• Koinè Journal

La Scuola E il Lavoro

Updated: May 17


di Luca Simone


Pochi giorni fa, Giuseppe, un ragazzo di 16 anni, originario della mia terra, che frequentava un istituto nella città in cui sono cresciuto, ha perso la vita in un incidente stradale mentre stava svolgendo uno stage per una ditta del territorio. La tristezza e l’amarezza che aleggiano su questa vicenda si sono ben presto trasformate in rabbia, in indignazione e in voglia di protesta, specialmente da parte dei più giovani, che a nemmeno un mese di distanza dalla morte di Lorenzo hanno visto un loro coetaneo, un loro compagno, strappato troppo giovane alla sua vita. Per che cosa però bisogna indignarsi? Per cosa si deve protestare? E soprattutto, perché queste due vicende non possono mischiarsi, secondo me, in un unico polpettone populista?


Io sono uno studente, sono un ragazzo e quindi non posso non provare disgusto per queste due tragedie, ma sono anche uno storico, seppur giovane, e non posso non cercare di analizzare i fatti nella maniera più lucida possibile. Il problema va ricercato a mio avviso nel sistema stesso che ha permesso alla scuola di far entrare al suo interno il lavoro. La “Buona Scuola”, una delle riforme più discusse e peggio riuscite degli ultimi decenni, un gradino sotto forse anche al disastro di gelminiana memoria, datata 2015, ha segnato uno spartiacque a mio avviso storicamente vergognoso. La scuola e il lavoro sono e devono restare due cose nettamente distinte. Mi spiego meglio. Per secoli abbiamo lottato affinchè la scuola diventasse un terreno comune a tutti tramite il quale ogni individuo della società, fosse esso povero o ricco, potesse costruire il suo futuro partendo da una base comune, strappandolo dallo sfruttamento del lavoro minorile. Allungare la permanenza a scuola dei bambini e poi dei ragazzi ha permesso questo. Spingere di nuovo con forza, e in maniera totalmente antisociale il lavoro nella scuola attuale è a mio avviso un errore madornale. Questa società e questo mondo viaggiano su un binario che allontana sempre di più l’età effettivamente lavorativa, e quindi voglio chiedermi, a che cosa serve stantuffare a forza il “lavoro” nella scuola? La cosiddetta “alternanza” nessuno ha mai effettivamente capito a cosa possa servire. Altisonanti proclami hanno festeggiato la scuola che finalmente si rimetteva al passo coi tempi, si parlava di aziende intere che facessero a pugni per avere studenti da formare e da addestrare. Io ho più di qualche dubbio che sia veramente andata così.


Perché però per Giuseppe non può valere questo discorso? Giuseppe non era in alternanza scuola-lavoro, Giuseppe stava frequentando uno stage. È una differenza sottile, ma fa drammaticamente cambiare la situazione. Il ragazzo frequentava un corso di avviamento al lavoro, pensato per svolgersi metà in aula e metà effettivamente in azienda. Non si tratta perciò della stessa situazione che ci ha portato via Lorenzo. Non sto facendo le pulci a due tragedie, il cui solo pensiero mi fa trasalire, vorrei fosse solo chiaro che la battaglia da portare avanti non può equipararle. La richiesta di tutele deve accompagnarsi all’abolizione dell’alternanza, non si può fare un unico minestrone in cui le urla e gli schiamazzi abbattano la possibilità di scendere in piazza con proposte serie di cambiamento. Giuseppe e Lorenzo non lo meritano. Bisogna fermarsi a riflettere, informare e soltanto dopo agire. Perché il cordoglio meccanico di Bianchi e il triste sciacallaggio di queste ore fatto di parole vuote di proposte non fanno bene ad una generazione che vuole cambiamento. Che lo pretende.

Le più sentite ed umili condoglianze alle due famiglie.



Luca Simone






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