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L'Italia รจ ancora piena di monumenti fascisti

  • Writer: Koinรจ Journal
    Koinรจ Journal
  • Nov 3, 2024
  • 8 min read

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di Sofia Lazzarini.


Quante volte ci รจ capitato di camminare tra piazze dallโ€™architettura monumentale e razionalista risalenti al Ventennio, quante di sentire nomi di cittร  nuove come Vittoria o Littoria (ora Latina), di entrare in poste, scuole, caserme o altri edifici un tempo Case del Fascio, di scorgere i segni di fasci littori mal rimossi o direttamente lasciati sulle pareti di stazioni o universitร ? Centodue anni dalla Marcia su Roma lo scorso 28 ottobre, quasi ottantโ€™anni dalla fine del fascismo storico ed i suoi segni materiali rimangono ancora evidenti e tangibili in molte cittร  sotto forme differenti.

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Sembra quasi che la cosiddetta โ€œteoria delle rovineโ€ dellโ€™architetto nazista Albert Speer si sia realizzata: i monumenti totalitari, secondo questa filosofia, dovevano essere โ€œRede als ewiger Zuegeโ€, ovvero โ€œparlareโ€ come rovine agli uomini e alle donne del futuro (Sharon Macdonald, 2006: 124). Il fascismo, al pari degli altri regimi, cercoฬ€ infatti di tramandare ai posteri i propri valori culturali e identitari anche e soprattutto tramite unโ€™architettura fatta per durare nei secoli. La nuova arte, come quella nazista doveva avere caratteristiche monumentali, scenografiche, durature, moderne e commemorativo-celebrative sia della rivoluzione fascista che del passato nazionale. Il dittatore e lโ€™architetto lavoravano fianco a fianco nel comune intento di dare alla nazione unโ€™architettura contemporanea e di massa, ma che al contempo riprendesse i modelli classici in senso nazionalista e totalitario (George Mosse, 2009: 30).

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Cosa ne fu dunque di questi lasciti materiali espressione diretta del Ventennio e della sua ideologia? Al termine del Secondo conflitto mondiale si assistette ad una de-mussolinizzazione piรนฬ€ che ad unโ€™effettiva de- fascistizzazione. Come per altri paesi europei, si pensi alla Germania dopo il nazismo o alla Spagna terminato il periodo franchista, anche in Italia la rimozione dei simboli eฬ€ stata spesso selettiva e non accompagnata da una riflessione critica collettiva; i diversi edifici rimasti incompiuti, inoltre, dopo la Liberazione vennero talvolta terminati nel rispetto dei progetti originali.ย Riprendendo le parole della storica Sharon Macdonald: โ€œIn general, however, removing swastikas was deemed a sufficient removal of Nazi agencyโ€ (Sharon Macdonald, 2006: 114) dal momento che, tolti iย simboli, i monumenti colossali rimangono insieme al proprio bagaglio di difficult heritage.ย I segni del fascismo nellโ€™arte, nellโ€™odonomastica e negli edifici sono dunque tuttโ€™oggi rimasti fortemente evidenti, in alcune cittaฬ€ piรน che in altre, e la loro conservazione o rimozione, sempre frutto di operazioni selettive e negoziati, eฬ€ per anni dipesa da molteplici fattori come le culture politiche locali, le forme della transizione o le pratiche memoriali (Stoltzfus e Bosworth, 2012: 566). ย 

