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In che lingua risponde l'Europa?

Writer: Koinè Journal
Koinè Journal
2 hours ago
8 min read

di Anna Gatti.


Immaginate di dover rispettare una legge scritta in ventiquattro lingue, tutte ugualmente autentiche. Immaginate di leggerla nella vostra, di comportarvi di conseguenza, e di scoprire davanti a un giudice che proprio la vostra versione è quella sbagliata. È successo a un allevatore olandese con una corda in mano, e racconta la democrazia europea meglio di tanti altri discorsi politici.


Alla famosa domanda attribuita a Henry Kissinger “chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?”, sarebbe utile affiancarne un’altra, meno elegante ma più concreta: in che lingua risponderebbe l’Europa? Sulla carta, in ventiquattro ma, nella pratica, in molte meno. E tra la carta e la pratica sta una questione che il dibattito sulla democrazia europea lascia spesso ai margini: si può costruire un popolo sovrano senza una lingua unica in cui parlarsi?


Può esistere una democrazia europea senza una lingua comune?

Alle elezioni europee, milioni di cittadini europei sono chiamati a scegliere i rappresentanti di uno stesso Parlamento. Eppure, prima di arrivare alle urne, si informano attraverso mezzi di comunicazione differenti, seguono dibattiti prevalentemente nazionali e discutono di politica in lingue diverse. Il voto li unisce, ma il confronto pubblico rimane in larga parte frammentato. Sorge allora una questione fondamentale: può esistere una democrazia senza una lingua condivisa? Il problema va ben oltre le difficoltà di traduzione e investe il rapporto stesso tra comunicazione, partecipazione politica e identità collettiva. Da decenni, filosofi e politologi si interrogano su questo nodo, cercando di capire se l’Europa possa costruire un autentico popolo politico senza possedere una lingua comune.


Nel novembre 1995 l’European Law Journal pubblicò un saggio di Dieter Grimm, giurista, allora giudice della Corte costituzionale tedesca. La sua tesi, che la letteratura ha battezzato “no-demos”, suona come un’ovvietà: una costituzione presuppone un popolo che la voglia, e un popolo europeo ancora non c’è. Per Grimm la democrazia non è un insieme di procedure, bensì l’emblema del confronto pubblico di idee, e il confronto vive di lingua: due delle più basilari condizioni della democrazia, ovvero l’informazione e la partecipazione, sono mediate dal linguaggio. Se ogni Paese discute nella propria lingua, ciascun popolo finisce per parlare soprattutto con se stesso. Grimm imputa proprio alla diversità delle lingue l’assenza di un sistema di comunicazione europeo.

L’obiezione ovvia è la Svizzera: un paese con quattro lingue nazionali e una democrazia in buona salute. Joseph Lacey, in un articolo per il British Journal of Political Science chiamato Must Europe Be Swiss?, sostiene che una democrazia non richieda necessariamente una lingua comune. È sufficiente che le diverse comunità linguistiche, pur discutendo le questioni politiche attraverso mezzi di comunicazione e dibattiti distinti, partecipino a uno stesso spazio di voto, contribuendo così a decisioni collettive valide per tutti. L’unità democratica, dunque, non dipenderebbe tanto dall’omogeneità linguistica, quanto dalla condivisione dei processi decisionali.


Lo studioso Jürgen Habermas è d’accordo con la diagnosi di Grimm ma ne trae una conclusione politica diversa. Per lui un demos non è un dato di natura: nasce dalla comunicazione pubblica, e le istituzioni di una democrazia sovranazionale hanno il potere di farlo nascere. Anche la lingua comune gli pareva superabile: auspicava l’inglese come una second first language, una seconda prima lingua, grazie a una scolarizzazione ormai diffusa.


Ventiquattro originali

L’Unione Europea ha risposto a Grimm e al problema della diversità linguistica nel modo più generoso possibile: invece di scegliere una lingua, le ha scelte tutte, riconoscendo pari dignità giuridica a tutte le sue ventiquattro lingue ufficiali. I Trattati sono redatti infatti in ventiquattro versioni linguistiche, tutte ugualmente autentiche. A chiarirlo è stata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che nella sentenza del caso CILFIT del 1982 ha stabilito che nessuna versione linguistica può essere considerata superiore alle altre e che, per interpretare correttamente una norma, occorre tenere conto delle diverse formulazioni. Se, per esempio, la versione italiana e quella francese di un regolamento presentano una differenza di significato, non è possibile risolvere il problema dichiarando una delle due più autorevole. Bisogna confrontarle e ricercare un’interpretazione coerente con il contesto e gli obiettivi della norma. Il traduttore, quindi, smette di essere un servitore del testo e diventa, quasi alla lettera, uno degli autori della norma.


