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  • Writer's pictureKoinè Journal

La Rape Culture esiste ancora


di Valeria Angeloni.


Nelle ultime settimane, si è parlato molto di femminicidi e di violenza di genere. A scatenare quest’ondata è stato il femminicidio di Giulia Cecchettin, una ragazza ventiduenne uccisa dall’ex partner, Filippo Turetta, lo scorso undici novembre. Si tratta del 105mo caso di femminicidio dall’inizio del 2023.

Il termine femminicidio indica “l’uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”.

 

Rape supporting culture

Per comprendere la matrice culturale che si nasconde dietro al femminicidio, è necessario chiarire il concetto di cultura dello stupro. Per cultura dello stupro, dall’inglese rape culture, si intende l’insieme degli atteggiamenti e dei pensieri che normalizzano e legittimano le forme di violenza commesse dagli uomini sulle donne.

A far parte della cultura dello stupro sono atteggiamenti quali lo slut-shaming e il victim blaming: il primo si riferisce alla colpevolizzazione delle donne per il semplice fatto di non aderire perfettamente alle aspettative di genere tradizionali; il victim blaming (o colpevolizzazione della vittima) consiste nel ritenere la vittima responsabile, parzialmente o totalmente, del crimine subìto.

 

Nella seconda metà del Novecento, durante la seconda ondata del femminismo, la scrittrice statunitense Susan Brownmiller è stata tra le prime a diffondere l’idea che lo stupro fosse molto più comune e diffuso di quanto si pensasse all’epoca. Infatti, nel suo libro Against Our Will: Men, Women and Rape, pubblicato nel 1975, Brownmiller parla di una cultura che, sin dall’alba dei tempi, è sempre stata a supporto dello stupro (“rape supporting culture”), arrivando a legittimarlo in molti casi, come se la violenza sulla donna fosse un tratto insito nell’uomo. La scrittrice ripercorre cronologicamente gran parte della storia della civiltà e mostra, di volta in volta, le leggi che gli uomini si sono dati per gestire la più importante delle loro proprietà, cioè la donna.

 

I racconti e le pratiche descritte da Brownmiller sono cronologicamente distanti dalla nostra quotidianità. Eppure, essi sono alla base della cultura in cui cresciamo e viviamo. Il filo conduttore che attraversa la storia è l’idea di donna come proprietà dell’uomo, che sia esso suo padre o suo marito. Partendo da questo concetto ben radicato nella cultura dello stupro, si comprende come sia stato possibile legittimare e regolarizzare tutte le forme di violenza che gli uomini hanno commesso - e commettono ancora oggi - nei confronti delle donne. Infatti, secondo questa logica, se un uomo corre il rischio che la sua proprietà gli venga sottratta, è giusto che egli si adoperi affinché ciò non succeda, con tutti i mezzi a sua disposizione. E, ancora, se la proprietà di un uomo è stata deturpata o infangata, è giusto che egli si vendichi o cerchi di rimediare al danno subìto.

 

Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore

Fino al secolo scorso, atteggiamenti e idee di potere e possesso dell’uomo sulla donna erano messi per iscritto nelle leggi dello Stato italiano. Si pensi al delitto d’onore e al matrimonio riparatore, entrambi presenti nel Codice Rocco, redatto in epoca fascista.

Per quanto riguarda il delitto d’onore, il Codice recitava all’articolo 587: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

L’articolo prevedeva una riduzione della pena nel caso in cui l’omicida, rigorosamente uomo, avesse agito in ragione di un “disonore” piombato su di lui e/o sulla sua famiglia. Con questa legge, il delitto era, seppur parzialmente, giustificato dallo Stato.

 

A regolare il matrimonio riparatore era l’articolo 544 del Codice penale Rocco, che recitava: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio che l’autore del reato contragga con la persona offesa estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.

In altre parole, l’autore (si legga: uomo) del reato (si legga: violenza sessuale) aveva la possibilità di estinguere in toto il reato, qualora la persona offesa (si legga: donna) gli accordasse il matrimonio. Molto spesso, ad avanzare la proposta di matrimonio riparatore erano i familiari (si legga: il capofamiglia) della vittima, con l’obiettivo di risanare la ferita (si legga: il disonore) che aveva colpito l’intera famiglia.

 

Entrambe le pratiche sono state abolite in tempi relativamente recenti, nel 1981. In seguiti all’abrogazione dei due articoli, nel 1996 lo stupro viene definito come delitto contro la persona.

 

Il linguaggio della violenza

Spesso si parla di violenza sessuale come di una pulsione tutta umana (maschile). Nei media tradizionali, infatti, si trova frequentemente l’espressione “delitto passionale”, che sottintende che l’autore della violenza ha agito a partire da un forte sentimento di amore nei confronti della vittima. Tra i primi articoli a descrivere un femminicidio come un delitto d’amore o un momento di raptus vi è un articolo de La Repubblica, pubblicato nel 2010, il cui titolo recita: “Un mese di stalking e sangue. La follia del delitto passionale”. Nell’articolo viene raccontata la storia di dieci omicidi, di cui nove femminicidi, avvenuti nel mese di giugno 2010. Nell’articolo, la parola “femminicidio” non viene mai utilizzata.

