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Pirandello: l'architetto della crisi esistenziale

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 20 hours ago
  • 6 min read

di Anja Riccardi.


Sono passati cento anni da quando Luigi Pirandello con il suo ultimo romanzo — Uno, nessuno, centomila — sconvolgeva un’intera generazione mettendo in mostra il disgregamento della psiche davanti a una domanda che è forse quella più intimamente umana: chi sono io?

L’autore siciliano, tra i più importanti del Novecento, ci mostra un universo di maschere, di uomini alienati a cui ha assegnato il difficile compito di interfacciarsi con l’esterno e, soprattutto, con l’estraneo, assottigliando sempre di più il loro labile confine. Questa alienazione non è però un processo subìto passivamente, ma il risultato di uno sforzo costante, una fatica quotidiana che l’individuo compie per proiettare un’immagine comprensibile al mondo, sacrificando sull’altare della vita sociale la propria integrità.

 

Cosa succederebbe se un giorno vostra moglie vi facesse notare un difetto fisico di cui eravate ignari? La domanda sembra banale, quasi priva di significato. A tutti deve essere successo qualcosa di simile almeno una volta nella vita senza che questo però avesse chissà quali conseguenze. Per Vitangelo Moscarda, di animo già incline a pensieri ossessivi e inusuali, la questione scoperchia un autentico Vaso di Pandora: il suo naso, qualcosa che gli appartiene così intimamente, pende leggermente verso destra e lui non ne aveva idea, non lo conosceva davvero. Si rende conto così che la percezione che ha di sé stesso non coincide con quella che gli altri hanno di lui. E allora la domanda cruciale: quale versione di me è quella vera? 

Il dramma di Moscarda non risiede solo nella scoperta della diversità delle vedute altrui, ma nel terrore che il proprio ‘io’ sia un oggetto di proprietà degli altri, una materia plastica modellata dai pregiudizi, dai desideri e dalle aspettative di chi lo circonda. Il naso che pende diventa il simbolo di una realtà che ci sfugge proprio mentre crediamo di possederla.

 

Il cantiere dell’Altro


Costruire. Questo verbo è chiave all’interno del romanzo di Pirandello: l’essere umano non si limita a costruire case ed edifici, costruisce sé stesso, implacabilmente. L’identità diventa allora un qualcosa di ineffabile e costantemente in divenire, che cambia di continuo prendendo forma mattone per mattone all’interno della propria coscienza. Per Moscarda questa scoperta, che per qualcuno può forse sembrare scontata, ha dell’incredibile. Il nostro protagonista, infatti, una coscienza vera e propria di sé non la aveva mai avuta. Non aveva mai riflettuto sul suo naso, sulle sue orecchie o sul colore dei suoi occhi, né sulla sua voce e tantomeno sui suoi gusti, su quelle cose che ci paiono così proprie di ognuno di noi: si era sempre considerato uno qualunque, una persona fra tante che si limitava ad essere nella vita.

Con il tempo scopre però che questa mancanza di auto-riflessione era, in realtà, la sua unica forma di libertà. Nel momento in cui inizia a ‘vedersi vivere, Moscarda cessa di vivere liberamente e inizia a fabbricarsi, accorgendosi con orrore che la sua intera esistenza è un cantiere gestito da geometri esterni: la famiglia, la società, la tradizione.

 

Il confronto con l’altro, infatti, ha cambiato ogni cosa: la società non tollera l’indefinito, ha bisogno di individui che siano ‘forme’ riconoscibili e prevedibili. La vita del protagonista risulta essere un’opera collettiva a cui lui non aveva dato il consenso. Si rende conto di non essere solo un uomo qualunque, ma che ognuno associa alle sue azioni la sua voce, il suo nome, il suo naso pendente verso destra. Si rende conto che sua moglie, Dida, agisce non verso di lui, ma verso un’immagine che lei stessa ha edificato: il povero “Gengè”. Capisce che persino quello che dice e fa viene interpretato diversamente a seconda delle inclinazioni di chi lo osserva. Se sua moglie lo percepisce come un uomo ‘carino’, i suoi concittadini come un usuraio, i suoi colleghi come un buono a nulla da aggirare, chi è veramente lui tra tutte queste versioni di sé? La risposta brutale: tutti quanti. Ma questa molteplicità non è ricchezza, è frammentazione forzata.

E allora chi è quando non è sotto un riflettore esterno? La risposta ancora più brutale: nessuno, poiché la sua identità era stata interamente delegata alla funzione sociale.

