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L'ultima guerra del Mondo Antico

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 5 hours ago
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di Tommaso Capancioni.


Prima della lettura dell’articolo intendo precisare che la periodizzazione presa in considerazione non è quella convenzionale, ma quella dello storico belga Pirenne, più accreditata in studi accademici per varie ragioni, inutili da riportare in questa sede. Secondo questa la fine della storia romana non è da collocare al 476, anno della deposizione di Romolo Augustolo da parte del re germanico Odoacre, bensì tra VI e VII secolo, gli anni dello stazionamento dei longobardi in Italia, che diviene invasione, e dell’espansione dell’impero arabo nel Mediterraneo meridionale. 

  

INTRODUZIONE 

Quando si parla di storia romana è difficile, se non impossibile, tralasciare le grandi personalità (anche se il vecchio Catone il censore avrebbe duramente criticato queste affermazioni). Si sono assicurati un importante spazio nel nostro immaginario collettivo grandi personaggi, quali Scipione l’Africano, Giulio Cesare, Augusto, Traiano, Marco Aurelio, Costantino e molti altri. Tuttavia, in questa lista spesso non viene menzionata una delle figure più importanti dell’ultima storia romana e della prima storia bizantina: Eraclio I il grande (608-641). 

  

CONTESTO STORICO 

Agli inizi del VII secolo l’Impero Romano d’Oriente si trova in una situazione critica che ne minaccia la stessa esistenza. L’insoddisfazione dell’esercito e del popolo costantinopolitano, legata alla crisi economica dell’impero - dovuta al crollo demografico causato dalla peste di Giustiniano, alla pressione militare su più fronti e all’eccessiva espansione giustinianea - ha determinato un’ondata di malcontento e di usurpazioni. Dalla metà del VI secolo, dopo la morte di Giustiniano nel 565, in seguito alle decisioni imprudenti prese dall’imperatore Giustino II (565-578), l’impero è impegnato su due fronti: l’esercito romano combatte sui Balcani, a nord con gli Avari, l’ultima grande confederazione di popoli cavalieri nomadi, e a sud con gli Slavi, la cui migrazione determina un importante cambiamento nella composizione etnica dell’Europa; in Oriente riprende il via il plurisecolare scontro con i Sasanidi, riapertosi in seguito al taglio del pagamento dei tributi a Cosroe I, scià di Persia, da parte di Giustino II. Questo determina il fallimento e la fine politica di Giustino, che nel 578 viene detronizzato. Con i successori, Tiberio II (578-582) e Maurizio Tiberio (582-602), la situazione diviene sempre più precaria, sebbene Maurizio Tiberio vinca la guerra contro i persiani ed ottenga successi con gli Avari. Ciò nonostante, le richieste eccessive ai militi sul fronte balcanico (per non sostentare con le casse statali l’esercito, l’imperatore ordina per ben due volte ai soldati di rimanere, anche nel periodo di svernamento, oltre il limes danubiano) e la riduzione del soldo da parte di Maurizio Tiberio provocano nel 602 l’usurpazione di Foca, un centurione sul fronte balcanico. Foca viene presentato dalle fonti come uno dei peggiori imperatori romani della storia. Il giudizio negativo, da osservare con cautela, può essere tradotto in termini storici: Foca non possiede le competenze necessarie per gestire il sistema del consenso della capitale, data la sua estrazione militare. Sotto il suo regno si riaccende il fronte persiano: il re dei re Cosroe II, dichiarando di voler vendicare l’amico deceduto, Maurizio Tiberio, ma sostanzialmente intenzionato a cogliere l’occasione propizia, dà il via all’ultima guerra tra persiani e romani (602-628).  