Quando il Parlamento Europeo discusse sul costo economico del multilinguismo, il relatore e parlamentare Alexander Stubb rispose con le cifre e con un argomento di principio: traduzione e interpretazione valevano circa l’1% del bilancio dell’Unione, e in cambio i cittadini possono comunicare con le istituzioni nella propria lingua ed esercitarne il controllo democratico. L’Unione rappresenta l’unica entità al mondo con una politica ufficiale di multilinguismo, con 506 combinazioni linguistiche da coprire, destinate a diventare 552 con la ventiquattresima lingua.

Questi dati danno la misura dello sforzo dell’UE in questo senso. Poi la legge arriva al cittadino, e comincia la contraddizione.


Una corda è una catena?

Nel 2005 un allevatore olandese, Dirk Endendijk, fu processato nei Paesi Bassi per aver legato i suoi vitelli in violazione di una norma nazionale che discendeva da una direttiva europea sulla protezione dei vitelli. Nella versione olandese dell’allegato si parlava di catene, kettingen. Lui aveva usato una corda. Dunque, sosteneva, non aveva violato nulla.

Il giudice olandese chiese chiarimenti alla Corte di giustizia, e la risposta fece riflettere. Il testo, spiegò la Corte, non si può leggere nella sola versione olandese. In tedesco, inglese, francese e italiano la norma parlava di un dispositivo per legare l’animale in generale (usando i termini Anbindevorrichtung, tether, attache, attacco), senza dire di che materiale. Endendijk fu giudicato colpevole, anche se il tribunale di Zutphen, considerando che il suo caso aveva chiarito la portata della norma, non gli inflisse alcuna multa. Va detto che la Corte aveva anche un secondo argomento: l’eccezione prevista valeva solo per i vitelli allevati in gruppo, e i suoi stavano in box individuali. Ma è la corda a restare nella memoria, perché mostra il meccanismo intricato e per certi versi paradossale della norma europea. L’allevatore aveva letto la legge nella sua lingua, e la sua lingua era sbagliata. La versione olandese fu corretta soltanto nel 2015, sette anni dopo la sentenza.

La vicenda è raccontata dal giurista Stefaan van der Jeught, che a questo caso ha dedicato un articolo dal titolo: Is een touw een ketting?, “una corda è una catena?”.


Il diritto alla propria lingua, fino a un certo punto

Un altro caso è rappresentato dalla sentenza Skoma-Lux. Nel 2004 la dogana di Olomouc, nella Repubblica Ceca, multò un’azienda importatrice di vino per aver dichiarato in modo errato la classificazione doganale di un vino rosso, il Kagor, violando un regolamento della Commissione. L’azienda sostenne che quel regolamento non le era opponibile, perché al momento dei fatti non era stato pubblicato in ceco. La Corte di giustizia fu tombale: un regolamento non pubblicato nella lingua di un nuovo Stato membro non può essere imposto ai cittadini di quel Paese, anche se avrebbero potuto conoscerlo per altre vie.


A volte, invece, lo scontro è tra giudici. Heuschen & Schrouff, importatore olandese di alimenti, sbagliò la dichiarazione doganale per la carta di riso vietnamita perché seguì la versione olandese del regolamento, diversa (e sbagliata) rispetto a quelle in altre lingue. La corte d’appello di Amsterdam confrontò le versioni, notò che le stesse autorità olandesi avevano sbagliato a lungo applicando il testo incoerente, e annullò la richiesta di pagamento: non si poteva pretendere che un’azienda controllasse i regolamenti in una lingua diversa dalla propria. Ma la Corte di giustizia, interpellata dalla Corte suprema olandese, ricordò che altre versioni indicavano esplicitamente quelle merci. In un procedimento parallelo la Commissione aveva deciso che lo Stato olandese doveva recuperare la somma, e il ricorso dell’azienda fu respinto, con un richiamo all’esperienza professionale dell’importatore e al suo dovere di informarsi. Alla Corte suprema olandese non restò che annullare la decisione favorevole all’azienda e imporre la multa.

Si evidenzia quindi una grande contraddizione: lo Stato dà al cittadino la sua lingua, mentre l’Unione gli chiede di leggere anche le altre ventitré.