Altre volte succede che un episodio di violenza si giustifichi con delle presunte pulsioni che gli uomini – e soltanto gli uomini – avrebbero e che li porterebbero ad agire senza lucidità: si tratta della classica argomentazione boys will be boys (lett.: “i maschi sono maschi”).

 

Questo tipo di narrazione è fortemente distorta e nociva: porre alla radice della violenza le pulsioni, i desideri sessuali e i sentimenti significa legittimare chiunque abbia queste caratteristiche a compiere ogni tipo di azione violenta, dalla più alla meno evidente. In secondo luogo, questa retorica oscura completamente ciò che è effettivamente alla base: il potere e il controllo che l’uomo vuole esercitare sulla donna.

 

La violenza sessuale come dispositivo di potere: lo stupro di guerra

I meccanismi di potere uomo-donna sono entrati in gioco nel momento in cui l’uomo ha iniziato a considerare la donna come un oggetto da possedere. Un esempio lampante è costituito dalla concezione della donna come bottino di guerra, idea e pratica estremamente presente in molti dei testi che sono considerati alla base della nostra cultura: nell’Iliade, Achille conquista la città di Lirnesso, e con essa la principessa Briseide. La famigerata ira d’Achille si scatena nell’esatto momento in cui un altro uomo reclama la sua proprietà: Agamennone sottrae ad Achille la sua schiava, creando una ferita profonda nella timè (onore) dell’eroe, che decide di ritirarsi dal campo di battaglia.

 

Si attribuisce al condottiero mongolo Genghis Khan l’idea che il compito più importante nella vita di un uomo fosse quello di “distruggere i nemici, di sottrarre loro tutto ciò che hanno sempre posseduto, di ascoltare i lamenti dei loro cari, di prendere i loro cavalli, e di stringere al proprio petto la più bella delle loro donne.”



Nel quadro “Brenno e il suo bottino” (1893) del pittore francese Paul Joseph Jamin, esponente del Classicismo, tra i beni materiali che il capo dei Galli ha conquistato in seguito al Sacco di Roma del 390 a.C. appaiono anche delle donne romane, che poi sarebbero con tutta probabilità divenute schiave di Brenno.

 

Assoggettare e violentare le donne della fazione sconfitta rientra nella definizione di stupro di guerra. È considerato stupro di guerra anche il fenomeno delle comfort women (lett.: donne di conforto): durante la Seconda guerra mondiale, l’Impero giapponese ha prelevato donne di qualsiasi età e le ha spostate in centri di comfort, dove i componenti della forza militare potevano abusare dei loro corpi. Perciò, le donne di conforto erano vere e proprie schiave sessuali dei militari dell’Impero giapponese.

 

Nelle circostanze degli stupri di guerra emerge in modo ancora più evidente la forte convinzione maschile secondo la quale le donne erano veri e propri oggetti, quasi delle pedine, da muovere a proprio piacimento.

 

Piramide della violenza 

La cultura dello stupro che per secoli ci ha attraversato e di cui la nostra società è permeata ancora oggi non giustifica solamente l’atto di violenza sessuale, cioè una tra le azioni più evidenti che l’uomo compie per ristabilire l’ordine, per far vedere alla donna chi comanda. Infatti, ci sono pensieri e comportamenti meno evidenti ed espliciti che però sono alla base e supportano la cultura dello stupro. Si tratta della cosiddetta “piramide della violenza”, che mostra come comportamenti o pensieri – quasi – quotidiani e spesso sminuiti siano in realtà alla base di fenomeni più evidenti come le violenze sessuali o i femminicidi.



La presenza di stereotipi, ruoli tradizionali e questioni di linguaggio alla base della piramide della violenza sottolinea la matrice culturale della violenza di genere. Per questo motivo, per decostruire la cultura dello stupro c’è bisogno di una rieducazione totale della società, prestando attenzione anche e soprattutto agli aspetti alla base della piramide, che spesso sono giustificati e sminuiti come “goliardie”.

Mentre al governo l’educazione sentimentale e affettiva e la parola patriarcato creano scandali, le donne continuano a subire molestie, ad essere vittime – spesso silenziose – di violenza psicologica, economica, fisica, sessuale da parte di uomini che credono che possesso e controllo siano elementi normali di una relazione, spesso al grido di “si è sempre fatto così”. La scusa del boys will be boys non basta più.

 

 






Bibliografia

Brownmiller, S. (1975). Against Our Will: Men, Women and Rape. Simon & Schuster

Montecchio, L. (2021). Come i media italiani (non) parlano di violenza di genere. Gruppo Albatros Il Filo.

 

 

 

 

 

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