ERACLIO (610-641) 

Eraclio il Vecchio, esarca d’Africa (l’esistenza stessa di questo incarico, in cui sono coagulati poteri militari e civili, testimonia la crisi amministrativa dell’impero dopo l’espansione giustinianea), approfittando della sua posizione periferica, si ribella per ragioni non chiare nel 608. Il nipote Niceta, preposto all’esercito, riesce ad avanzare fino in Egitto e vince un esercito romano proveniente dalla Siria. Tuttavia, queste azioni, che 400 anni prima avrebbero determinato il successo di un’usurpazione, non sono sufficienti. Il potere dell’imperatore Romano d’Oriente, infatti, si fonda soprattutto sulla capitale, Costantinopoli. L’architettura di questa ha permesso una rivitalizzazione delle basi del consenso imperiale alternative all’esercito, popolo ed élite, venute meno tra I e III secolo, momento in cui il potere imperiale si fonda per la stragrande maggioranza sulle legioni (gli arcani imperii di tacitiana memoria). I cunicoli di Costantinopoli rendono complessa una possibile azione dell’esercito all’interno della città; mentre le inespugnabili mura teodosiane, una delle strutture difensive più longeve della storia, permettono non solo la difesa da minacce straniere ma anche da possibili usurpazioni. Pertanto, Eraclio il Vecchio, nonostante le vittorie riportate, si trova in una situazione complessa e decide di inviare a Costantinopoli una flottiglia guidata dal figlio omonimo, Eraclio il Giovane, convinto che la città si sollevi per lui. Tuttavia, Foca mantiene il controllo sulla città: le fazioni dell’ippodromo (Verdi e Blu le più importanti, Rossi e Bianchi quelle meno importanti), la più strutturata forma d’organizzazione del popolo di Costantinopoli, difendono i porti sul Mar di Marmara dalle navi dell’usurpatore. Preso atto di questo, il giovane Eraclio mostra le sue straordinarie doti sin da subito: viene fatto entrare un solo uomo armato su una chiatta nel Porto di Teodosio, controllato dai Verdi, la fazione dell’ippodromo più numerosa ed influente.  Quando questi si sfila l’elmo viene riconosciuto dai difensori: è l’auriga Calliope, una superstar dell’ippodromo. Questo espediente spinge i Verdi ad associarsi ad Eraclio e a ribaltare la situazione. L’indomani Foca è già morto ed Eraclio il Giovane viene incoronato imperatore dal patriarca Sergio in Chiesa, non nell’ippodromo, come vorrebbe la tradizione. Questo gesto, apparentemente privo di rilevanza, costituisce un fortissimo segnale della trasformazione culturale che sta attraversando la pars Orientis: l’impero sta perdendo la sua identità romana per divenire un impero greco-cristiano. 


Eraclio si trova tra le mani un impero in condizioni ancora più disastrose rispetto a quelle del predecessore: l’usurpazione del padre, infatti, ha costretto Foca a smobilitare le truppe impegnate sul fronte persiano, determinando un avanzamento dell’esercito di Cosroe II fino ad Antiochia, una delle città più importanti e ricche del mondo antico. L’ondata persiana nei cinque anni successivi travolge la Palestina, la penisola anatolica e l’Asia minore, tanto che l’esercito persiano non solo rade al suolo Efeso, una delle città microasiatiche più ricche, ma nel 615 raggiunge persino la sponda asiatica del Bosforo. Nel 619 i persiani espugnano Alessandria d’Egitto, il cui valore strategico per l’impero è molto elevato: di qui, infatti, partono i rifornimenti granai per il popolo della capitale. Perciò, la distribuzione di grano statale viene sospesa. Fame e pestilenza affliggono Costantinopoli. A questo si devono aggiungere le penetrazioni avare sui Balcani e la conquista visigota dei territori imperiali in Spagna: l’impero non è più degno di questo nome. Per comprendere al meglio la criticità della situazione credo sia utile riportare le parole di Rene Pfeilschifter, professore all’università di Würzburg: “Questi anni, con l’infittirsi di avvenimenti catastrofici, furono i più bui dalla marcia trionfale di Annibale attraverso l’Italia”. La tragicità del momento è dimostrata anche dalla presenza fisica dell’imperatore nelle azioni militari: un imperatore in prima linea è una figura ricorrente nella storia dell’Impero Romano (basti pensare che Traiano, Settimio Severo, Caro e Giuliano guidano l’esercito in grandi guerre contro i persiani), ma venuta meno con Arcadio, vissuto a cavallo tra IV e V secolo. Sempre sulla base del sistema del consenso della capitale, Eraclio mobilita le ultime forze dell’esercito nella difesa dell’area microasiatica, per la protezione della capitale e del circondario. Georgij Ostrogorskij, storico vissuto nel XX secolo, fa risalire a questo momento, gli anni 20’ del VII secolo, l’istituzione del sistema dei thema, un’organizzazione territoriale caratterizzata dalla gestione di porzioni di territorio da una figura con poteri civili e militari, lo strategos: di fatto viene esteso a tutto l’impero una struttura locale simile a quella dell’esarcato di Ravenna e di Cartagine. Secondo lo storico questo avrebbe avuto un forte impulso nell’economia imperiale. Tuttavia, La teoria dei thema di Ostrogorskij è oggi superata: si pensa ad una trasformazione graduale dell’organizzazione provinciale dell’impero. Non avendo certezze, per quanto riguarda l’economia imperiale si può affermare unicamente che in questo periodo Eraclio dimezza le spese statali attraverso la diminuzione dei salari dei funzionari pubblici e che riceve risorse da chiese e monasteri. Inoltre, è interessante notare come le monete di questi anni, il cui fino viene ridotto, riportino la dicitura deus adiuta romanis (“Dio aiuta i romani”). L’imperatore, infatti, presenta il conflitto romano-persiano come una guerra di religione contro i pagani persiani.  

