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  • Writer's pictureKoinè Journal

L'Hitchcock dimenticato


di Stefania Chiappetta.


Nel 1952, solo due anni prima del celeberrimo La finestra sul cortile (1954), il regista Alfred Hitchock si trova a Québec, una cittadina del Canada per i sopralluoghi del suo prossimo film. Ha da poco iniziato la collaborazione con la Warner Bros, che segna la sua carriera ad inizio anni 50’, permettendogli una maggiore consacrazione come regista di punta della Hollywood classica. Accarezza da tempo -sin dagli anni trenta per essere precisi- l’idea di adattare un dramma teatrale del 1902, in cui i temi celeberrimi del suo cinema, morte, omicidio, indagini, amori contrastati, si mescolano alla fede cattolica.


È in questa cornice che, ottenuto l’appoggio di una salda produzione, una sceneggiatura completa e dialoghi ben strutturati, il suo film mai realizzato può iniziare. Il ruolo dell’attore protagonista, un prete accusato ingiustamente di omicidio, venne affidato a Montgomery Clift che, in quegli anni, era uno dei massimi esponenti del divismo Hollywoodiano. Il suo metodo attoriale, basato sull’innovativo Actors Studios, prevedeva un deciso approfondimento psicologico sul personaggio interpretato, causando uno dei primi problemi alle riprese del film.


Sul set Clift, che per prepararsi al meglio al ruolo aveva persino imparato a recitare la messa in latino, era molto aperto all’improvvisazione. Tutto ciò non faceva che scontarsi con l’approccio di tipo Hitchcockiano, ben strutturato, legato a storyboard dettagliati che aumentavano il grado di simbologia della trama. Inoltre, come lo stesso regista fece notare nella celeberrima intervista di François Truffaut (contenuta nel libro Il cinema secondo Hitchcock), il tono del film era drammatico, cupo, privo del sottile umorismo che lo imponeva agli occhi della critica. Inoltre c’era una piccola incomprensione di fondo, che interessava principalmente la dimensione spettatoriale: il pubblico di quegli anni, era rimasto profondamente estraneo alla partecipazione emotiva che un personaggio protagonista di quel calibro doveva suscitare.


Nel 1953, quando il film uscì nelle sale, non solo venne accolto tiepidamente dalla critica, ma ottenne un rigetto anche da parte dell’audience, destando sorpresa nella Warner Bros che aveva ciecamente creduto nel successo della storia. Si parlò di eccentricità, di incapacità di partecipazione e, lo stesso registra, arrivò a dire a Truffaut che non bisognava girarlo affatto. La storia di un amore che diventa una chimera, inseguito da un solo uomo che non ha la capacità di salvarlo. Tuttavia, come spesso accade nella storia del cinema, il film venne pian piano rivalutato fino a divenire uno dei titoli meno conosciuti nella filmografia di Alfred Hitchcock.


Io confesso (questo il titolo del film) si apre in un appartamento, mentre la macchina da presa restituisce il cadavere di un uomo riverso sul pavimento. Nell’inquadratura successiva -esterna- un altro uomo cammina furtivo nella notte, lasciando cadere la tunica da prete che ricopriva la sua figura. L’oscurità della fotografia è accentuata dall’utilizzo del bianco e nero, in formato 1.37:1 l’allora standard del 35mm, permettendo una maggiore partecipazione con l’azione diegetica, punzecchiando la nostra stessa immedesimazione.


È il tema della colpa quello che Hitchcock ci mostra, falsando i piani del reale e del fittizio, ritagliandosi un cameo nella stessa cornice urbana al centro della storia. Infatti il film non ci nasconde nulla, ci mostra sin dai primi minuti quello che sarà il motore dell’azione, partecipi di un segreto che non è possibile svelare. L’assassino è Otto Keller, un immigrato Tedesco che, insieme a sua moglie Alma, vive negli spazi della chiesa di Saint Marie accolto da padre Logan, il nostro protagonista. Impossibilitato ad imporsi come uomo e, ci suggerisce il film, come cittadino, tenta di arrotondare il suo guadagno da giardiniere rubando in casa del ricco avvocato Villette; ma, scoperto sul fatto, non ha altra scelta se non quella di ucciderlo e rintanarsi nelle sicure mura della chiesa.