 

Il sabotaggio della forma: la follia come decostruzione


A un certo punto della narrazione il nostro protagonista si rende conto di aver imboccato la ‘strada maestra’ della follia. Tuttavia, la sua non è una follia clinica, ma una scelta strategica di decostruzione. Moscarda si fissa ossessivamente sul pensiero di essere il prodotto dell’idea che gli altri si erano fatti di lui, di essere contemporaneamente una quantità infinita di uomini diversi e che nessuno di questi uomini corrisponda a pieno con l’idea che lui ha di sé stesso. Il risultato di ciò sono una serie di comportamenti assurdi e apparentemente privi di significato: si tratta del tentativo disperato di sfrattare dalla sua mente tutte quelle altre versioni di sé. Per strada o in qualsiasi momento di interazione sociale, il suo primo impulso è quello di fare qualcosa di straordinariamente inusuale e inatteso. Vuole rompere la coerenza del personaggio-Moscarda. Se è considerato usuraio e avaro, regalerà una sua proprietà; se è considerato un uomo prevedibile, compierà gesti folli. Tenta di distruggere l’opera architettonica che gli altri hanno costruito su di lui attraverso atti completamente deliberati.

 

Ma ecco che inciampa nel paradosso cruciale: nel tentativo di liberarsi dei pregiudizi delle altre persone se n’è costruito uno tutto nuovo, quello di pazzo. Per cercare di mostrarsi com’è realmente inizia a comportarsi indipendentemente dal contesto, cercando di fare sempre quello che farebbe se non ci fosse nessuno a guardarlo, e quindi come se non avesse mai pretese e aspettative da soddisfare. Ciò comporta una completa disattesa delle regole sociali, che non solo gli fanno guadagnare l’etichetta del folle, ma lo portano anche a discostarsi sempre di più da quello che era l’obiettivo primario: costruirsi. A questo punto Moscarda diventa veramente un ‘nessuno’, in quanto la sua identità si forma per negazione. Si limita a non essere quello che gli altri si aspettano che lui sia.

 

Il peso dell’identità nella modernità: la performance del sé


La tragedia di Moscarda si è complicata ulteriormente nella quotidianità della società moderna ed individualista.

Se nel 1926 Pirandello intravedeva le crepe nella maschera, oggi noi siamo chiamati a riparare quelle crepe con una manutenzione costante della nostra immagine pubblica. L’identità personale è diventata una performance ininterrotta, un’architettura che deve essere solida, coerente e, soprattutto, vendibile.

 

Siamo immersi in un sistema che ci chiede di definirci costantemente. In ambito lavorativo, relazionale e persino privato, ci viene imposto di avere una personalità definita, a compartimenti stagni, e di non tradire mai l’immagine che abbiamo proiettato. Questa richiesta di coerenza è, di fatto, una condanna alla staticità. Non facciamo che tentare di imporre noi stessi, la nostra presenza e la nostra soggettività al prossimo, costruendo metodicamente delle etichette, delle scatole di vetro in cui rinchiuderci per poi metterci in mostra.

Rispetto a Moscarda, che tentava di evadere dalla sua forma con la negazione della forma stessa, l’uomo contemporaneo sembra invece ossessionato dal perfezionarla, rendendola sempre più rigida e inattaccabile. Si vuole sempre scappare dal giudizioso sguardo estraneo, ma costringendolo ad accettarci e a vederci per quello che noi decidiamo attivamente di essere. L’identità non vuole più essere un processo sociale, una categoria in continuo divenire che si forma e si smantella con il contatto con l’Altro, ma un modello ideale auto-imposto da seguire costantemente, fino a confonderci con esso.

 

L'estasi della rinascita


Come si esce, dunque, da questo affollamento di estranei nella nostra testa? Come smettere di essere architetti di noi stessi, per tornare ad essere parte del mondo? Pirandello non ci lascia con un vuoto nichilista, ma con una paradossale liberazione. Moscarda sceglie l’ospizio, rinuncia ai suoi beni, al suo nome, alla sua storia. È un gesto radicale di smascheramento: se l’identità è un abito confezionato da altri, l’unica soluzione è restare nudi. Smette di guardarsi allo specchio per guardare finalmente verso il mondo, con occhi nuovi.

Nell’ultima pagina del romanzo, il protagonista ci dice straordinariamente che non vuole più “concludere”. Concludere significa morire, fissarsi in un punto, smettere di mutare. Sceglie di non essere più un’architettura ma un flusso.

 

In un secolo che ci chiede ossessivamente di definirci, di porre dei confini netti tra ciò che siamo e ciò che non siamo, forse il regalo più grande che Pirandello ci ha lasciato per questo centenario è averci mostrato il coraggio semplicemente di essere, ogni istante. La costruzione dell’identità è una fatica che non porta alla felicità, ma alla prigionia. La vera libertà, ci svela il protagonista, risiede nella capacità non di essere uno, né centomila, ma finalmente — e felicemente — nessuno.

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