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Viene dunque spontaneo chiedersi: come abbiamo o meno gestito nella pratica i tangibili lasciti del fascismo nonchรฉ lโ€™ingombrante e problematica ereditร  connessa ad essi? La risposta รจ: generalmente, se non in pochi casi, superficialmente e in controtendenza rispetto ad altri paesi europei. Le memorie fasciste, al pari di quelle legate alla Grande guerra o alle imprese coloniali italiane, vengono ancora oggi percepite in modi differenti e gestite con contrasti e difficoltร . Nonostante la tendenza a normalizzare i lasciti materiali-monumentali ed ideologici legati al fascismo, dal 1945 non sono mancati dibattiti, polemiche e conflitti intorno alla gestione a livello locale e nazionale dei lasciti del nostro passato totalitario. Come per la Germania, infatti, molti luoghi sono stati conservati (lโ€™EUR, il Foro Italico, un tempo Foro Mussolini, la Sapienza ecc) e risignificati (ne sono da esempio le molte Case del Fascio sedi oggi di uffici, comuni, poste, scuole ecc.), amputati o demoliti.


Le amministrazioni locali scelsero spesso di riutilizzare a-criticamente gli edifici connessi alla dittatura mettendo in atto un vero e proprio โ€œtrasformismo mimeticoโ€, utile ad eliminare le tracce del recente passato per non ostacolare il cammino verso il futuro democratico, piรน che ri-significarli e riflettere sulla loro difficile memoria. Queste rapide de-localizzazioni o demolizioni, impedirono alle commemorazioni di avere un โ€œaggancio fisicoโ€, facendo sรฌ che il fascismo e i suoi crimini sembrassero scomparire, almeno temporaneamente, dalla nostra reminiscenza. Le memorie critiche, mai univoche, definitive o condivise unidirezionalmente, sono indissolubilmente connesse ad aspetti non solo ideologici ed emotivi ma anche e soprattutto fisico-materiali; la rimozione dei segni a livello visivo puรฒ infatti comportare, almeno temporaneamente, una sollevante amnesia-amnistia collettiva (Remo Bodei, 1992: 180).

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A differenza del nostro paese, in Germania molti luoghi della persecuzione nazista sono divenuti dagli anni Novanta siti di memoria attiva ed apprendimento (si pensi al centro di documentazione sul nazismo a Norimbergaย o a quelli siti negli ex campi di Dachau o Mauthausen), mentre in Spagna la Ley de memoria histรณrica (2007) introdotta durante il governo Zapatero e la Ley deย memoria democratica proposta da Sanchez (2022) hanno contribuito al riconoscimento dei crimini franchisti e ad una gestione piรน consapevole e critica dei lasciti dei luoghi della dittatura franchista come la Valle de los caรญdos, liberata, tra lโ€™altro, dalla presenza della tomba di Francisco Franco e di Primo de Rivera tra 2019 e 2023 (Andrea Hepworth, 2014: 463). Non possiamo purtroppo dire lo stesso per lโ€™Italia dove ancora troppo scarsa eฬ€ la sensibilizzazione e la responsabilizzazione storico-critica a livello collettivo riguardo ai lasciti simbolici e materiali del fascismo. Nonostante i musei del Novecento, come quello a Mestre o a Milano, nel nostro paese solo a livello dibattimentale si รจ discusso riguardo alla creazione di un possibile museo nazionale sul fascismo, a Predappioย o in altri luoghi, e molti siti della dittatura rimangono ancora sguarniti di unโ€™elaborazione memoriale critica che non sia unicamente nostalgico-celebrativa e fanatica (Giulia Albanese e Lucia Ceci, 2022: 39).ย 

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Lโ€™assenza in Italia di un museo nazionale capace di narrare le molteplici e durature prospettive del nostro passato totalitario rende ancor piรนฬ€ urgente una sua metabolizzazione. Lโ€™articolo della storica statunitense Ruth Ben- Ghiat pubblicato nel 2017 sul New Yorker, dal titolo: โ€œWhy are so many fascist monuments still standing in Italy?โ€, ha svolto un ruolo chiave nel portare il dibattito sui luoghi del fascismo fuori dall'ambito esclusivamente accademico, ampliandolo a una dimensione pubblica e quotidiana (Ruth Ben-Ghiat, 2017: 1). Tuttavia, molti hanno frainteso le posizioni della studiosa come un attacco alla materialitร ฬ€ dei monumenti, e dunque come un invito alla loro demolizione, quando in realtร ฬ€ Ben-Ghiat tendava di stimolarne una riflessione. Dโ€™altra parte, la rimozione o lโ€™occultamento dei simboli fascisti non ha mai rappresentato una soluzione efficace nonostante essi siano, oggi come allโ€™ora, la palese incarnazione materiale dellโ€™essenza ideologica del regime stesso.


