top of page

La dottrina Donroe in poche parole

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 12 minutes ago
  • 9 min read

di Paolo Trojan.


La nuova presidenza Trump ha rappresentato un punto di svolta nella politica estera statunitense. La sua seconda ascesa politica sembrava un’utopia irrealizzabile nel 2021 dopo la sconfitta nelle elezioni, i presunti brogli denunciati e il successivo assalto a Capitol Hill. Invece, in maniera per certi versi sorprendente, il tycoon è riuscito a tornare alla Casa Bianca nel 2025 con una vittoria elettorale molto più netta e con in mano anche un Congresso di maggioranza repubblicana.

Questo avvenimento è andato ad inserirsi in un contesto internazionale post pandemico molto caotico e di difficile interpretazione, portando quella che viene definita a livello giornalistico la dottrina Donroe. Battendo vecchie e nuove strade, il presidente Trump ha dato una particolare identità alla sua politica estera obbligando tutti gli attori coinvolti a adeguarsi a questo cambio di prospettiva.

Il testo si concentrerà quindi sul cercare di descrivere in modo quanto più organico le manovre dell’attuale esecutivo statunitense tenendo conto delle possibili ambiguità e dei processi ancora in corso di definizione.

Piccola premessa concettuale. Quando si parlerà di Trump e della sua presidenza ovviamente non ci si riferirà solamente a lui, ma a tutto il suo entourage, il suo governo e i suoi assistenti. Tutti loro ovviamente collaborano a questa strategia ma per comodità verranno trattati come un unico organismo coeso e uniforme.

 

Tripolarismo e dottrina Monroe 4.0


James Monroe è stato un senatore e presidente statunitense di inizio Ottocento, passato alla storia per la sua celeberrima dottrina Monroe, diventata poi, con varie forzature concettuali, la base della strategia USA.

Il concetto di fondo di questa dottrina era la rivendicazione d’indipendenza del continente americano, con le sue colonie, dalle ingerenze europee. La prima formulazione di questo piano era quindi principalmente difensiva, in contrasto all’imperialismo. Questa formulazione si è rapidamente evoluta in quella derivata dall’interpretazione del cosiddetto corollario Roosevelt fornita dal presidente Roosevelt, Theodore non Franklin Delano, che passava da un’attuazione principalmente difensiva ad una offensiva. L’idea era che l’intero emisfero occidentale rientrava in un’area di sicurezza nazionale di Washington, giustificando quindi il loro intervento militare e di fatto sancendo una zona d’influenza delineata. Questo principio d’interventismo per garantire la sicurezza nazionale è stato poi il fil rouge della politica egemonica statunitense, giustificata poi dalla filosofia liberale, dai gruppi Neocon e da varie altre formulazioni ideologiche.

Il progressivo disimpegno portato avanti dalle due amministrazioni Trump, giustificate anche delle teorie dell’overstretch di Paul Kennedy, dimostrano una versione 4.0 della dottrina Monroe, denominata Donroe. L’interesse si è spostato, o per meglio dire è ritornato, sul consolidamento delle proprie posizioni nell’emisfero occidentale, in linea con l’originale. Questo è evidenziato dall’influenza esercitata sul Canale di Panama, in cui vi erano ingerenze cinesi, dall’intervento militare in Venezuela e dalla crescente pressione su Canada e Groenlandia. Inoltre, la difesa del continente occidentale è specificata come il principale obbiettivo all’interno del National Security Strategy sottolineandone ulteriormente la rilevanza.

L’intervento unilaterale che ha portato alla deposizione di Maduro è particolarmente significativo in tal senso. L’operazione viene letta in ottica squisitamente realista e viene giustificata, più che da ragioni economiche, dal consolidamento della propria egemonia continentale.

Il caso venezuelano è rilevante e funge da collegamento anche per l’ipotesi del tripolarismo implicitamente accettato dal governo di Washington. L’esecutivo statunitense si adegua infatti ad un consolidamento della spartizione globale con le altre due potenze ovvero la Federazione Russa e la Repubblica Cinese, perseguendo uno stato di equilibrio di potenza.