Le lingue ombra

Nel giugno 2016, pochi giorni dopo il referendum sulla Brexit, Danuta Hübner, presidente della commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, spiegò ai giornalisti che l’inglese era lingua ufficiale solo perché l’aveva notificato il Regno Unito: l’Irlanda aveva scelto l'irlandese, Malta il maltese. “If we don't have the UK, we don't have English”, disse: senza il Regno Unito, niente inglese.

Ma il sito ufficiale dell’Unione precisa che l’inglese resta lingua ufficiale nonostante l’uscita di Londra. Questo perché l’inglese è lingua ufficiale a livello nazionale in Irlanda e a Malta, ed è di uso comune come lingua franca nelle istituzioni. Per toglierlo servirebbe un voto unanime del Consiglio, e nessuno lo ha messo in agenda. Il regime linguistico dell’Unione, del resto, lo stabilisce il Consiglio all’unanimità, in base all'articolo 342 del Trattato sul funzionamento: la lingua della democrazia europea è nelle mani dei governi nazionali. Dunque l’inglese è rimasto perché nessuno ha deciso di toglierlo.


Nel 2016, il segretario generale del Parlamento Klaus Welle pregò gli eurodeputati di parlare ciascuno nella propria lingua invece che in inglese: quando si usa una lingua straniera, spiegò, la qualità dell’interpretazione peggiora. Un’istituzione che spende decine di milioni di euro in interpreti e traduttori perché ciascuno possa parlare nella propria lingua doveva convincere i suoi membri a servirsene.

Secondo il portale Strasbourg Europe, su ventiquattro lingue ufficiali ne basterebbero in realtà solo tre per far funzionare il meccanismo delle istituzioni: francese, inglese e tedesco. È questa, a mio avviso, la distanza più interessante di tutte: un diritto che si dichiara scritto in ventiquattro lingue si prepara e si discute in tre, e chi non le possiede dipende da chi le traduce.


La koinè che non è di nessuno

Il nome del giornale in cui scrivo indica proprio una lingua comune. La koinè, in greco hē koinḕ diálektos, “il dialetto comune”, nacque tra gli eserciti di Alessandro Magno e derivava soprattutto dall’attico, ma non era più la lingua di una sola città, perché serviva a capirsi: per commerciare, per combattere, per amministrare.

Forse l’Europa ha già la sua koinè, ovvero l’inglese. È però certamente una koinè curiosa: parlata come lingua straniera dal 47% degli europei, lingua ufficiale solo in Irlanda e a Malta. L’altra Europa, quella del diritto, ha deciso di non avere nessuna lingua comune e di affidarsi alla traduzione. Risuonano così più che veritiere le parole di Umberto Eco: “La lingua dell’Europa è la traduzione”.


La domanda, perciò, non è quale lingua scegliere, ma chi sostiene il costo della distanza tra le lingue: il cittadino, che deve imparare; le istituzioni, che devono tradurre; o gli Stati, che le lingue dovrebbero insegnare?


Grimm diceva che senza demos non c'è democrazia. Habermas rispondeva che il demos nasce comunicando. Ad oggi, i dati suggeriscono una realtà ineguale soprattutto a livello anagrafico: i giovani parlano sempre di più in inglese, le generazioni meno giovani fanno affidamento agli interpreti, mentre le istituzioni fanno da ponte. Forse la frase attribuita a Kissinger va riformulata: non “chi risponde se chiamo l’Europa?”, ma “se chiamo l’Europa, in che lingua mi risponde? E io posso rispondere a mia volta?”.


Fonti

  • Grimm, D. (1995), Does Europe Need a Constitution?, European Law Journal 1(3), pp. 282-302.

  • Habermas, J. (1995), Remarks on Dieter Grimm's "Does Europe Need a Constitution?", European Law Journal 1(3), pp. 303-307

  • Lacey, J. Must Europe Be Swiss? On the Idea of a Voting Space and the Possibility of a Multilingual Demos, British Journal of Political Science

  • Unione europea, Languages; Consiglio dell'Unione europea, EUobserver, English at risk as official EU language (2016)

  • Corte di giustizia, cause C-283/81 CILFIT (1982, ECLI:EU:C:1982:335), C-161/06 Skoma-Lux (2007, ECLI:EU:C:2007:773), C-187/07 Endendijk (2008, ECLI:EU:C:2008:197)

  • Corte di giustizia, cause 19/67 Van der Vecht (1967, ECLI:EU:C:1967:49) e C-375/07 Heuschen & Schrouff (2008, ECLI:EU:C:2008:645)

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