Eฬ€ indispensabile dunque intraprendere un processo collettivo di depotenziamento e storicizzazione dei lasciti fisici del fascismo nelle nostre cittaฬ€, per consolidare e proseguire quel dibattito complesso e approfondito finora quasi unicamente dal mondo accademico, in particolare dai cosiddetti heritageย e material studies. Questi, infatti, hanno permesso a molte storiche e storici di approfondire i legami tra materialitร  e ideologia ed i nessi tra costruttiย sociopolitici, storie e politiche locali e nazionali nellโ€™analisi dei lasciti monumentali totalitari. Nella storiografia si parla dunque di difficult heritage; ovvero:ย โ€œA past that is recognized as meaningful in the present but that is also contested and awkward for public reconciliation with a positive, self-affirming contemporary identity. โ€˜Difficult heritageโ€™ may also be troublesome because it threatens to break through into the present in disruptive ways, opening up social divisions, perhaps by playing into imagined, even nightmarish, futuresโ€ (Sharon Macdonald, 2009: introduzione).ย Tuttavia,ย se รจย cruciale attribuire unโ€™agencyย ai monumenti e ai luoghi della memoria, lo รจ anche non deresponsabilizzare lโ€™azione umana dipesa talvolta da unโ€™esclusiva attenzione sullโ€™inanimato. Eccoย il motivo per il quale รจ necessaria non solo una discussione sulla materialitร  ma anche e soprattuttoย sulla sua gestione nel tempo.

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Il Codice dei beni culturali e del paesaggio introdotto nel 2004, in sostituzione alla Legge Bottai del 1939, ha imposto la conservazione e il restauro di molti monumenti del regime senza tuttavia proporne una vera e propria contestualizzazione critica. Non essendo la memoria qualcosa di neutro ma di partigiano, considerare i monumenti e lโ€™arte fascista solo da un punto di vista artistico, svincolandoli dal proprio passato storico, puรฒฬ€ risultare pericoloso. Purtroppo, la cecitร ฬ€ e la conservazione passiva sono stati spesso adottati come una comoda via per evitare elaborazioni e riflessioni, contribuendo a rendere questa ereditaฬ€ difficile qualcosa di ancor piรนฬ€ impenetrabile. Si eฬ€ passati dunque dalla damnatio memorie post-bellica, allo status di beni culturali contemporaneo (Giulia Albanese e Lucia Ceci, 2022: 131). Dagli anni Novanta, inoltre, si eฬ€ assistito anche ad un indebolimento della consapevolezza di quel portato memoriale antifascista, risvegliatosi attualmente grazie allโ€™emersione di sensibilitร ฬ€ e memorie โ€œnuoveโ€. Valorizzando pezzi di un passato ancora poco riconosciuto e/o accettato, poichรฉฬ connesso alle violenze fasciste nei confronti di minoranze o alle imprese coloniali, sono infatti stati avviati numerosi progetti come pietre dโ€™inciampo, mappature, risignificazione di monumenti del Ventennio o organizzazione dal basso di gruppi ed associazioni (Giulia Albanese, 2022: 48).