Questo è evidenziato dalla progressiva spaccatura dell’Occidente liberale, uno dei punti fermi della politica estera USA da circa ottant’anni, a favore di una crescente intesa con Mosca e Pechino. Difatti, nonostante le vibranti proteste, l’attacco allo stato sudamericano non ha portato sostanziali modifiche nelle relazioni con la Cina, nonostante quest’ultima fosse allineata con il Venezuela sia ideologicamente che geopoliticamente.

             

La ragione dietro a questo cambio di strategia è il cambio di scenario internazionale. La presenza di un peer competitor, e soprattutto la consapevolezza della sua esistenza, ha portato ad una revisione delle ambizioni egemoniche ed unipolari statunitensi a favore del già citato tripolarismo. Il tentativo, inoltre, di includere la Russia in questo triumvirato mondiale è significativo. La Russia non dispone delle risorse economiche, demografiche e forse nemmeno militari delle altre due potenze ma rientra in quella che potremmo chiamare “strategia Nixon”. Così come l’ex presidente aveva aperto il dialogo con la Cina per spaccare il fronte comunista, così la presidenza Trump cerca l’intesa con il Cremlino per allontanarla dalla Cina e provare a creare frizioni tra i due governi che negli ultimi anni si sono allineati in maniera sempre più stretta. In quest’ottica si può anche leggere la ricerca dell’intesa sull’Ucraina, anche a costo di scontentare gli alleati europei.

           

Non si sta affermando quindi che la persecuzione del tripolarismo sia a seguito di legami ideologici o di amicizia tra i vari governi. L’amministrazione statunitense si è resa conto di non poter più gestire da sola l’ordine mondiale e che l’utopia dell’ordine universale democratico e capitalista è ormai conclusa. Questa consapevolezza muta quindi le azioni e porta, in maniera inevitabile, a dover scendere a patti con i competitors. Va notato però che questo non deve per forza portare ad uno scontro armato ma più probabilmente ad una delimitazione reciproca.

           

Non va allo stesso modo ipotizzato che la tripartizione mondo sia totale. Difatti vi sono numerose aree, definite da alcuni “zone di caos” o “Caoslandia”, che vedono la rivalità diretta tra medie potenze e grandi potenze e di fatto sfuggono sia al diritto internazionale sia alla logica di potenza classica.

           

In linea sia con il consolidamento dell’area d’influenza americana, sia della spaccatura dell’Occidente, sia dell’intesa-rivalità con le altre potenze, vi è il caso groenlandese. Il territorio, formalmente sotto la corona danese, e da tempo al centro dell’espansionismo americano. Nonostante il governo di Copenaghen si sia detto più volte disponibile a trovare delle intese militari sotto l’egida NATO, con l’amministrazione Trump il tycoon ha ribadito la necessità di annetterla agli Stati Uniti.

           

Nonostante l’abbondante presenza di risorse nel sottosuolo artico la questione appare più geografica che economica. La necessità di essere competitivi in un quadrante che nel prossimo futuro potrebbe diventare centrale per le rotte oceaniche è evidente, soprattutto considerando quanto quelle acque siano sotto la pesante influenza russa.

Inoltre, il progetto riportato in auge di costruire uno scudo antimissilistico nell’isola dei ghiacci, denominato Gold Dome, rappresenterebbe una priorità per l’attuale presidente. Gli Stati Uniti sono la principale potenza talassocratica al mondo, ma il gap sulle rompighiaccio e la loro possibile irrilevanza nei mari dell’estremo Nord rischierebbero di mettere in discussione questa superiorità. La diffidenza verso le proprie alleanze tradizionali spiega la messa in discussione della NATO e la conseguente pressione muscolare sulla Danimarca.

 

Board of Peace.

           

Una delle questioni maggiormente controverse e avversate della nuova amministrazione Trump è stata la sua gestione della crisi a Gaza. Il conflitto israelo-palestinese, velocemente trasformato in una catastrofe umanitaria, da due anni era al centro del dibattito pubblico internazionale, in particolare quello statunitense vista la storica alleanza ed amicizia con Israele, senza che vi fossero sostanziali svolte diplomatiche.

