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  • Writer's pictureKoinè Journal

Harry ti presento Sally (1989)


di Stefania Chiappetta.


Quando Harry (Billy Crystal) incontra Sally (Meg Ryan) nell’incipit della loro storia, è il 1977 e sono entrambi neolaureati all’università di Chicago. L’incontro amoroso, evento centrale nel genere d’appartenenza, viene così spogliato di ogni fantasiosa casualità, ridotto ad un semplice, moderno, passaggio in auto. I due, diretti a New York per intraprendere le rispettive carriere lavorative, sfruttano il tempo insieme (18 lunghissime ore di viaggio) per conoscersi, alimentando i momenti a disposizione con dialoghi che aleggiano nel ristretto spazio dell’automobile. Comincia in questo modo il viaggio cinematografico, cult, iconico, della coppia Harry\Sally, frammentato in 12 anni e tracciato, con assoluta naturalezza, dalle parole che dettano un confine corporale e relazione tra i due, quasi insormontabile. Le stranezze di entrambi, così come le loro abitudini o gesti che li ritraggono come poli opposti, documentati dallo sguardo cinico e disincantato della regia di Rob Reiner (che non ironicamente finirà per dirigere l’adattamento del romanzo di Stephen King, Misery non deve morire, solo l’anno dopo), finiscono per risuonare in una regola che indirizzerà l’intera storia: l’amicizia tra uomo e donna è pressocché impossibile, perché il sesso finirà per mettersi in mezzo.


Forte di una collaborazione autoriale che riflette – inevitabilmente - il rapporto uomo\donna dei due protagonisti, Harry ti presento Sally sin dal suo esordio nei cinema quasi 35 anni fa, incanala al suo interno un modo nuovo di vivere, guardare, la commedia romantica americana. Attraverso la brillante sceneggiatura di Nora Ephron, che controbilancia lo sguardo di Rob Reiner, la pellicola si articola tra gli stilemi classici del romance americano ed un linguaggio contemporaneo che, proprio negli anni 70’-80’, aveva segnato trasversalmente il genere e, più in generale, il cinema anche grazie al regista Woody Allen (Io e Annie (1977) e Manhattan (1979) tra tutti).


Il tono del film cresce non solo nella consapevolezza che Harry e Sally, nonostante la mancata scintilla iniziale, potrebbero anche essere ottimi “amici”, ma con il sottilissimo humor che invade ogni battuta dei personaggi, rendendoli concreti, umani, familiari. Per questa ragione, i blocchi narrativi che sintetizzano una temporalità lunga, fagocitata nella durata del film di 91 minuti, sono intervallati da interviste con coppie anziane, di nazionalità diversa, che raccontano il loro matrimonio e gli anni passati. Sguardo in macchina, postura impacciata, interno retrò, questi segmenti visivi diventano preziosi documenti sull’amore reale, quotidiano, prendendo la parola al posto dei nostri protagonisti.


Infatti, come la stessa sceneggiatrice non ha mancato di sottolineare, il film si inserisce nel filone della commedia romantica in cui, i principali ostacoli al coronamento del lieto fine, diventano i personaggi stessi e le loro credenze sulle relazioni che si misurano, semplicemente, con la realtà del mondo circostante. Si abbandona la tragica fatalità dell’amore impossibile, di eredità Shakespeariana, per abbracciare invece una relazione dilatata nel tempo, alimentata da incontri che si trasformano in scontri con l’altro, accrescendo una apparente antipatia reciproca. Al termine del viaggio, una volta arrivati a New York, Harry e Sally si rincontreranno ben 5 anni dopo, in aeroporto, il primo in procinto di sposarsi, la seconda innamorata e con il ricordo fastidioso di lui che aveva cercato di provarci spudoratamente, nonostante fosse fidanzato con la sua migliore amica. Questi due primi brevi incontri\scontri, delimitati in interni affollati e mezzi di trasporto (auto, aereo), riducono l’amore di tutte le sue caratteristiche romantiche, fantasiose, mettendo al centro una debolezza nevrotica dei personaggi fatta di pensieri, smorfie e noncuranza.