La reazione romana inizia negli anni 20’ del VII secolo, quando l’esercito, notevolmente ridotto, adotta una tattica di combattimento diversa. L’armata romana, infatti, viene resa più mobile e flessibile così da poter confrontarsi con l’esercito persiano, forte nelle battaglie campali, sui terreni montuosi dell’Armenia e del Caucaso meridionale. In questo modo, evitando lo scontro in campo aperto, Eraclio riesce persino a sconfiggere in uno scontro l’esercito persiano.  


Cosroe II, tuttavia, cambia strategia: nel 626 stringe un’alleanza con gli avari, ignora l’esercito imperiale in Armenia e mette Costantinopoli nel mirino. In questo momento l’imperatore tenta una mossa tanto azzardata quanto vincente: invia una parte delle truppe nel Bosforo ma lui prosegue la guerra in Oriente di persona. Costantinopoli dovrà difendersi per la prima volta senza il suo imperatore e lo farà. Nella sponda europea del Bosforo gli avari cingono le mura teodosiane con le loro macchine d’assedio, in quella asiatica i persiani, nonostante siano più attrezzati dei loro alleati, sono impotenti di fronte al dominio sul mare della flotta imperiale. Gli schiavi inviati con delle chiatte dagli avari in aiuto ai persiani sono massacrati: sebbene dal punto di vista militare non sia un’azione decisiva, determina un crollo psicologico nelle schiere del khagan, la guida del popolo avaro, costretto ad annunciare la ritirata: dopo 10 giorni l’assedio è tolto.  


Nel frattempo, alle porte di Tbilisi, città del Caucaso Meridionale, Eraclio stringe un’alleanza decisiva con i Turchi, che non vedono di buon occhio un eccessivo rafforzamento di Cosroe II: l’imperatore ottiene 40000 uomini per l’assalto alla regione centrale della Persia. Alla guida di un sostanzioso esercito, Eraclio percorre il Tigri e sconfigge diverse armate persiane: l’esercito romano-cazaro sconfigge a Ninive, nel 627, l’armata persiana guidata dal generale armeno Rhahdzadh, segnando di fatto la sconfitta della Persia. L’imperatore, abile stratega, decide di non assediare Ctesifonte, la capitale dell’impero persiano, sicuramente molto ben difesa, ma di saccheggiare i territori del circondario, dove si trovano i possedimenti delle alte personalità persiane. La sconfitta militare su più fronti e la spinta verso la detronizzazione di Cosroe II nel marzo 628 permettono ai romani di siglare una pace favorevole: Eraclio detta le proprie condizioni e i confini del 591, anno della pace di Maurizio Tiberio con i persiani, vengono ripristinati. Tornano all’interno del dominio romano la Palestina, la Siria, l’Egitto e Cipro. 