Il tema della fede entra con prepotenza nell’assassinio dell’avvocato Villette che, come scopriremo più tardi, era un ricattatore viscido e senza scrupolo alcuno, ma non per questo meritevole di morte. Essa posiziona il nostro sguardo sugli eventi e, con mano decisa, punta il dito contro Keller che decide di espiare la propria colpa nel piccolo spazio del confessionale. A questo punto, stretti nella morsa di primi piani alternati sui due uomini -padre Logan e Otto Keller- non possiamo fare a meno che sentirci responsabili. Responsabili per la fredda decisione del devoto Otto, che non vuole più vedere le mani di sua moglie Alma distruggersi di lavoro ma, soprattutto, doppiamente responsabili per la sorte di padre Logan.


Nella formula della confessione, nel film colta in un doppio significato come suggerisce il titolo stesso, non c’è tuttavia alcun margine per la punizione. Padre Logan semplicemente non può collaborare con la polizia, perché impossibilitato a spezzare il segreto che ha appreso, per via del suo ruolo. Anche quando la tunica indossata da Otto sarà uno degli indizi principali per incastrarlo, il suo volto continuerà a restare dimesso, rassegnato, le sue labbra serrate con decisione.


Da qui giunge la spontanea incomprensione che il film raccoglie alla sua uscita, segnando bruscamente la sua sorte. Partecipi di un dramma giudiziario di questa portata, con molta semplicità, non possiamo comprendere appieno il motivo del suo silenzio. La strada più semplice è quella di allontanarci dagli eventi, non lasciarci toccare dal nervosismo con cui Hitchock ci mette alla prova: scappare dunque. E scappare è proprio quello che il nostro protagonista non riesce a fare, o meglio, non può fare.


Certo, sparisce poco prima del suo arresto, braccato dagli agenti che non riescono a trovarlo, girovagando per le strade della cittadina come un pellegrino confuso. La sua immagine, in fondo, si è compromessa a causa della donna che ama, Ruth, già sposata con un altro uomo che non riesce a fornirgli l’alibi di cui ha bisogno. Tuttavia, per la prima volta da quando il film ha avuto inizio, Hitchock gli offre una scappatoia utilizzando l’iconografia di Québec, lasciando che lo sguardo del prete si soffermi su una vetrina che espone un abito sartoriale.

Non abbiamo bisogno di un monologo altisonante, o una voce fuori campo, per comprendere ciò che un personaggio fittizio sta pensando, assaporando la libertà per qualche secondo di troppo. Ed è con una singola inquadratura che, consapevoli della nostra vicinanza filmica con padre Logan, possiamo tentare di prendere le distanze dalle vecchie critiche della Hollywood classica. Accettando di partecipare attivamente al dramma, guidati dalla maestria registica e dalla recitazione impeccabile di Clift, non è davvero così semplice parlare di un film eccentrico, lento, o incomprensibile. Non se i piani della messa in scena filmica e del nostro reale sono stati forzati, mescolati insieme, fondendo il nostro punto di vista con quello di Michael Logan.


Siamo stati compromessi quando, accettando la suspense di tipo Hitchcockiana, abbiamo osservato la silhouette del regista sulla scalinata della cittadina, subito dopo i titoli di testa, ridendo per la sorpresa magari. O, ancora, sbirciato tra le assi di un confessionale in legno, consci dell’ingombrante cadavere precedentemente visto. L’impotenza di Logan è la nostra stessa impotenza, come se fossimo personaggi fittizi dello stesso, beffardo, dramma giudiziario, senza alcuna via d’uscita. Questo spaventa, ora possiamo affermarlo.

Allora, tornando allo sguardo di un prete su di un abito sartoriale, ciò che possiamo davvero aggiungere è il finale che sfugge, in bilico sulle possibilità di un cambiamento che, da un lato, prevede il distacco del nostro sguardo, l’opportunità di scelta, di sottrazione. Per sentirci al sicuro.


Dall’altro la consapevolezza di aver visto, sentito e accettato troppo: che l’ora per la sottrazione dello sguardo è ormai lontana e, proprio come Logan, non ci resta che aspettare il processo. Solo lì saremo giudicati, aspettando di conoscere la fine della storia e, a quel punto, tornare alla nostra realtà. Qualunque sia la nostra posizione in merito, Io confesso ci mostra che Alfred Hitchock ci ha fregati, ancora una volta. E questo, sopravvivendo alla prova del tempo, gli è sempre piaciuto tanto!





Image Copyright: Tèlè Loisirs

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