Ad ottobre 2025, il Tycoon è riuscito ad ottenere un cessate il fuoco che ha avuto da subito numerosi problemi di attuazione e che ha posto nuove questioni e problemi. Di fatto si poneva in linea con il progressivo disimpegno strategico e con la delegazione della sicurezza regionale ma apriva anche a qualcosa di diverso. Il cessate il fuoco da un lato è stata la delimitazione del ruolo di Israele, il governo di Tel Aviv infatti voleva portare avanti le operazioni fino ad una ancora più definitiva e drammatica conclusione, dall’altra è stata la legittimazione di nuove alleanze nella regione.

           

Il Board of Peace firmato a Davos a gennaio 2026, che dovrebbe essere l’organo adibito all’attuazione della pace palestinese, non presenta gli storici alleati di Washington ma nuovi e differenti attori. Numerosi paesi arabi come gli Emirati e l’Arabia, la Turchia, il Pakistan, l’Indonesia e l’Argentina.

           

Nonostante non figurano paesi Europei importanti, tranne l’Ungheria, e la presenza di altre grandi potenze rimane una questione da chiarire, questo nuovo organismo mostra un cambiamento significativo. Esso si pone in continuità con i Patti di Abramo della prima amministrazione, che puntavano a normalizzare i rapporti tra Israele e gli stati arabi attraverso un mutuo riconoscimento, ma allo stesso punta ancora più in alto. In questo caso il Board va oltre, includendo altri paesi oltre a quelli dei Patti e veicolando un certo tipo di cooperazione regionale a trazione statunitense.

Esso rappresenta anche un esempio della diffidenza verso gli organismi multilaterali dell’ONU, che infatti vengono snobbati e spesso superati, a favore invece della creazione di organismi ad hoc in cui gli Stati Uniti possono porsi come leader e che possono avere anche un’attuazione più efficiente e meno influenzata dai voleri dei rivali di Washington.

La diffidenza verso il multilateralismo si evince dalle numerose uscite, o dichiarazioni di uscita, da organismi come l’Unesco, l’OMS, gli Accordi di Parigi sul Clima e dalla Convenzione ONU sul clima. Queste sono solo alcuni degli enti non considerati in linea con le attuali direttive della Casa Bianca, spesso visti come economicamente poco vantaggiosi o poco efficienti.

Appare anche evidente la divisione portata all’interno dell’Unione Europea, un organismo poco apprezzato dal Tycoon, e alla NATO. La volontà di trattare con i singoli stati piuttosto che con le istituzioni europee nel loro complesso infatti rimane palese nella pratica di Trump ed emerge anche nella National Security Strategy. I rapporti bilaterali con alcuni paesi selezionati, tra cui Italia ed Ungheria, diventano quindi più prioritari rispetto al ruolo dell’Unione.

Sulla stessa falsa riga vi è il rapporto con la NATO. L’amministrazione Trump si è detta contraria a voler continuare a sostenere le spese per la difesa degli alleati europei ed ha sottolineato che essi dovrebbero iniziare ad occuparsi in maniera indipendente della propria sicurezza. Questa decisione è in linea sia con le crescenti tensioni sulla Groenlandia sia con il disimpegno globale. L’imposizione è quello di portare le spese militari dal 2 al 5 per cento per i paesi del Patto Atlantico, operazione fortemente rigettata e che potrebbe aprire a scenari inediti nel medio-breve termine.

 

Ruolo dell’Italia

           

Ogni mutamento dell’assetto internazionale è percepito come un evento catastrofico, ma in realtà esso è un processo di rinnovamento del tutto naturale nella storia delle relazioni internazionali e come tale porta con sè problemi ma anche opportunità.

           

Il cambio di strategia di Washington viene percepito come qualcosa di pericoloso per una classe politica europea poco coraggiosa ma soprattutto abituata a ragionare con schemi molto più lineari. La collocazione atlantica dei paesi europei non era mai stata messa in discussione in maniera significativa ed è il motivo per il quale i mutamenti degli ultimi anni non riescono ad essere letti come un’opportunità da sfruttare.