Ciò nonostante, almeno a mio avviso, è difficile parlare di una vittoria romana sui persiani: lo sforzo bellico e la distruzione hanno determinato l’impoverimento delle ricche province orientali e la morte delle istituzioni locali di questi luoghi, che hanno costituito la principale fonte di potenza economica e anche militare prima della tarda res publica e poi dell’impero (alla base del crollo dell’Impero Romano d’occidente sta proprio la mancanza delle risorse orientali, dovuta all’antagonismo tra le corti dei fratelli Arcadio e Onorio).  

Si chiude nel 630 la questione della Vera Croce, la croce sui cui sarebbe stato crocifisso


Gesù, situata a Gerusalemme. In seguito alla conquista persiana di Gerusalemme del 614, Cosroe trafuga la reliquia e la trasferisce a Ctesifonte. Al termine della guerra questa viene prima consegnata allo stato romano e poi, nel 630, viene ricollocata a Gerusalemme. Questo avvenimento, sull’onda di altri di cui si è parlato sopra, è un tassello che va a comporre il mosaico narrativo sulla guerra romana-persiana: una guerra sacra. Sempre sulla stessa onda, si può constatare che ora si è concluso quel processo iniziato da Costantino con l’Editto di Milano del 313: l’impero abbraccia definitivamente un’identità greco-cristiana, non più romana. Questo è testimoniato dal cambiamento definitivo della titolatura imperiale nei documenti formali (la titolatura imperiale nel linguaggio comune, infatti, è cambiata da tempo): si passa da autokratōr, l’equivalente greco del termine imperator, a basileus, il titolo del re d’Israele David.  


Il regno di Eraclio è il punto di congiuntura storica tra antichità e medioevo, non solo per un fattore identitario, ma anche perché durante il suo dominio decade un importante attore della scena politica eurasiatica antica, l’impero persiano, ad opera di un impero nascente, quello arabo. La penisola araba fino agli inizi del VII secolo è in parte occupata da impero persiano e romano, ed in parte abitata da tribù in perenne conflitto tra loro. Nel tempo, tuttavia, si sono creati i presupposti per l’unione del popolo arabo: si è stabilita una lingua semitica comune, l’arabo, e viene accettato il mito fondativo giudaico, secondo il quale l’intero popolo arabo derivi da Agar, prima serva e poi moglie di Abramo. L’impulso verso l’unificazione definitiva viene fornito da Maometto che, dopo la visione dell’arcangelo Gabriele nel 610, intraprende una serie di lotte che lo porteranno al trionfo alla Mecca e all’unificazione dell’Umma araba. Già due anni prima, prendono il via le azioni militari in Oriente che porteranno alla fine definitiva dell’impero persiano nel 651, con la morte di Yazdgard III, ultimo imperatore Sasanide. In questi anni il basileo Eraclio sostiene gli antichi nemici inviando loro truppe di sostegno. Tuttavia, questo non è sufficiente. Pochi anni dopo, nel 634 inizia l’avanzata araba verso Occidente: tra 634 e 635 viene occupata la Palestina e Gerusalemme cade. In questa occasione la Vera Croce, trasferita a Costantinopoli in maniera preventiva, non viene trafugata. Nel 636 si combatte una battaglia decisiva sul fiume Yarmuk, un affluente del Giordano, tra la cavalleria corazzata romana e cavalleria leggera araba. Lo scontro porta alla perdita definitiva della Siria, una delle regioni più importanti dell’antichità: Antiochia di Siria è la terza città più importante dell’impero. Eraclio si rifiuta di comprare la pace e nello stesso periodo cadono Edessa e Dara, due roccaforti strategiche nell’Alta Mesopotamia. L’avanzata araba è inarrestabile.  


Eraclio I il Grande, ultimo imperatore dell’antichità, muore per cause difficilmente definibili nel 641, a circa 65 anni, mentre assiste alla distruzione di tutto quello per cui ha lottato per quasi venti anni: l’unica costante nella vita è il cambiamento (Eraclito). 

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