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L'Italia vende ancora armi a Israele?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • Oct 8
  • 4 min read
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di Luca Simone.


La società civile italiana è in fermento. Lo scorso weekend abbiamo assistito ad enormi mobilitazioni di massa come non se ne vedevano da almeno vent’anni. Solo a Roma è sceso in piazza più di un milione di persone. A nulla è servita la macchina del fango che si è affrettata a definirle “piazze di Hamas” e “covi di violenti” (inutile soffermarsi sulla pochezza di queste tesi), la marea umana che si è riversata nelle piazze di tutta Italia è stata semplicemente troppo grossa per essere ignorata. L’Italia s’è desta davanti a 70mila civili morti, 20mila dei quali bambini, e ha fatto capire chiaramente di non voler avere nulla a che fare con quello che per le Nazioni Unite (non per il collettivo del quartiere) è un genocidio compiuto da Israele. Ovviamente il primo obiettivo (al di là di Netanyahu) contro cui si sono scagliate le piazze è stato il governo di Giorgia Meloni, fin troppo ambiguo riguardo i suoi rapporti con lo Stato ebraico. Basti pensare che, fino ad una manciata di settimane fa, non solo non veniva ammessa la parola genocidio (ora invece sentiamo persino Tajani utilizzarla), ma era impensabile alzare una voce di critica verso un criminale internazionale della risma di Benjamin Netanyahu. Dopo tutte queste fughe in avanti per affrettarsi a prendere le distanze, però, in che stato sono i rapporti tra Italia e Israele?


Appena pochi giorni fa è stata resa nota la notizia secondo cui il governo italiano è stato ufficialmente denunciato presso l’Alta Corte Penale Internazionale per “aver reso presumibilmente possibile la commissione dei crimini di guerra e contro l’umanità da parte di Israele nella striscia di Gaza”. Assieme alla premier Giorgia Meloni sono stati denunciati anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e l’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo Spa Roberto Cingolani.


Ad aver lanciato la pesante operazione legale è il Gruppo Avvocati per la Palestina (GAP), che oltre a ciò contesta al governo Meloni la mancata tutela della Global Sumud Flottilla e dei cittadini italiani che su di essa viaggiavano, compresi quattro tra parlamentari ed europarlamentari. Dopo il sequestro delle barche e l’arresto dei naviganti, stando alle primissime testimonianze (ancora da dimostrare ma tutte drammaticamente concordi), le autorità israeliane si sarebbero macchiate di torture e vessazioni vietate dalla convenzione sul trattamento dei detenuti.


La denuncia del gruppo mira ad integrare un’indagine già in corso da parte della CPI sui presunti crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele a Gaza, e che aveva portato all’emissione di una serie di mandati di arresto internazionali a carico del premier israeliano Netanyahu e del ministro della Difesa Gallant.


All’Italia, in particolare, viene imputata l’esportazione di materiale e ricambi per veicoli d’addestramento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023. Nonostante alcune dichiarazioni infondate da parte di Meloni, Tajani e Crosetto, le esportazioni sono continuate, e il governo avrebbe potuto (e dovuto sospenderle). L’ultima delle quali il 28 maggio scorso, proprio da parte del ministro degli Esteri Tajani, che elogiava “l’approccio particolarmente restrittivo dell’esecutivo che aveva sospeso le esportazioni di materiale bellico a partire dal 7 ottobre 2023”. Si tratta di una dichiarazione vera in parte, infatti il governo realmente non ha più rilasciato nuove licenze di esportazione, ma ha mancato di sopprimere le precedenti (pur essendo nei suoi poteri).


Stando a quanto emerge nei dati ISTAT, l’Italia ha esportato negli ultimi due anni 8,2 milioni di euro di armi (cat. 93), ma a preoccupare è che di questi solo il 22% (1,8 milioni circa) sono esplicitati, ovvero si sa che tipo di armi siano. L’ISTAT ha fatto sapere che la segretezza del dato è garantita dal fatto che uno dei due contraenti dell’accordo può secretare a piacimento il rapporto, ma ha confermato che la cifra totale sia riferita all’esportazione di armi.


Negli scorsi mesi il governo è stato poi accusato anche di consentire esportazioni verso Israele non di armi in senso stretto, ma di sostanze e materiali che possono avere un utilizzo bellico. Un’inchiesta indipendente pubblicata a luglio scorso da Altraeconomia ha documentato che, dall’inizio del conflitto a Gaza fino a marzo 2025, l’Italia avrebbe esportato in Israele migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, sostanza che deve rispettare regole stringenti proprio perché utilizzabile anche per la produzione di esplosivi ad alto potenziale. Lo stesso discorso riguarda altre esportazioni, come quelle di trizio o micce, materiali ugualmente fondamentali allo sforzo bellico israeliano.


Dulcis infundo, al di là dei riposizionamenti formali, pochi giorni fa è stata presentata una proposta di legge a firma dell’on. Gasparri (DDL 1627), che sotto la dicitura “contrasto all’antisemitismo e all’antisionismo”, mira a punire le voci di dissenso verso la politica israeliana e la sua dottrina sionista. Una dottrina, quest’ultima, dichiarata peraltro illegale da svariati pronunciamenti delle Corti Internazionali, in quanto gli insediamenti colonici in terra palestinese non sono ammissibili (oltre che accettabili).


Da capire quali saranno i prossimi passaggi formali, ma resta il fatto che per quanto le piazze italiane abbiano spaventato la cricca Meloni, la via tracciata dal suo esecutivo verso Israele è chiara, così come è chiaro il tentativo di radicalizzare lo scontro interno, estremizzando ancor più tutte quelle frange minoritarie e violente che da tempo macchiano una bellissima e pacifica ondata di mobilitazione.





Image Copyright: LaPresse / Roberto Monaldo 

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