top of page

Il disastro Euphoria

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 1 day ago
  • 4 min read

di Stefania Chiappetta.


Difficile parlare di purezza artistica in una serie come Euphoria. Ancora più complesso, considerato il suo recente quanto disastroso finale, è cercare un minimo di quella solidità tecnica che nella prima stagione era stata il collante delle immagini. Ora, a riguardare i 26 episodi che compongono le tre stagioni, compresi i due speciali arrivati in piena pandemia Covid, verrebbe da domandarsi quando il suo creatore, Sam Levinson, abbia smesso di voler bene ai suoi protagonisti. Tanto da non saperli nemmeno più a scrivere. Nonostante i sette anni di vitalità è sembrato di trovarsi a osservare dei personaggi sconosciuti, bloccati in spirali distruttive impossibili da attraversare. Non c’era più alcuna salvezza per loro, e forse non la si è mai nemmeno cercata.


Eppure, sotto la polvere di un’ultima stagione morta ancor prima di iniziare, nel giallo spento che riempie il font del suo titolo, si sperava almeno di vedere nel finale l’anima di Euphoria. O ciò che di essa poteva sopravvivere al drastico cambiamento apportato, trasformando per necessità temporali, o forse per il solo capriccio del suo autore, il dramma teen in un western da camera mal girato. Il risultato finale è servito a dissolvere ogni dubbio: Euphoria è diventata da tempo solo una formula seriale, per Levinson quanto per la sua produzione, la HBO. E nelle formule dove si tiene solo al numero di spettatori ottenuto, al budget sempre più alto e allo sfruttamento del corpo degli attori per criticare in modo sterile l’industria hollywoodiana, l’anima raramente può sopravvivere. 


Sarebbe tuttavia ipocrita ridurre il problema alla sola terza stagione. Durante la seconda, andata in onda nel 2022, si era già verificato uno scollamento importante, nonostante il set fosse rimasto pressoché invariato. I corridoi del liceo erano ancora al loro posto, così come il vialetto di Rue (Zendaya) e la cameretta di Jules (Hunter Schafer). Tutti gli spazi diegetici, e soprattutto empatici, costruiti per la prima stagione erano tornati, tanto da far sopravvivere piccole briciole nei rapporti tra i protagonisti.


Invece il crollo vertiginoso, e svilente, era già iniziato. Così la fragilità di Cassie si è trasformata in un pretesto per la sua sessualizzazione, legata a doppio filo alla modalità con cui l’immagine della sua interprete, Sydney Sweeney, viene posizionata. La grande problematica dello sguardo di Levinson è la sua colpevole mancanza di analisi. Anche a voler differenziare l’immagine erotica da quella pornografica, ampliando il discorso sul lavoro delle sex worker in piattaforme come Only Fans, il risultato resta di una piattezza superficiale farcito da citazionismo cinematografico. Spesso talmente velato da sfuggire. 


Allo stesso modo l'indipendenza di Lexi (Maude Apatow) si è trasformata in puro egoismo e Maddie (Alexa Demie) ha ottenuto solo una vuota rivalsa narrativa, troncata di netto. Persino Jules è lentamente scomparsa dall’equazione: non dovrebbe nemmeno stupire il minutaggio che ha ottenuto durante l’ultimo episodio, comparsa per un solo misero minuto. Anche il forte pedinamento che Levinson manteneva con i suoi personaggi sembrava funzionare, solo inizialmente certo, prima che iniziasse ad abbandonarli a loro stessi.


Il pilot della seconda stagione ad esempio, dal titolo Trying to Get to Heaven Before They Close the Door, era principalmente girato in interni, durante una festa di Capodanno. D’altronde, far collassare ogni vizio e limite dei propri personaggi in un unico spazio, è sempre stata una prerogativa della serie. Un suo tratto di forza artistica, ma anche di lucidità autoriale. L'unità di luogo era una modalità per creare una sinergia tra regia e montaggio, e rimarcare così quella ricerca estenuante, tutta adolescenziale, di un posto a cui appartenere. 


Importante ricordarlo Euphoria, prima che si perdesse sotto cumuli di droga, traffici illeciti e nuovi personaggi senza alcuna complessità psicologica, doveva anche - e soprattutto - affrontare l’identità di genere di tutti i suoi protagonisti. La tematica queer e la norma eterosessuale, seppure lascive e condotte verso un estremismo tragico, erano sicuramente il marchio della serie. Poiché queste, mescolate alla dipendenza di Rue, bilanciano quel sottotesto di fede e speranza così tanto avviluppate al racconto della società americana. Queste non erano solo linee della narrazione, ma il suo stesso cuore: difficile che Sam Levinson non lo sapesse.


Il disastro ottenuto parte dal suo sviluppo narrativo. Gli eventi della terza stagione, non più retti da una logica di scrittura ma solo dalla ricerca di un eccesso grottesco, hanno causato un disfacimento nei personaggi quanto nelle radici stesse della serie. La conseguenza è quella di distruggere il rapporto fruitivo e fidelizzato con l’audience. Una serie tv complessa, quale era Euphoria durante la sua prima messa in onda, deve saper costruire una coerenza interna, l’anima sopracitata appunto, capace di giustificare e bilanciare i cambiamenti apportati. L’ultima stagione di Euphoria è invece tutta un’altra serie, che tradisce orribilmente quanto costruito in precedenza. Non c’è artisticità che tenga.


Nell’utilizzare il termine anima per parlare delle radici di questa storia, diventa importante sottolineare quanto il rapporto fruitivo con Euphoria sia sempre stato, prima che emotivo, sensoriale. Immersivo. Fatto di pareti che girano, coreografie improvvise sulle tracce pop\gospel di Labrinth, viaggi in bicicletta nella notte, conversazioni infinite in un diner la vigilia di Natale. La regia di Levinson, la fotografia fluo e ombrosa di Marcell Rév, non erano pura e fredda tecnica, come invece sono apparsi durante gli ultimi 8 episodi, ma strumenti empaticamente partecipi. Tolta l'emotività, della forza tecnica cosa resta?


Abbandonare l’estetica di riferimento, significa distruggere completamente il rapporto di riconoscimento con le proprie radici, per intraprendere un abbandono egoistico che avrebbe potuto chiudersi nel dicembre del 2020, con l’episodio speciale di Rue, Trouble Don't Last Always. Da quel punto in poi la serie, semplicemente, non aveva altro da dire.


Nello speciale Ali (Colman Domingo), sponsor della protagonista, le chiede come avrebbe voluto essere ricordata dopo aver lasciato questa terra. Rue, cuore onnisciente della serie, sua stessa narratrice, incastrata nel tavolo del diner in cui si trovano, stretta nella vecchia felpa di suo padre, risponde: Come qualcuno che ha cercato a lungo di essere chi non poteva essere. Verrebbe voglia di dimenticare tutto ciò che è arrivato dopo e immaginarla ancora seduta al tavolo, prima che l’Ave Maria di Labrinth cominciasse a suonare a lutto.



Image Copyright: Wired Italia.



Comments


bottom of page