           

Attualmente l’esecutivo italiano si trova in una posizione di equilibrismo strategico tra le istanze dei paesi dell’Unione e la stretta comunicazione con gli Stati Uniti. Non è certo un mistero, infatti, che vi sia vicinanza ideologica tra Giorgia Meloni e Donald Trump, risalente a ben prima che la leader di Fratelli d’Italia diventasse Presidente del Consiglio. Nel prossimo futuro però potrebbe diventare una posizione sempre più difficilmente perseguibile nel caso la divisione dell’Occidente proseguisse sui binari già tracciati.

           

Non appare plausibile nel medio termine operare una reale frattura con Washington ma iniziare ad operare come attori più indipendenti quello sì. Sia il National Security Strategy, sia la sua controparte militare, il National Defence Strategy parlano di un progressivo bilanciamento degli sforzi militari con gli alleati. I due esempi principali riportati sono Israele, citato addirittura come alleato modello per la indipendenza militare, e la catena di stati che limitano l’espansionismo marittimo cinese, quindi il Giappone, le Filippine la Corea del Sud e l’Australia. A tutti questi attori è chiesto di assumersi una maggiore autonomia militare per poter contenere in maniera più efficiente, e meno costosa per la Casa Bianca, le mire di Pechino.

           

In questo scenario la politica estera italiana dovrebbe assumersi in maniera più coraggiosa la guida del quadrante mediterraneo sfruttando le deleghe della strategia USA, concentrata su Indo Pacifico e continente americano, per perseguire i propri interessi politici. È certo che questo richiederebbe una visione di largo respiro, lungo termine e ingenti spese sia in ambito militare sia più in generale nella politica estera di Roma, ma allo stesso tempo dovrebbe essere la strada da perseguire.

           

L’Italia apparirebbe come un alleato solido nel bacino mediterraneo, sia per la fedeltà dimostrata, come si diceva il governo Meloni si trova vicino alle istanze dei MAGA, sia per l’effettiva efficienza della sua marina militare che ricordiamo essere una delle prime al mondo. Di questo ha dato prova sia nelle esercitazioni nel Pacifico sia nelle operazioni nel Mar Rosso. Seguendo questo ragionamento potrebbe essere un partner privilegiato rispetto a Francia e Turchia. La prima è sempre alla ricerca della propria grandeur ed è storicamente più restia alle ingerenze statunitensi. La seconda è già proiettata nella sua strategia autonoma, non sempre in linea con le volontà della Casa Bianca.

 


Conclusioni

           

È certo che delimitare quelle che sono le strategie di lungo periodo di un uomo che ha fatto dell’imprevedibilità una delle sue caratteristiche peculiari potrebbe sembrare un esercizio sterile. Del resto è pur vero che non sempre le classi politiche non ragionano con gli schemi complessi e raffinati che gli analisti e gli accademici vogliono attribuirsi per studiarne le azioni. Spesso le loro operazioni sono più semplici e pragmatiche anche se non per questo banali. Ciò nonostante, cercare di dare una lettura coerente ed organica può essere utile anche per fornire una chiave interpretativa adatta a districarsi tra i numerosi avvenimenti non sempre di facile interpretazione.

           

Va inoltre considerato che il dato più certo è che l’assetto gerarchico degli attori del panorama mondiale sta mutando e continuerà a mutare. Coerentemente con la terza guerra mondiale a pezzi, il conflitto egemonico continua a perpetrarsi e le aree di caos si contrappongono a quelle di ordine rendendo difficile dare una struttura concettuale a tutto.

Nonostante a molti esperti di politica piaci pensare il contrario, nessuno dispone della palla di vetro e studiare il presente non sempre consente di conoscere il futuro. Quindi quello che oggi sono i capisaldi della cosiddetta dottrina Donroe non vanno presi come dati di fatto immutabili ma come strumenti di analisi che andranno arricchiti e riveduti nel tempo. Il nuovo equilibrio multipolare sembra ancora lontano nel tempo e solo l’attesa e lo studio ci chiariranno quelli che saranno gli esiti di questo brodo primordiale della geopolitica.

Comments


bottom of page