Bisognerà attendere altri 5 anni perché i due possano rincontrarsi, trentenni single e disillusi, e lasciare che l’audience si goda finalmente i tentativi di instaurare un rapporto d’amicizia, andando però contro la loro regola d’oro iniziale. È così che il sesso finirà per diventare una impasse della loro relazione, esplicitato non tanto dalle immagini quanto dalle parole, dai contenuti dei loro discorsi, e persino performato, recitato a regola d’arte in scene ormai di culto. Ci si appropria della sessualità con naturalezza, soprattutto da parte di Sally, dimostrando quanto essa possa essere in realtà controllata, riducendo la portata del godimento che - a volte - può anche essere finto, strappato dalla camera da letto per essere riprodotto tra i tavoli del Katz’s Delicatessen nel Lower East Side di Manhattan. Sdoganando l’idea, da travolgente ma non reale storia romantica, che il sesso debba essere sempre focoso e incontrollabile, visto quanto scomodo sia farlo sul pavimento con le mattonelle di ceramica che ti graffiano la schiena, come Sally non manca di sottolineare.


La storia di Harry e Sally diventa concreta, rispondendo ad un bisogno primario dell’audience di poter provare il brivido del riconoscimento reciproco, della rappresentazione curiosa - ma non per questo meno veritiera - del romance contemporaneo. Una rappresentazione accresciuta dall’ambientazione iconografica che, così come la relazione dei protagonisti, si apre al mondo circostante catturando il microcosmo Newyorkese e rendendolo abitabile, pronto quasi a fuoriuscire dai contorni dello schermo. I due “amici”, che non hanno partner, parenti, complicazioni lavorative, mostrano con la lentezza di una passeggiata nel parco, incorniciati dai colori autunnali della fotografia, quanto semplice sia la possibilità di dotare il corpo filmico di un’anima calorosa, familiare, anche se si tratta di una sequenza catturata dalla macchina da presa. O quanto sia liberatorio, anche se un po' imbarazzante, improvvisare un karaoke per provare “la macchina che canta” in un negozio pieno di gente, con l’alto rischio di incontri spiacevoli.


Tra diapositive di New York, colte dalla regia in campi lunghi, una fotografia che documenta il passaggio del tempo con attenzione, e l’indimenticabile colonna sonora che vive nelle composizioni di Harry Connick Jr. accompagnato da un’orchestra Jazz, il culto della pellicola si estende alla vita reale, trasformandola quasi in un’amica a cui guardare nel momento del bisogno. D’altronde, seppur Harry e Sally tendano a complicare il loro rapporto che invece potrebbe proseguire liscio come l’olio, il corpo del film si accresce in una lenta ma consapevole risalita verso l’ottimismo, fino ad esplodere nell’indimenticabile finale che restituisce in giusta dose il romance americano.


Riproposto in continuazione, inseritosi nell’immaginario collettivo tanto da rendere le location del film meta di “pellegrinaggiopur di sentire il calore emanato del duo, quello che rende Harry ti presento Sally uno dei pilastri della nuova commedia romantica, è senza dubbio la funzione rasserenante che continua ad instaurare con lo spettatore. Come il critico Roy Menarini non ha mancato di sottolineare, il film risponde al bisogno di mettere alla prova le nostre emozioni scegliendo, attraverso l’atto della visione, di provare eccitazione o felicità: i cosiddetti Feelgood movies. Essi permettono di assaporare tutte le sensazioni possibili lasciandole fruire liberatoriamente con lo scorrere delle immagini, cambiando in continuazione con l’evolversi dell’amicizia tra Harry e Sally, trasformandoli alla fine in qualcosa di più che semplici personaggi sullo schermo.


Dunque la visione – o rivisione visto il periodo di San Valentino - di Harry ti presento Sally non è solo una fuga dalla realtà, ma un’arma catartica da poter usare per il proprio piacere in ogni momento dell’anno: non resta che augurarvi di poter ordinare sempre “quello che ha preso la signorina”!

 

 

 

 

 

 

 

Riferimenti:

-Roy Menarini, Perché il cinema è un potente alleato del nostro benessere, centodieci, 2018, https://www.centodieci.it/cultura/film-che-fanno-stare-bene-consigli/ 

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