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Il multiverso da 7 Oscar


di Stefania Chiappetta.


Nessuna sorpresa, solo un nuovo record da aggiungere alla storia del cinema o, più correttamente, alla storia degli Academy Awards. Il 12 marzo scorso, in una cerimonia degli Oscar calcolata e priva di sbavature, Everything Everywhere All at Once il film diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert (conosciuti come i The Daniels), ha fatto incetta di statuette. Un caso raro, soprattutto se si guarda al prestigio delle categorie in cui ha trionfato, avvicinandolo ad un trittico di titoli cult.


Il film, riuscendo a vincere nelle categorie considerate le Big Five (regia, sceneggiatura, miglior attrice e attore, film), segna un nuovo punto di svolta. Si parlava infatti di un trittico perché, fino a questa 95ª edizione, solo tre erano i titoli a cui spettava un simile traguardo: Accadde una notte (Frank Capra, 1934), Qualcuno volò sul nido del cuculo (Miloš Forman, 1975) e Il Silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991).

Seppur facile comprendere il successo di EEAAO (titolo abbreviato), che soprattutto in America ha ammaliato senza esitazioni, la formula della sua ascesa resta singolare, quasi un azzardo fortuito. Prodotto dalla indipendente A24, che ormai sembra non sbagliare un colpo, con un budget mediamente ridotto per un film di questa portata -nonché per gli standard dell’industria- viene distribuito in sordina. La sua anteprima segna il South by Southwest, un festival che in Italia, seppur molto importante, non viene affatto considerato tra i maggiori. I festival servono principalmente per produrre una comunicazione forte sul titolo scelto, nonché un programma di posizionamento per assicurargli una vita riproduttiva, accaparrandosi distributori esterni.


In Italia è l’I Wonder Pictures, società di distribuzione cinematografica, a comprenderne il potenziale e decidere di posizionarlo nelle sale a partire dal 6 ottobre del 2022: ad oggi è ritornato al cinema per la terza volta, vantando un successo di pubblico che nasce dal passaparola, dal prestigio dei premi vinti, ma è mantenuto dalle potenzialità figurative dell’universo diegetico. La sceneggiatura -anch’essa scritta dai Daniels- è pensata secondo una divisione in tre parti che, richiamando la suddivisione tradizionale del racconto cinematografico, compone un unico grande universo, umano e facilmente riconoscibile, che riprende l’omonimo titolo.


La prima parte del film, di nome Everything, ci presenta un interno domestico saturo, zeppo di oggetti che raccontano la vita della famiglia protagonista. Uno specchio circolare, la cui struttura figurativa ritornerà più volte nella simbologia filmica, restituisce prima il riflesso di una famiglia felice; poi, mentre i colori della fotografia diventano più spenti, il volto di una donna corrucciata, travolta da una marea di fogli di carta. È così che conosciamo Evelyn, una donna di mezza età Cinese, trasferitasi in America con suo marito Waymond ancora ragazzina, ricca di speranze e sogni di gloria.


La persistenza del sogno Americano, sembrano suggerirci i due registi, che appare nella sua ruvida crudeltà. Evelyn non è che una donna disillusa, stanca, fagocitata del ritmo incessante di una vita che non la soddisfa; bloccata nella lavanderia a gettoni che gestisce con suo marito, travolta dai debiti, dal suo matrimonio che va alla deriva, e dall’incapacità di accettare sua figlia Joy per quello che è realmente. Il tutto complicato dall’arrivo di suo padre, l’anziano Gong Gong, dall’imminente festa per celebrare il capodanno Cinese, e dall’esigente funzionaria dell’agenzia delle entrate, che minaccia di confiscare ogni loro bene.

È il tutto del titolo che stiamo vedendo, ogni singola particella che compone la sua realtà e la rende -banalmente- Evelyn. Permettendo alla frenesia di una vita come tante di travolgere l’audience, aiutata da una regia partecipe e presente, pedante anche, come può esserlo l’universo in cui abitiamo, che ci è toccato in sorte senza alcuna possibilità di fuga.


Eppure ecco che, come ci mostra il film nell’angusto spazio di un ascensore che sale fino al decimo piano, la fuga tanto agognata ha il sapore di un’avventura folle, orgiastica, che si consuma nel tessuto stesso delle immagini digitali. Quando Evelyn farà la conoscenza di Alpha Weimond -una versione meno imbranata di suo marito, che proviene da un universo alternativo chiamato Alphaverse- permettendo agli eventi portanti di prendere piede nella storia, quello che si dispiega nell’esperienza spettatoriale


Poco importa della presenza di Jobu Tupaki, la minaccia tutta glitter e colori sgargianti che, attraverso la capacità di saltare ripetutamente negli universi a suo piacimento, ha il potere di distruggere il multiverso grazie al grande bagel da lei creato. Un grosso buco nero, ovale, che riprende tutti gli oggetti circolari che delimitano la vita della donna: lo specchio in cui abbiamo visto per la prima volta il suo riflesso, o gli oblò delle lavatrici della sua lavanderia. Non c’è inizio, non c’è fine, solo una immensa centrifuga di rimpianti che la rendono adatta a sconfiggere il male. A salvare il destino del multiverso perché, con tutti i rimpianti della sua vita, ha il potenziale inespresso di poter cambiare le cose.


È in questo modo che le tre parti della storia conflagrano, unendosi a colpi di kung-fu, di arti marziali, di citazioni filmiche e, perché no, qualche situazione demenziale di troppo. Nel tutto, Everything, c’è anche l’Everywhere(la seconda parte della trama) che sperimentiamo, proprio come in un lavaggio ad alte temperature, attraverso l’unione di diverse parti, che hanno il sapore di infiniti scenari alternativi, mescolati tutti insieme, All at Once.

Tutto è accessibile, tutto è a portata di mano eppure, come i Daniels sembrano aver capito, perdere le coordinate è molto semplice, basta poco. Allora si rischia di essere risucchiati in un buco nero filmico che vorrebbe trattenere tutto, in un arco narrativo breve -una sola giornata- ma spalmato in 140 minuti diegetici che non hanno la forza che basta, una architettura narrativa ben scandita. Eppure, consci dei propri limiti fallimentari allo stesso modo di Evelyn, forse possiamo trovare l’alternativa.


La soluzione è creare un nuovo tipo di racconto cinematografico, dove il rigore delle azioni, precedentemente scandito da un forte nesso causa-effetto, perde di significato: lasciandosi guidare da un ritmo incontrollato, da un montaggio fallibile (nonostante l’oscar ricevuto) e una sceneggiatura che non sempre comunica quanto vorrebbe. Trasformando così l’esperienza stessa di un normale film d’intrattenimento, segnando un traguardo a cui occorre prestare attenzione. Solo così, guidati dal cinema, incapaci di vivere esperienze di tale portata, possiamo essere ogni cosa, ovunque, tutto nello stesso momento.




Image Copyright: A24/I Wonder

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