarà destinata al cinema estero, visto l’asservimento alle major straniere che lede l’indipendenza, e l’espressività, di storie nazionali


Tutto ciò si riversa sulla gestione di Cinecittà e l’utilizzo dei teatri di posa, che ancora oggi sono spazi floridi per le produzioni. Basti fare riferimento ad uno degli ultimi film di Luca Guadagnino, Queer, che ricreava un intero quartiere di Città del Messico nei teatri di posa. E se pure è vero che il Governo sta investendo 300 milioni di euro del PNRR per potenziare Cinecittà, la domanda da porsi è a chi gioverà davvero una simile concessione


Secondo il movimento infatti, i costi proibitivi per fittare i teatri di posa creeranno un hub per le produzioni USA, mentre i film italiani più piccoli e difficili - quelli con budget estremamente ridotto, che spesso sono il trampolino di lancio di nuovi autori -  non avranno la possibilità di pagare uno spazio. Tantomeno di essere finanziati. E questo, volendo accantonare dati puramente economici (che d’altronde sono quelli che creano un film) mostra forse il lato più preoccupante: la cosiddetta censura morbida. O più correttamente, una modalità che non proibisce formalmente di raccontarsi ma riduce, nasconde, taglia fuori.


L’accusa è quello di uno smantellamento sistematico, culturale, verso storie di alto profilo civile per finanziare invece un cinema di puro intrattenimento. Un passaggio da bene culturale, che ha la funzione di specchio sulla realtà, a prodotto di mercato. Si creerebbe così non solo una sottomissione economica, che guarda a modelli perfetti per occupare uno spazio sulle piattaforme, ma principalmente una sottomissione etica verso paesi che alimentano conflitti e genocidi. Niente di nuovo quindi, nemmeno per il cinema. 


Se dunque occorre usare lo spazio dei David di Donatello per creare un discorso cinematografico veritiero e non mediato, allo stesso modo è essenziale riappropriarsi delle immagini che i film autoriali, liberi, freschi mostrano della realtà circostante. Che è poi la nostra realtà collettiva, non individuale. Così che gli sgangherati protagonisti di Le città di Pianura di Francesco Sossai (16 candidature), o il  corpo del potere alla fine del suo mandato in La Grazia di Paolo Sorrentino (14 candidature), o la penna riscoperta, infuocata e libera, di Goliarda Sapienza nel film Fuori di Mario Martone (8 candidature), possano veicolare uno dei fondamenti identitari della produzione cinematografica italiana.


Sitografia di riferimento:




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