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Se in Germania, tuttavia, sono diversi i memoriali, i musei e i centri di documentazione sul nazismo anche in prossimitร  degli stessi luoghi simbolo della dittatura, in Italia, spesso, i visitatori rimangono privi di un contesto storico attraverso cui poter comprendere la genesi del regime e la costruzione della sua ideologia impressa nellโ€™evidente materialitร  dei monumenti architettonici. Il nostro paese, inoltre, in controtendenza rispetto al resto dโ€™Europa, in cui i monumenti contestati vengono musealizzati, non solo apre al pubblico i luoghi simbolo della dittatura senza favorirne una contestualizzazione e comprensione storica, ma persiste nel restaurare e nel mostrare apertamente i simboli un tempo camuffati. Si pensi al caso dellโ€™affresco โ€œlโ€™Apoteosi del fascismoโ€ di Montanariniย nel salone del Coni, censurato, poi restaurato e risemantizzato nel 2015, il quale ancora oggi sconvolge le delegazioni internazionali restie a farsi immortalare dai giornalisti sotto una tale opera.


Partendo dalle criticitร  e dai punti di forza emersi nel caso di Norimberga, lโ€™Italia potrebbe e dovrebbe adottare un approccio piรน responsabilizzante nella tutela del proprio critical heritage. Abbandonare le tradizionali metodologie narrative potrebbe, da una parte, essere una soluzione per trattare la materialitร  fascista con una sensibilitร  pratica e teorica differente. Come per i documenti storici gli approcci interpretativi e narrativi si sono, almeno dalle Annales,ย modificati e integrati ad altri aspetti come lโ€™interdisciplinarietร  o la presenza di โ€œnuoveโ€ soggettivitร  e agenti storici, anche per i luoghi della memoria fascista, dallโ€™odonomastica alle costruzioni monumentali, si potrebbero introdurre nuovi approcci e progetti museali (essendo provvisti di museo nazionale sul fascismo). La mappatura dei luoghi della memoriaย dellโ€™Italia fascista attuata dallโ€™Istituto Nazionale โ€œFerruccio Parriโ€, ad esempio, dimostra la possibilitร  di andare oltre la censura, la banalizzazione o la conservazione passiva attraverso una cosciente presa di distanza e un approccio storico-critico. Se camuffare la dimensione e lโ€™ereditร  ideologica fascista puรฒ apparire come unโ€™operazione piรน fattibile, non lo รจ per la materialitร  dei monumenti, la quale continuerร  a influenzare la societร  contemporanea sin quando non verrร  affrontata davvero collettivamente.

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Fotogallery

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Mappa dellโ€™Impero coloniale italiano sulla facciata del Comune di Padova


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Monumento alla Vittoria di Bolzano costruito da Piacentini tra il 1926 e il 1928


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Piazza Vittoria a Brescia costruita da Piacentini tra il 1927 e il 1932


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Lโ€™Apoteosi del fascismo di Montanarini nel salone del Coni a Roma


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Centro di documentazione sul nazismo a Norimberga


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Mostra nel Centro di documentazione a Norimberga


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Il Cortile Nuovo di Palazzo Bo a Padova costruito da Gio Ponti dal 1932





Bibliografia e sitografiaย 

-Albanese G. e Ceci L. (2022), I luoghi del fascismo. Memoria, politica, rimozione, Roma, Viella

-ย Ben-Ghiat R. (2017), Why are fascist monuments still standing in Italy?,ย The New Yorker

-Bodei R. (1992), Addio del passato: memoria storica, oblio e identitร  collettiva, Bologna, Il Mulino

-Bosworth R.J.Bย  e Stoltzfus N (2009), Memory and representations of fascism in Germany and Italy, in in The Oxford Handbook of Fascism, Oxford University Press

-Hepworth A. (2014), Site of memory and dismemory, the valley of the fallen in Spain, journal of Genocide Research

-Macdonald S. (2009), Difficult heritage: negotiating the nazi past in Nuremberg and beyond,

London, Routledge

-Macdonald S. (2006), Words in stone? Agency and identity in a Nazi landscape, Journal of Material Culture, Vol. 11, London, Sage Publications

-Mosse G. (2009), La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), Bologna, Il Mulino


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